giovedì, 13 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La svalutazione interna ci cambierà
Pubblicato il 30-12-2013


Euro svalutazioneNel dibattito tra euro si, euro no, siamo certamente per la prima opzione. Oggi, questa è l’unica scelta possibile. Ma non vi è dubbio che la decisione di iniziare a costruire l’impianto europeo iniziando dall’aspetto monetario, e non da quello politico, si sia rivelata un errore strategico e non è possibile, ora, tornare indietro facendo rivivere monete nazionali storicamente superate.

L’introduzione dell’euro rappresenta un evento del nostro passato, catalogato, storicizzato, il quale ha innescato meccanismi nascosti, forse prevedibili, forse anche previsti, i cui effetti sono in costante movimento. Non vi è dubbio che l’introduzione della moneta unica abbia portato effetti positivi nelle diverse società nazionali ma ha, certamente, ingabbiato le economie nazionali togliendo loro la possibilità di utilizzare unilateralmente la svalutazione delle monete nazionali, e creato i presupposti di modifiche sociali e comportamentali delle società europee economicamente più vulnerabili. Modifiche ancora oggi in evoluzione.

Le problematiche dell’eurozona e l’intensificarsi delle emergenze sociali nei Paese europei in difficoltà, a causa dell’ultima crisi e dell’alto debito, ci sussurrano quotidianamente che l’unione così come è non va. Lo avevano capito da tempo le cittadinanze ed inizia a capirlo, con nociva timidezza, anche la politica. Dopotutto, in Europa comincia ad affiorare un crescente malumore che potrebbe crescere pericolosamente. L’unione, difatti, vive una profonda asimmetria economica tra i Paesi membri la quale crea costanti conflitti politici, egoismi, egocentrismi e storture sociali. Effetti figli di una unione solo monetaria e della mancanza di un progressivo adeguamento democratico.

L’introduzione dell’euro ha rimosso la possibilità per il singolo Paese di svalutare e, quindi, esportare a prezzi più bassi e ha introdotto un tasso di interesse comune nonostante fossero evidenti differenze economiche strutturali, es. il mercato del lavoro, il settore produttivo. Inoltre, l’inusuale mandato della Banca Centrale Europea (BCE) avente come primo obiettivo la stabilità dei prezzi e, solo successivamente, la crescita e l’occupazione, ha reso e rende difficoltoso alleviare situazioni troppo sbilanciate tra creditori e debitori all’interno della unione.

La sola unione monetaria, insieme alla mancanza di una politica fiscale ed, in generale, economica comune, e all’impossibilità da parte della BCE di considerare prioritaria la crescita e l’occupazione (al pari della Federal Reserve), non solo è insufficiente nel fronteggiare situazioni critiche tra i Paesi membri, come lo scoppio di una bolla finanziaria oppure l’eccessiva migrazione di capitale tra Stati, ma crea una lenta metamorfosi dei tessuti sociali dei Paesi più deboli attraverso lo strumento della svalutazione interna, unico meccanismo di aggiustamento disponibile il quale ha l’obiettivo di ristabilire la competitività dei prezzi riducendo i costi attraverso i licenziamenti e il taglio degli stipendi, sia nel settore privato sia in quello pubblico.

Queste misure adottate nei Paesi della zona euro in difficoltà tendono a modificare lo stato sociale, a comprimere notevolmente il welfare ed a distruggere la coesione sociale, impattando soprattutto la parte di popolazione più debole ed indifesa, e smorzando possibili riprese per via di un deperimento della domanda aggregata con conseguente impoverimento del tessuto produttivo, aumento della disocuppazione e della miseria. Questo processo è oggi in atto in Europa.

