martedì, 22 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

I giovani fregati dalla legge Biagi
Pubblicato il 19-12-2013


Quasi tre giovani su dieci, il 27% tra i 15 e i 34 anni, non studiano, non lavorano e non sono in nessun percorso di formazione professionale. Parole a parte è questa la drammatica situazione dei giovani italiani. I cosiddetti “Neet”, acronimo di “not in education, employment or training”, sono una realtà che non può più essere ignorata. L’Istat registra una situazione preoccupante al Centro Nord e, come facilmente intuibile, peggiore al Sud. Senza considerare la massa di giovani inoccupati, disoccupati o cassa-integrati; 1 milione e 500 mila unità. La domanda che è necessario porsi è dunque: come si è potuto giungere a questo livello?

Oltre alle cause più strutturali (crisi, debito pubblico, tassazione ai massimi storici) se ne può intravedere un’altra che esprime una responsabilità politica: la legge 14 febbraio 2003 n. 30 o, come tutti la conosciamo, la “legge Biagi”. Tale provvedimento, che ha avuto l’impatto più determinante sul mondo del lavoro dopo lo Statuto dei Lavoratori, aveva come scopo quello di introdurre la flessibilità in ingresso nel mercato del lavoro. Si introdussero, infatti, a lato delle classiche categorie di lavoro a tempo indeterminato e determinato, quelle di contratto di lavoro intermittente, l’apprendistato, il contratto a progetto, il contratto di lavoro ripartito e i contratti di collaborazione a progetto.

All’origine della riforma c’era la volontà di diminuire il precariato e la lotta all’evasione fiscale. Tuttavia, nel 2013, si può con certezza sostenere che la legge Biagi abbia amplificato i problemi del mercato del lavoro italiano, la piaga della disoccupazione e il buco nero dell’evasione fiscale. I datori di lavoro per poter risparmiare sulle assunzioni, ovviamente, propongono categorie contrattuali come quelle di apprendistato, dove il giovane lavoratore dovrà fornire prestazioni per 40 ore settimanali, per un misero stipendio e per una durata che varia dai 3 ai 5 anni . La retribuzione non è in linea con il costo della vita, né aumenta con il crescere dell’inflazione.

Perciò, oggi, nella migliore delle ipotesi, avremo ragazzi che lavorano 160 ore mensili per 450 euro, senza che il datore di lavoro paghi i contributi allo Stato e senza garanzie di essere confermati una volta scaduto il contratto. Già, perché uno dei cavilli della legge Biagi impone al datore di lavoro l’assunzione a tempo determinato o indeterminato, a seconda dei casi, dopo una certo numero di riconferme. Ergo, accade spesso che si assumano sempre nuovi apprendisti in modo che le imprese non debbano sostenere ulteriori costi per l’assunzione in piena regola di un lavoratore. Questo porta ad essere sempre alla ricerca di un lavoro dopo 3 o 5 anni, ma con un fardello in più: ricominciare da zero. Senza considerare i costi derivanti dalla perdita di professionalità ed esperienze acquisite dai lavoratori.

Il meccanismo malato innescato dalla legge Biagi dovrebbe essere oliato. Perché non si modificano quei tipi di contratto che sfruttano, lucrano, deprimono il lavoratore? Sarebbe così difficile ridare garanzie? Le garanzie sono: la certezza di un posto di lavoro; un’adeguata retribuzione in proporzione alle prestazioni lavorative fornite; il versamento dei contributi previdenziali, indipendentemente dalla tipologia di contratto, allo Stato. Se non si interverrà con decisione questa generazione sarà conosciuta come la “generazione dei lucrati”. Lavoratori sfruttati e calpestati nella dignità.

Manuel Franzoso

 

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