mercoledì, 22 agosto 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Grandi opere e conflitti territoriali
Pubblicato il 17-12-2013


Notav-Bacio-poliziottoIl bacio della studentessa al poliziotto che presidiava la manifestazione NO-TAV in Val di Susa, più che un problema giudiziario, solleva un problema politico. Si tende a considerare una protesta sociale sul piano del pericolo che essa può comportare per l’ordine pubblico, piuttosto che sul piano dei “meccanismi istituzionali” utili a prevenire gli esiti indesiderati delle manifestazioni di protesta.

Si deve innanzitutto dire che, nel nostro Paese, la realizzazione di “grandi opere” è quasi sempre associata a processi decisionali difficili, conflittuali, che non sempre riflettono la natura reale del conflitto tra specifici interessi contrapposti. Per rimediare a queste situazioni, che schematicamente riassumiamo come scontro tra interessi generali e locali, sembra necessario passare da un processo decisionale fondato sulla prevalenza del punto di vista di una delle parti, ad uno basato sull’integrazione dei punti di vista di tutte le parti coinvolte.

Ciò significa che qualunque centro decisionale, pubblico o privato, nel decidere la realizzazione di un grande progetto, debba interagire con una molteplicità di portatori d’interessi avendo, in ogni caso, come punto di riferimento l’interesse collettivo. Il metodo di governo democratico presuppone il consenso come base legittimante delle decisioni, in quanto inclusive dei punti di vista di tutte le parti in causa.

Il caso Val di Susa risulta essere paradigmatico in questo senso: il grande progetto, giudicato “sgradevole” a livello locale, produce benefici diffusi sull’intero sistema sociale, al costo però di danni concentrati all’interno di un dato ambito locale. In situazioni come questa, il danno arrecato a livello locale può oltrepassare una “soglia di mobilitazione” al di là della nasce, come nel caso del “movimento No-Tav”, una contestazione del progetto non bilanciata a sufficienza, per opportunismo o disinformazione, dal sostegno di tutti i potenziali beneficiari, meno propensi degli oppositori locali ad attivare forme di protesta collettiva.

Questa asimmetria determina una distorsione del processo decisionale e della valutazione dell’interesse collettivo, inclusivo di quello locale; ciò perché, se è vero che la “sgradevolezza” del grande progetto è percepita prevalentemente in ambito locale, non è meno vero che l’ambito locale, rifiutando l’infrastruttura oggetto del progetto, non può trarre vantaggio dall’aumentata efficienza dell’intero sistema del quale lo stesso ambito locale è parte.

La seconda situazione ricorre quando l’opposizione al progetto è organizzata ed esercitata da attori locali che riescono ad esprimerla esercitando un potere di veto al solo scopo di “alzare il prezzo” del consenso; anche in questo caso si ha una distorsione del processo decisionale, analoga a quella che si verifica nel caso della situazione precedente.

Con riferimento alle due situazioni illustrate, alcuni (Fulvio Adorati e Andrea Debernardi, in “Argomenti” 34/2012) osservano che è importante considerare, non tanto le differenze riguardanti il fine della contestazione, quanto il fatto che lo schema interesse locale vs. interesse generale, rappresentativo delle possibili situazioni conflittuali, tende a riflettere una struttura tradizionale del processo decisionale, basato su una decisione finale centralizzata.

Nel caso della prima situazione, il processo, partendo dall’analisi preventiva dei grandi progetti e dall’individuazione dell’interesse generale, struttura le decisioni dei soggetti competenti, i quali procedono per via gerarchica dal “centro” verso la “periferia” all’attuazione delle decisioni prese. Si tratta di un processo orientato dall’alto verso il basso, che da un lato attribuisce alle sole procedure proprie di una “catena decisionale gerarchizzata” la funzione dell’individuazione dell’interesse generale; dall’altro, però, valuta ogni possibile opposizione locale come causa di distorsione degli esiti del processo.

Per evitare questi limiti, un processo decisionale orientato dal basso verso l’alto potrebbe essere considerato più adatto a risolvere un conflitto qual è quello rappresentato dalla seconda delle situazioni illustrate; in questo caso, la procedura, adottata nella prospettiva di poter più facilmente fare accettare il progetto per la preminenza assegnata agli attori locali nelle determinazione dell’interesse generale, presuppone sempre una decisione finale centralizzata, destinata a “rivedere” la valutazione locale dell’interesse generale, per evitare che essa rifletta una possibile sovrastima dei benefici e una sottostima dei costi.

Entrambe le procedure decisionali illustrate conducono perciò a un’errata valutazione della desiderabilità e della fattibilità della realizzazione delle gradi opere, non solo dal punto di vista degli attori locali, ma anche da quello dell’intera collettività. Per evitare questa conseguenza negativa, si può fare ricorso all’”intelligenza della democrazia” e all’”astuzia della ragione” che la sottende, preferendo alle due procedure decisionali esaminate un processo decisionale fondato sulla concertazione. Questa, qualora sia ben applicata, può consentire, se non proprio di prevenire i conflitti potenziali indotti dalla realizzazione dei grandi progetti, almeno di “gestirne” meglio le conseguenze. La concertazione, consentendo di fare ricorso a processi decisionali inclusivi, permetterebbe, infatti, di istituzionalizzare procedure decisionali fondate principalmente sul riconoscimento reciproco fra gli interlocutori del processo e sull’interesse al dialogo e al confronto costruttivo, piuttosto che allo scontro in sede di progettazione e di realizzazione dei progetti.

I processi decisionali inclusivi possono essere percepiti come costosi e destinati a prolungare i tempi di realizzazione dei progetti; la contrapposizione globale/locale rimane però una dimensione strutturale dei processi decisionali relativi alla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali e il suo governo attraverso la concertazione, oltre a rappresentare un “arricchimento” delle procedure decisionali, rappresenta anche un valido “scudo” contro il pericolo che la contestazione degli attori locali funga da “cavallo di Troia” a quanti perseguono fini eversivi dell’ordine costituito; pericolo, questo, dovuto ad una malformazione originaria dell’Italia, rimasta sempre, sin dalla sua nascita, il “Paese delle cento città”, mai divenuto coeso per il ricorrere continuo di particolarismi che hanno reso e, come nel momento attuale, continuano a rendere il conflitto una dimensione endemica al “vivere insieme”.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento