giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

EURO O LIRA?
Pubblicato il 26-12-2013


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All’Italia, conviene ancora tenersi l’euro o è meglio che torni alla lira? Nel precedente articolo, è stata messa in evidenza la prospettiva apocalittica che si prospetterebbe al Paese se in questo momento decidesse di abbandonare l’eurozona; non solo per le pesanti conseguenze negative che si avrebbero a livello macroeconomico ed a livello di tenuta della coesione sociale della società civile, ma anche per gli strascichi di non poco conto che potrebbero condurre il Paese sul banco degli imputati per iniziativa dei creditori stranieri e nazionali.

Non è più un mistero il contenuto di uno studio, “Euro break-up: the consequences”, condotto dall’UBS, una società finanziaria globale che offre servizi finanziari a clienti privati, sulle conseguenze dell’uscita dalla moneta unica europea di uno dei Paesi che vi hanno sin dall’origine aderito.

Si può uscire “illegalmente” dall’euro, cioè rifiutando unilateralmente i Trattati? E se sì, cosa può succedere dal punto di vista giuridico allo Stato che abbandona la moneta unica o addirittura l’Unione Europea? Come potranno tutelarsi i creditori (banche, fondi istituzionali, risparmiatori) nazionali e stranieri? Non sono questioni marginali quelle sollevate dagli interrogativi; a dimostrarlo sta il fatto che, a livello internazionale, alcuni attrezzati studi legali da tempo esaminano il diritto comunitario, simulando le conseguenze giuridiche di una rottura dell’eurozona, predisponendosi con ciò a “fare cassa” con la vendita dei propri servizi legali ai creditori esteri del Paese “secessionista” dall’euro.

Finora, a seguito dei timori del default di uno dei Paesi europei, cioè dell’incapacità tecnica di rispettare le clausole contrattuali previste dai contratti posti a garanzia dei crediti ricevuti, erano stati approfonditi gli aspetti economici della fuoriuscita di uno Stato dall’eurozona; ora, dallo studio dell’UBS risulta che non esiste un diritto di uscita dall’euro o dall’Europa, visto che i Trattati sono irrevocabili e fissati per una durata illimitata. Di fatto, perciò, l’abbandono della moneta unica potrebbe avvenire solo con una revisione dei Trattati o con un atto unilaterale di uno Stato membro. La prima forma di abbandono richiederebbe molto tempo, mentre la seconda, più immediata, non sarebbe priva di conseguenze sul piano legale. Considerato che l’euro, anche dopo l’abbandono da parte di un Paese dell’Unione Monetaria Europea, continuerà ad esistere, come devono essere regolate le obbligazioni dello Stato “secessionista” emesse fino a quel momento? Rimarranno espresse in euro, o saranno convertite nella nuova moneta (per esempio, in lire nel caso in cui ad uscire dall’eurozona fosse l’Italia)?

La conversione delle obbligazioni nella nuova moneta del Paese “secessionista” avrebbe inevitabili conseguenze negative nei confronti dei creditori, specialmente se la nuova moneta dovesse essere svalutata dopo la sua reintroduzione. Ciò accadrebbe se i tribunali dello Stato uscente orientassero le proprie valutazioni giurisprudenziali verso una soluzione a favore della valuta del proprio Paese, indipendentemente dal diritto applicabile ai titoli rappresentativi del debito secondo i contratti iniziali. Ma non è detto che i giudici del Paese “secessionista” decidano in suo favore. Anche se il debito fosse regolato dalla legge dello Stato uscente, per ragioni di etica professionale, essi potrebbero aderire all’idea che la nuova moneta, essendo nata dalla violazione di un trattato internazionale, sia «illegale»; per cui potrebbero decidere di non assumerla come parametro di riferimento del valore dei crediti e continuare a sostenere la validità della denominazione dei titoli in euro.

In conclusione, è probabile che i creditori stranieri sottoscrittori di obbligazioni regolate dalle leggi del proprio Paese, pagabili fuori dallo Stato emittente che esca dall’euro, riescano a conservare la denominazione in euro dei loro crediti; anche in questo caso, tuttavia, dal punto di vista finanziario, il deprezzamento della moneta dello Stato “secessionista” potrebbe comportare un aumento del rischio di default, qualora l’incertezza derivante dalla nuova valuta generasse una corsa dei risparmiatori nazionali agli sportelli che hanno depositi in euro, per ritirarli prima che avvenga la conversione. Nel caso di assenza di restrizioni ai movimenti di capitale e di persone, si genererebbe un deflusso di capitali verso l’estero e un collasso del sistema bancario, con conseguente impossibilità tecnica dello Stato “secessionista” a fare fronte ai propri obblighi finanziari. Viceversa, i creditori residenti nello Stato uscente, portatori di obbligazioni regolate dal diritto nazionale e per lo più rappresentati da cittadini che hanno acquistato titoli di Stato, potrebbero andare incontro al rischio che il loro credito sia convertito nella nuova moneta e sia conseguentemente svalutato.

In sostanza, la fuoriuscita dall’euro darebbe origine a un groviglio di situazioni costose, che lasciano presupporre l’irreversibilità dell’Unione Monetaria Europea. Al riguardo, dice bene la cancelliera Merkel: non si può tornare indietro, in quanto l’euro è una strada da percorrere sino in fondo, anche se sarà difficile e penoso per tutti percorrerla; come pure dice bene Martin Wolf, un esperto giornalista economico del “Financial Time”: ormai l’Unione Europea è un giocattolo che non è più possibile smontare; se lo si smonta, si può solo “rompere”. Certo, per evitare ogni rischio di rottura, bisogna rimuovere gli esiti negativi di certe valutazioni effettuate nel momento della nascita dell’eurozona; ora è tardi per rimediare ai guasti originari con decisioni affrettate. Guardare indietro, significa perdere tempo; si può quindi solo andare avanti, offrendo prospettive valide e credibili alle economie ed alle società civili dei Paesi europei.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Ma di cosa vi preoccupate? I debiti li convrtite in nuove lire e chi non le vuole non prende niente. Cosa fanno gli stati starnieri che non vogliono le nuove lire ma esigono il debito? Ci dichiarano guerra? E che guerra sia! Vedremo chi la vince!

  2. Se uno stato membro decide di uscire è vero che in termini di svalutazione ne paga le conseguenze per un breve periodo, ma i restanti stati membri ne avrebbero un danno ancora maggiore visto che l’appetibilità del cambio avvantaggerebbe poi lo stato che ha deciso di uscire. La cosa si potrebbe risolvere alzado di un punto dal 3 al 4% il tasso del debito stabilito nel 1992, l’altro secolo ante titoli tossici, ma non é forse in quei tempi che si concertavano?

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