martedì, 25 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Leggi elettorali manualetto comparativo
Pubblicato il 06-12-2013


Cerchiamo di comparare qui i sistemi elettorali oggi in discussione nel nostro Paese. Prima di entrare nel merito però, vanno chiarite alcune cose.

Primo che la futura legge dovrebbe trovare il più ampio consenso possibile per non essere costruita sulle esigenze strumentali di questo o quel partito e per poter sperare in una decente durata nel tempo.

La Gran Bretagna, gli Stati Uniti e, nella sostanza, la stessa Francia votano allo stesso modo da secoli. Noi avremo tre riforme nello spazio di vent’anni; un clamoroso segnale del marasma in cui siamo precipitati.

Secondo, attenti al cretinismo istituzionale da cui, a quanto sembra, non riusciamo a liberarci. I problemi politici di fondo non si risolvono con marchingegni elettorali improvvisati e questi potranno rispondere ad alcune esigenze, ma difficilmente a tutte.

Tutto ciò premesso, possiamo valutare i vari modelli in discussione alla luce di quattro possibili obbiettivi: 1, garantire la formazione di una maggioranza di governo; 2, ridurre la frammentazione politica; 3, rappresentare le diverse sensibilità presenti nel Paese; 4, garantire un vero rapporto tra l’eletto, il territorio e i suoi cittadini.

Cominciamo, allora, dal ‘porcellum’. Nella sua versione originale questo era concepito come il sistema più maggioritario possibile perché garantiva alla coalizione che avesse raggiunto la maggioranza relativa dei suffragi il 55% dei seggi, assicurando però ai partiti presenti nella coalizione una adeguata presenza in Parlamento anche quasi con lo “zero virgola”. Rispondeva quindi ai criteri 1 e 3 mentre era totalmente carente sul secondo e sul quarto. Si dirà che, nel 2006 e ancora nel 2013, lo stesso porcellum è fallito anche sul punto 1. Vero, ma il buon Calderoli non poteva prevedere che la sinistra fallisse all’appuntamento di elezioni considerate vinte in partenza e, soprattutto, che un sistema costruito su misura per Berlusconi e Veltroni potesse assistere all’entrata in campo di Grillo.

Abbiamo poi il porcellum nella versione costituzionalmente più corretta. La Corte richiede uno sbarramento per il raggiungimento del premio? Bene, lo si fissa, diciamo, al 40%. Contesta, poi, le liste bloccate (che, per inciso, ci sono in tutti gli altri Paesi europei) in nome del diritto di scelta dei cittadini? Bene, si reintroduce la preferenza. Ora un’ipotesi di questo genere (al di là della sua praticabilità politica) non regge nemmeno al nostro “esame finestra”. Fallisce completamente i primi due obbiettivi e, a ben vedere, non consegue nemmeno l’ultimo (a prescindere dallo sconquasso che, in un sistema già disgregato, produrrebbe il ritorno alla preferenza).

Veniamo ora ai due modelli di proporzionale corretto, quello tedesco con la sua clausola di sbarramento (non superabile, per inciso, con combinazioni elettorali “ad hoc”) e quelli greci e spagnoli, di collegi piccoli. Sistemi che, nel corso del tempo, hanno coperto ottimamente i nostri tre primi criteri aprendo consistenti possibilità (con la parte di collegi uninominali e con le circoscrizioni piccole) anche per il rispetto del quarto. Una verità evidente che solo un insensato pregiudizio antiproporzionalistico ha sinora offuscato.

Si dirà che nell’attuale quadro elettorale italiano (così come in quello greco) nessun sistema proporzionale è più in grado di produrre maggioranze di governo. Giusto. Ma allora, non foss’altro che per il rispetto della più elementare onestà intellettuale occorrerebbe aggiungere che, con la attuale spaccatura in tre del Paese, anche l’applicazione dell’uninominale secco si tradurrebbe in un vero terno al lotto, mentre questo sistema avrebbe anche il non trascurabile difetto di non rispondere a nessuna, dico a nessuna, delle altre fondamentali esigenze testé richiamate. Niente riduzione delle sigle che assicurerebbero la loro permanenza, anzi la loro proliferazione, negoziando i loro spazi parlamentari con il socio di riferimento dei rispettivi schieramenti e con l’attenta rivisitazione del metodo Cencelli. Niente rappresentanza delle sensibilità e, infine, nessun autentico rapporto con il territorio, i cui cittadini si troveranno di fronte a esponenti politici paracadutati da chissà dove e non scelti da loro.

Possiamo però chiudere in bellezza con il doppio turno di collegio. Sistema che, questo sì, risponde a tutti e quattro i nostri criteri garantendo, insieme, maggioranze certe di governo, apertura alle diverse sensibilità politiche (libere di confrontarsi al primo turno all’interno dei rispettivi schieramenti) e poi riduzione drastica delle sigle presenti in Parlamento (al secondo turno, ci si concentra sul candidato vincente all’interno del proprio schieramento) e, infine e soprattutto, un rapporto stretto e personale tra eletti, elettori e territorio.

Valutazioni di merito. Non previsioni. Perché, al dunque, opteremo per imprecisate sintesi trai vari sistemi. Continuando a copiare, ma all’italiana …

Alberto Benzoni

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