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Opinioni e commenti
 

EUTANASIA DEI PARTITI
Pubblicato il 13-12-2013


Finanziamento partiti

La folla grida ancora: “Barabba!”. Del resto si è dato in pasto all’opinione pubblica l’idea che i partiti siano l’origine di tutti i mali del Paese. Ora arrivano i fatti. Accompagnato da grandi squilli di tromba, “cinguettii” e annunci trionfanti, con un un decreto legge, il governo Letta ha profondamente modificato il tanto bistrattato finanziamento pubblico ai partiti. «Non c’è dubbio che questa misura, approvata per decreto legge, è una misura che sta a rappresentare un cedimento ad una propaganda piuttosto tambureggiante, in parte fondata e in parte no». Ad affermarlo non è un difensore dei privilegi della “Casta”, non uno Scillipoti di turno: è il professore emerito Franco Ferrarotti, padre della sociologia italiana, ex deputato e, per anni, stretto collaboratore di Adriano Olivetti.

Una visione lucida e dotata di tutta la profondità e l’equilibrio necessari per guardare a una realtà complessa con autorevolezza e adeguati strumenti di analisi e comprensione lontani dalle facili letture e dalle emotività demagogiche. «Il fondamento del problema dei costi della politica, in realtà, riguarda non tanto il Parlamento e i deputati, quanto le spese folli, puramente private, addirittura capricciose, di consiglieri regionali e presidenti di regione: nomi come Belsito e Fiorito sono nomi corsi sulla bocca tutti. In una fase di grave crisi e scarsità di contante, con tanti giovani senza lavoro o precari e i magri risparmi delle famiglie che non ci sono più, scandali del genere gridano vendetta».

Insomma, secondo il professor Ferrarotti, si è voluto dare un segnale, ma a quale prezzo? «C’è certamente da parte del governo un ascolto ed una presa d’atto di una situazione che va tenuta presente ed è molto seria. Il modo comune di sentire contro la cosiddetta “Casta”, definizione che hanno creato i giornalisti Rizzo e Stella, ha un fondamento, ma è stata spesso sfruttata in maniera demagogica». Secondo il sociologo, infatti, «bisogna avere molto chiaro che la politica, in regime democratico, ha dei costi ben precisi, non ci possono essere dubbi su questo aspetto. Se uno giustifica o decide di non finanziare pubblicamente la vita politica dà una vantaggio alle lobby e ai gruppi di potere finanziariamente forti che possono intervenire nella vita pubblica come, del resto, è sempre avvenuto in Italia».

E già, perché nonostante tutti gli errori in cui i partiti sono incorsi negli ultimi 30 anni, sarebbe davvero fuorviante pensare che i problemi si annidino solo nelle strutture della politica, spina dorsale della democrazia. Non è forse vero che gli scandali, gli abusi, il malcostume, le inefficienze riguardano se non il complesso, una parte piuttosto vasta della società? Possibile pensare che i partiti siano isole o monadi isolate dal contesto in cui operano? Possibile supporre che siano le strutture partito ad aver innescato un circolo vizioso? Difficile pensare che i partiti non siano specchio della società: altrettanto difficile pensare che, non finanziandoli pubblicamente, si risolvano, come per magia, tutte le storture del nostro sistema. Ma, del resto, viviamo in tempi di bacchette magiche e di uomini soli che salvano dai mali. Avevamo cominciato 20 anni fa con un milione di posti di lavoro: sappiamo come è andata a finire.

Ad applicare la logica non è poi così difficile fare previsioni: «È chiaro che i finanziatori privati avranno vantaggi notevoli quanto ai loro interessi settoriali, particolari e privati. Di questo la democrazia italiana ha già sofferto e il mancato finanziamento ai partiti, lungi dal sanare la situazione, la aggrava: si rischia di andare da una democrazia zoppa verso una satrapia di tipo orientale. L’antidoto dovrebbe essere quello di rendere tutto pubblico e trasparente, come avviene negli USA, ma nel contesto culturale nel quale viviamo mi sembra ardito. La realtà è che la politica rischia di perdere ulteriormente autonomia perché se la collettività vuole garantire l’equità del processo legislativo deve assumere delle spese, se non lo fa lasciando ai privati l’onere è chiaro che vorranno un corrispettivo».