L’assenza di qualsiasi altro meccanismo che non sia la svalutazione interna e la mancanza di una dimensione sociale e politica in chiave euroepea sono le ragioni che animano il malessere sociale ed il crescente rigetto per una moneta unica che, da sola, inattiva la leva monetaria dei Paesi membri e non risolve le problematiche del lavoro, del welfare, della coesione sociale che essa stessa intrinsicamente crea con la complicità della politica e degli egoismi nazionali.

Non immagino tempi brevi per una Europa politica, sociale. Ci vorranno diversi anni, forse decenni e, a meno che non si verifichi un cambio di passo, la svalutazione interna rimane un passaggio purtroppo obbligato se si vuole rimanere nell’euro e se si tengono conto dei vincoli di bilancio concordati. In questo senso, le misure più gettonate sono la riduzione dei costi ed una sempre maggiore flessibilità nel mercato del lavoro. Misure che, comunque, impoveriscono tendenzialmente la qualità della vita delle società modificandone i pilastri fondanti. Una maggiore mobilità, per esempio, crea la fuoriuscita di lavoratori qualificati dai Paesi in difficoltà verso i Paesi con un forte tasso di produttività e di esportazione, con conseguente peggioramento dei rapporti di dipendenza economica. In altre parole, i Paesi più in difficoltà tendono sempre più a perdere la propria autonomia produttiva ed economica demandando ai Paesi a più alta produttività il soddisfacimento dei propri bisogni materiali. In Italia, negli ultimi dieci ann,i il numero dei giovani emigrati è più che raddoppiato e tantissimi emigrano avendo un titolo universitario. Si dirigono verso la Germania, la Svizzera, la Francia. Dal 2002 al 2011 si è passati dall’11.9% al 27,6%.

Dopo la scelta dell’euro, la comunità europea avrebbe dovuto adoperarsi per il raggiungimento in tempi brevi di una unione politica all’interno dell’eurozona. Unione che avrebbe consentito di calmierare le differenze e le asimmetrie strutturali dei diversi Paesi membri, valorizzando una centralità decisionale politica e democratica, una condivisione delle politiche fiscali e monetarie avente come obiettivo, paritariamente, la crescita, l’occupazione e la stabilità dei prezzi. Non siamo a questo punto, naturalmente. Dovrei dire che ne siamo distanti. Ma da questo punto dovremo passare, il prima possibile, prima di veder radicalmente modificata, in peggio, la natura della società europea.

Manuel Santoro

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Commenti all'articolo
  1. La tua analisi sulle problematiche che stiamo vivendo e che tutti conosciamo, in quanto ogni giorno i toccano personalmente, è molto approfondita. Dire che oggi l’unica soluzione è l’unione politica che non c’è, è poco o è come dire che non c’è soluzione. Quando in una situazione non si trova una soluzione vuol dire che gli obbiettivi della politica sono sbagliati e vanno cambiati, non si può continuare ad insistere su una strada che non ci porta da nessuna parte o peggio porta all’autodistruzione. Enunciare il principio di essere d’accordo per restare nell’euro non vuol dire che tale obbiettivo va mantenuto a prescindere. Se le nostre condizioni continuano a peggiorare continuamente, senza vedere una via d’uscita, non ha senso restarci, sarebbe come salire su una macchina senza freni, pur essendone a conoscenza. la fine è sicura. perciò, io penso che, o cambiano le condizioni europee o si esce dall’Euro.

  2. Sono pienamente in sintonia con Santoro. Vorrei aggiungere che i motivi della crisi che stringe a tenaglia il nostro tessuto sociale ed economico non sono solamente riconducibili alla moneta unica. E’ questo il quadro che stanno prospettando in Europa i partiti di estrazione populista. La nostra economia non si riprenderebbe tutta d’un colpo con l’uscita dalla moneta unica, semmai è importante che lo Stato migliori la propria organizzazione per quanto riguarda il fisco, la spesa pubblica, la pubblica amministrazione, la giustizia e le infrastrutture. Tutte riforme che sono rimaste nel cassetto e ci mantengono in una situazione di stagnazione.

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