martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Per le donne più lontana
l’età della pensione
Pubblicato il 30-12-2013


La legge di Stabilità ha aumentato fino a 64 anni e 9 mesi l’età minima che le donne devono avere per ottenere la pensione di vecchiaia. Donne sempre più simili agli uomini: “godono” della “pari opportunità” di lavorare più anni per riuscire a conseguire l’agognata quiescenza. Ma quasi sempre le loro retribuzioni sono più basse di quelle dei colleghi maschi. Recentemente il Corriere della Sera ha ricostruito la lenta avanzata che, dal 1993, ha portato l’età minima richiesta per le donne da 55 a quasi 65 anni. “L’innalzamento del limite di età – è stato scritto sul noto quotidiano milanese – è iniziato nel 1993 con la riforma Amato che ha portato la soglia anagrafica, sebbene gradualmente, da 55 a 60 anni. A partire dal 2012 è cambiato tutto. La legge Monti-Fornero ha infatti dato un deciso colpo di acceleratore alla equiparazione con gli uomini, già peraltro decisa dal precedente governo Berlusconi, che nell’estate 2011 aveva prefigurato un percorso che doveva iniziare nel 2014 per raggiungere il traguardo nel 2026. Ma non è stato così. Dal primo gennaio 2012, infatti, l’età delle donne è schizzata di colpo a 62 anni — limite al quale già nel 2013 sono stati aggiunti 3 mesi (per via dell’adeguamento alle cosiddette speranze di vita) — per poi essere ulteriormente elevata a 63 anni e 9 mesi nel 2014. Per le lavoratrici autonome (commercianti, artigiane e coltivatrici dirette), invece, lo scalone del 2012 è stato di 3 anni e 6 mesi (l’età è passata da 60 a 63 anni e mezzo). Soglia che è salita a 64 e 9 mesi nel 2014″. Alle donne è stata però data una scelta: potranno andare, fino al 2015, a riposo con le vecchie condizioni minime richieste, ovvero almeno 57 anni (58 per le lavoratrici autonome) di età e 35 di contributi. Ma dovranno sottostare a un trattamento interamente determinato con il sistema contributivo. Cioè accettare di prendere un assegno pensionistico molto più basso, del 25-30% in meno. E chi vuole “anticipare la vecchiaia”, andare in pensione prima dell’età minima? Dovrà accumulare 42 e 6 mesi di contributi (gli uomini) o 41 anni e 6 mesi (le donne).

Pensioni: gli aumenti definitivi 2014

La sterilizzazione forzata di molte pensioni sta ormai per finire. A tre anni di distanza dalla riforma Fornero, il 2014 da questo punto di vista porta buone notizie per chi è andato a riposo dal lavoro. Nulla di particolarmente entusiastico, sia chiaro, perché il meccanismo messo a punto dal governo con la legge di Stabilità prefigura una rivalutazione piena o quasi soltanto per i trattamenti fino a circa 2.000 euro al mese lordi, e parziale per gli altri. E inoltre l’incremento dei prezzi calcolato sulla base dei primi 9 mesi dell’anno (l’1,2 per cento ) non ha spinto certo molto in alto gli adeguamenti. Solamente le prestazioni pensionistiche lorde che non superano tre volte il trattamento minimo di 495,4 euro al mese avranno la rivalutazione dell’importo al 100 per cento. Mentre tra questa soglia e quella corrispondente a quattro volte il minimo (1.981,7 al mese) la perequazione si ferma al 95%. Una novità, quest’ultima, spuntata in extremis in quanto nella versione del maxiemendamento che aveva ricevuto l’ok del Senato era prospettata, per gli assegni previdenziali tra 1500 e 2000 euro lordi al mese, un recupero pari al 90% del dovuto.

Questa in breve la modulazione degli aumenti

Al crescere della pensione, la percentuale di rivalutazione scende: fino a 2.477 euro mensili (cinque volte il minimo) è prevista del 75 per cento, oltre questo limite del 50, sempre con riferimento all’intero importo. Poi, a partire da sei volte il minimo (2.972 euro al mese) scatta un altro tipo di decurtazione: l’aggiornamento è limitato al 45 per cento, ma si applica solo alla quota di pensione che non supera questo limite. Questo schema durerà fino al 2016: dall’anno successivo dovrebbe essere ripristinata quello in vigore in forza di una legge degli anni ’90 che prescrive rivalutazioni differenziate tra il 100 e il 75%, percentuali applicate però soltanto sulle fasce di pensione che superano le soglie stabilite. Uno sguardo alla curva delle pensioni, rammentando che gli adeguamenti disposti, operativi da gennaio, sono lordi, fa affiorare con molta chiarezza che non ci si doveva aspettare una pioggia di denaro. Il raffronto 2013-2014 mostra, ad esempio, che un assegno da 500 euro erogato l’anno scorso nel 2014 sale ad appena 506 con un progresso di 6 euro mensili. Per arrivare ad una perequazione a doppia cifra è indispensabile essere beneficiari di un trattamento di 900 euro, che è stato rialzato infatti a 910,8 (+10,8 euro mensili ). Al lievitare delle rate, rimbalzano anche le rivalutazioni. Fino a raggiungere l’aumento massimo: vale a dire quello che spetta dal primo gennaio di quest’anno a chi percepiva 1800 euro mensili. Questo pensionato può infatti godere dall’inizio del 2014 di un recupero di 20,52 euro. A questo punto la curva, per effetto del meccanismo sopra evidenziato, comincia ad abbassarsi. Tanto che dai 3mila euro in su l’aggiornamento praticato è per tutti di 14,27 euro. Dal punto di vista dei conti pubblici, la rivalutazione parziale vuol dire conseguire nel 2014  un risparmio di 580 milioni, che diventano 380 al netto degli effetti fiscali.

Le altre novità previdenziali

Sempre in tema previdenziale, la legge di Stabilità ha imposto un freno al cumulo di stipendio e pensione: c’è un tetto di 300mila che andrà rispettato da chi riceve vitalizi in ragione di cariche pubbliche attribuite. Novità anche per gli esodati. Dopo i 6 mila messi in salvo nel primo passaggio parlamentare, nella versione definitiva il provvedimento ne copre altri 17mila. Per questi ultimi, fino al 2020, per il loro reintegro nel sistema di welfare, il governo ha messo sul piatto 950 milioni di euro.

Carlo Pareto

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