Per il professor Ferrarotti, però, «è anche vero che, dall’altra parte c’è anche una strategia che ha il senso, a poco a poco, di far sbollire quella che ormai si profila come una vera e propria sindrome ribellistica dando qualche riprova per dimostrare che qualcosa si muove nel senso di una moralizzazione della classe politica. Sarebbe stato più efficace invece di promuovere la privatizzazione dei costi della democrazia, procedere subito alla riduzione del numero dei deputati, magari abolendo il Senato. Questa misura di cui capisco l’intento di svelenire la polemica politica, è tuttavia una misura non sufficiente che richiede garanzie molto importanti. È anche vero, però, che la prudenza del Presidente del Consiglio dei ministri rappresenta di per sé un elemento di garanzia perché la privatizzazione è molto graduale: solo fra 3 anni si arriva all’abolizione passando per una gradualità che può anche terminare in una situazione di diluizione. Un po’ secondo il classico stile democristiano della Prima Repubblica, ovvero quello di smussare gli angoli, di lasciar decantare i problemi sperando che evaporino».

Lasciar calmare le acque e aspettare che si sbollentino gli animi. Ma cosa muove i “bollenti spiriti” di movimenti tanto ambigui come quello dei “forconi”? «Il problema è che oggi si deve stare molto attenti: ci sono dei grandi movimenti sociali di diverso tipo che, però, si differenziano soprattutto in 2 tipologie: quelli con uno scopo preciso con sui si può trattare, cioè quei movimenti animati da corporazioni, categorie di operai etc. Ma, quello che sempre più prende piede è un secondo tipo di movimento che esprime un disagio generico e generalizzato; questo secondo è pericoloso perché non ha uno scopo, ma un’esigenza etica. Fa pesare sul complesso istituzionale una esigenza moralizzatrice che si esprime attraverso la delegittimazione dei poteri costituiti. Di fronte ad un soggetto collettivo del genere non conta il ragionamento, vale l’emotività che è data e diffusa soprattutto attraverso i mezzi elettronici. È un movimento che cerca la visibilità ed è pericoloso perché si trasforma rapidamente in un movimento sociale vociferante, fragoroso che non consente trattative perché non si sa esattamente su cosa trattare, come con chi dice “usciamo dall’euro”. È una protesta che non riesce a diventare progetto».

Una situazione complessa, dunque, dietro la quale il professore scorge un nodo centrale, profondo, di natura, questo sì, eminentemente politica. «Il vero problema politico che sottostà a tutto ciò e che rappresenta il fondo di verità del problema risiede nel fatto che gli italiani, 70 milioni di persone rappresentano l’1 per cento della popolazione mondiale: però questo Paese detiene il 5 per cento della ricchezza planetaria. Ma quel 5 per cento è nelle mani, nella misura del 50 – 60% per cento, solo del 10 per cento delle famiglie. Appare evidente che la ricchezza è mal distribuita, è altamente concentrata e, ancora più grave, viene goduta passivamente piuttosto che investita».

Cosa dovrebbe fare, dunque, un governo serio per far fronte a questo tipo di squilibri? «Un governo serio dovrebbe costringere il capitale giacente a entrare nel sistema produttivo, perché in un Paese come il nostro, dove vigono paure ataviche e ritardi culturali, la proprietà è vissuta come qualcosa da difendere, un po’ come la “roba” dei Malavoglia, da custodire e non da investire.

La questione è molto ampia, si tratta di un problema che interessa il sistema capitalistico in generale: dopo 50 anni di guerra fredda, il capitalismo ha vinto sul socialismo. Il capitalismo produce anche se non riesce a distribuire: il socialismo distribuisce, ma non riesce a produrre. Per questo si rende necessario riscoprire una via socialdemocratica che, però, e questo è il problema principale, renda possibile essere riformisti attraverso una politica dei piccoli passi che non perda di vista i grandi disegni. É necessario essere riformatori più che riformisti».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Il problema sono le tecniche di manipolazione del consenso. Non escludo che comportamenti dissoluti stile FIORITO siano stati alimentati ad arte. Alimentati laddove era più facile, cioè nella palude dei consigli regionali, dove si sono concentrati gli avventurieri senza cultura che giocano a fare gli “onorevoli”.

  2. Oggi sono tutti favorevoli all’eliminazione del Senato, alla riduzione dei deputati, poche sono le voci contrarie. Nessuno però dice che eliminare regioni e province ci permetterebbe di ridurre il debito e di ritornare ad essere una nazione e non un’entità geografica come sta avvenendo. Sono vent’anni che il paese è in mano di incompetenti che hanno distrutto tutto!

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