martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Libri e interrogativi: un nuovo carcere è davvero possibile?
Pubblicato il 12-12-2013


carceri-sovraffollamento

In un momento in cui si discute di giustizia col caso Berlusconi, in cui la sorella di Stefano Cucchi ha ottenuto il risarcimento, ma le condizioni delle carceri – visitate anche da rappresentanti socialisti – sono in condizioni pessime ci si chiede: un altro carcere è possibile? All’interno della fiera “Più libri più liberi” si è tentato di rispondere a questa domanda, raccontando la vicenda di “Gorgona una storia di detenzione, lavoro e riscatto”, al centro del libro “Ne vale la pena” di Gregorio Catalano e Carlo Mazzerbo. È possibile un carcere in cui siano rispettate le condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza, in cui il detenuto possa essere anche riabilitato al reinserimento sociale, senza perdere il contatto con la realtà? Quello di Gorgona rimarrà un unicum o potrà essere un esempio da seguire? Interrogativi che mettono in evidenza l’incertezza di una situazione gestita con difficoltà, in cui non sempre vige quanto sancito dall’art. 27 della Costituzione che, oltre a non ammettere la pena di morte, afferma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Molto spesso, invece, si verifica il contrario, con celle sovraffollate, in cui si supera la capienza massima consentita, dove le condizioni sono disumane, dove non c’è alcun vero percorso di reinserimento. Questa conditio molte volte conduce il detenuto al suicidio, soprattutto durante il Natale e nei periodi di festa.

“Ho deciso di parlare della mia storia nel carcere di Gorgona – ha affermato Mazzerbo – quando mi sono stancato di sentire che eravamo l’eccezione, mentre eravamo noi la normalità. Il carcere realizzato sull’isola di Gorgona mi ha permesso di trovare condizioni ottimali di lavoro, in un istituto dal regime meno duro. Di solito nei penitenziari, dopo le 16 c’è la chiusura definitiva e diventano un luogo di sofferenza, mentre lì fino alle 21 c’è un’atmosfera rilassata. Mi sono reso conto che era una realtà che andava difesa e fatta conoscere”. “Ero molto determinato poiché mi sembrava un posto che andava valorizzato al massimo – ha poi proseguito l’autore del libro. Un detenuto una volta rimase a lavorare fino a tardi, oltre l’orario stabilito, poiché aveva ricevuto la fiducia dalle istituzioni; l’ho abbracciato sinceramente in quanto mi ha fatto vedere i detenuti quali persone in cui avere fiducia. Grazie a una condizione serena ed umana il carcerato non era più oggetto del trattamento, ma soggetto ed artefice, protagonista attivo del suo destino, del cambiamento di vita di cui farlo sentire partecipe attivo. Si tratta di storie di uomini che hanno trovato se stessi poiché trattati nel rispetto umano e hanno imparato a valorizzare ciò che avevano, a fare proprie le opportunità di vita che si davano loro. Se ci legate i piedi come facciamo ad essere noi stessi? Ci domandavano. Ed era vero”.

Il problema è cambiare, anche strutturalmente, le carceri per poterle aprire, in modo che i detenuti non perdano il contatto con l’esterno, e per poter reintrodurre attività formative (anche lo stesso sport). Tuttavia la criticità consiste nel fatto che “esistono troppi casi singoli che non riescono a diventare sistema, a fronte di un carcere che tende a rendere tutto indifferenziato, anche dal punto di vista del sistema delle pene” ha evidenziato Mauro Palma – a capo della Commissione ministeriale sul sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani – istituita dal ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri. “Si deve reinvestire nelle carceri che versano in condizioni strutturali precarie, facendo un piano di base delle parti recuperabili, sfruttando gli spazi esistenti ripensandoli per la socializzazione e quali palestre ad esempio” ha continuato Palma. “Il nostro è uno dei sistemi più dispendiosi e si spreca troppo. Occorre anche motivare meglio il personale penitenziario, puntando più sul lavoro di squadra. Rompere alcune rigidità per far sì che le carceri non siano gabbie. Far creare ad esempio gli spazi per i bimbi ai detenuti stessi, per far ritrovare loro i propri affetti, o portarli fuori dalle carceri. Quello dei penitenziari è un problema più etico che sociale oggi. Dovrebbe essere politico, invece. Con un progetto condiviso che diffonda una cultura diversa delle carceri. Altrimenti il caso dell’isola di Gorgona non sarà replicabile: sono anni che non ci sono concorsi per personale penitenziario” ha infine ammonito il presidente della Commissione istituita ad hoc.

Barbara Conti

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