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Opinioni e commenti
 

La mafia uccide solo
d’estate? Non ci crede
neppure un bambino
Pubblicato il 04-12-2013


MafiaEssere palermitani. Questa la conditio sine qua non per scrivere una sceneggiatura che racconti Cosa nostra in modo irrituale, quasi irriverente. Se poi lo si fa attraverso gli occhi di un bambino, che da fanciullo ingenuo si trasformerà inevitabilmente in adulto consapevole, ne esce un quadro apparentemente leggero, in realtà più inquietante dei linguaggi tradizionali, perché la verità si scontra violentemente con la istintualità di chi ha ancora il coraggio di farsi, e fare, domande alle quali gli adulti non sanno rispondere.

Il film, “La mafia uccide solo d’estate” – scritto, diretto e interpretato da Pierfrancesco Diliberto detto Pif – uscito nelle sale italiane lo scorso 28 novembre, ha come protagonista il giovanissimo Arturo, bambino che nasce a Palermo lo stesso giorno in cui Vito Ciancimino, boss di rango, viene eletto sindaco della città siciliana. La triangolazione di sentimenti contemplata nel microcosmo infantile di Arturo sarà parte integrante della sua formazione: la venerazione per Giulio Andreotti, l’amore per la compagna di scuola, Flora e la sua educazione piccolo borghese, superficialmente e sufficientemente indifferente.

Ad Arturo hanno insegnato che la mafia uccide solo d’estate, che esiste solo in Calabria e in Campania, che è meglio andare ai battesimi che ai funerali, che il silenzio è un valore da inseguire e che le responsabilità sono scomode e pericolose. Il mondo degli adulti, che tanto lo seduce, non ruota soltanto attorno al fascino sinistro del suo eroe idealizzato, Andreotti, ma raccoglie i momenti di pura quotidianità di quei magistrati che hanno cercato di cambiare una città bellissima e disgraziata. I giudici del pool antimafia di Palermo – impagabile il ritratto di Rocco Chinnici – sono prima di tutto uomini. “Non sono super uomini – ha commentato Anna Chinnici, figlia del compianto giudice, plaudendo alla ricostruzione che Pif fa delle loro realtà emotive – ma proprio per questo sono eroi. Altrimenti sarebbe stato troppo facile. Il loro coraggio si misura in maniera direttamente proporzionale alla loro umanità”.

D’altro canto, anche i boss sono ritratti come uomini che si imbattono nelle difficoltà di non saper usare un banale telecomando del condizionatore (Totò Riina) o si innamorano perdutamente di personaggi dello spettacolo come Ivana Spagna (Leoluca Bagarella). Non c’è alcuna indulgenza celebrativa, alcuna bassa retorica, solo un approccio descrittivo sarcastico, leggero e per niente superficiale. “Non bisogna mai dimenticare che sono solo uomini – dice Pif – non invincibili. E’ costume consolidato pagare il pizzo anche per una produzione cinematografica. Noi abbiamo detto no e il film lo abbiamo fatto lo stesso”.

Arturo pian piano cresce accorgendosi che, intorno a lui, anche la città non ha più voglia di stare in quel paludoso dormiveglia, dove tutto è muto, sordo e cieco, dove veramente ci si convince che la mafia uccida solo d’estate. Grazie agli occhi di Arturo ridiamo e piangiamo la meschina ignoranza di mafiosi, di omertosi, di uomini ossequianti e svenduti, che si nutrono di un humus culturale da bassa macelleria criminale, coltivato nei “palazzi” romani.

Un racconto intelligente che fa riflettere su cosa significhi essere palermitani. Quali le responsabilità di tutte le generazioni, quelle che c’erano ai tempi di Chinnici, Borsellino, Falcone e Dalla Chiesa e quelle che devono conservarne memoria. “Siamo in trincea – ricorda Pif ai palermitani e agli italiani – con l’unica arma possibile, più potente di qualsiasi pistola o lupara: il ricordo indelebile di tutti quegli uomini che hanno sacrificato la propria vita in questa guerra, con il dovere di trasmetterlo come eredità ai propri figli”.

Silvia Anela

 

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