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Opinioni e commenti
 

Non finisce col Porcellum
Pubblicato il 02-12-2013


Elezioni Europee-Porcellum

Dopo il Porcellum, l’Europa. Uno degli avvocati che hanno impugnato la legge elettorale davanti alla Consulta ora guarda alla Corte Europea di Giustizia. E’ il socialista Carlo Felice Besostri. Insieme a lui anche Giuseppe Sarno ed Emilio Zecca. I tre hanno, infatti, presentato un ricorso, sia a Napoli che a Milano, contro lo sbarramento al 4 per centro imposto dall’attuale legge elettorale per le europee. Una partita tutta ancora da giocare, dunque. Sul fronte “interno”, invece, la decisione della Consulta sembra aver “sparigliato” le carte da destra a sinistra. A partire dai renziani che hanno perso l’elemento di pressione forse più solido rispetto al governo delle larghe intese: le urne anticipate. Infatti anche l’orizzonte del voto, per il Matteone nazionale, sembra sfumare, allontanandosi sempre di più e con esso il sogno di Palazzo Chigi.

Gli antisistema pentastellati, naturalmente, insieme ai forzisti cavalcano (inutilmente) la sentenza: vorrebbero sfruttarla per far decadere il Parlamento e uscire (entrambi) dall’angolo in cui sono finiti. A raffreddarne i bollenti spiriti un coro di costituzionalisti e il Capo dello Stato che, dall’alto del Colle, ha ribadito la piena legittimità del Parlamento.

Se un vincitore c’è, in tutta questa storia, oltre agli elettori che riacquisteranno un po’ di democrazia, sembrano, insomma essere le Larghe intese e il presidente Letta.

Avanti! ha intervistato l’avvocato socialista Besostri che ha ribadito le affermazioni di Napolitano: «Gli scenari che la sentenza apre sono diversi: di sicuro c’è che il Parlamento è nelle sue piene funzioni e non c’è decadenza nemmeno per i parlamentari non ancora convalidati. A meno che la giunta stessa non decida di non convalidarli, ma escludo che il Parlamento faccia harakiri invocando una mozione in cui chiede di essere sciolto».

Secondo l’esponente socialista, infatti, lo scenario apocalittico che voleva la delegittimazione del Parlamento «veniva utilizzato prima della sentenza per fare terrorismo nei confronti della Corte Costituzionale: ora invece, da più parti si vuole cavalcare la sentenza per ottenere lo scioglimento delle Camere, anche qui, per analoghe ragioni politiche. Non è un caso che a sostegno di queste tesi del “tutti illegittimi, tutti a casa” ci siano due testate come Libero e il Fatto Quotidiano».

Besostri, inoltre, ricorda che «nelle sentenze 15 e 16 del 2008 la Corte Costituzionale aveva invitato il Parlamento a  modificare la legge e la magistratura di rimettergli la questione. Siamo dovuti arrivare al quinto giudizio prima di procedere perché i quattro giudizi precedenti non hanno fatto quello che ha fatto la Cassazione nel 2013. L’ordinanza della Consulta è stata fissata dal presidente Gallo, prima lasciare la presidenza, per l’udienza del 3 dicembre: in tempi molto rapidi».

Insomma, il grande tema delle riforme, giustizia in testa, continua ad essere sul tavolo. Una necessità che l’esecutivo, almeno a quanto dichiarato nelle ultime ore, non può più disattendere.

Secondo l’analisi di Besostri, infatti, «il Tribunale di Milano e la Corte d’Appello non inviarono alla Consulta le norme impugnate dagli avvocati  Bozzi, Tani e Besostri sostenendo che l’incostituzionalità era infondata. Questi giudici spero siano alemno pentiti della loro leggerezza alla luce della decisione della Cassazione e della Consulta. Spero proprio non si trattasse di una decisione politica perché allora i governi Berlusconi prima, Monti poi, non volevano che avanzasse il ricorso e misero in campo l’Avvocatura dello Stato per difendere lo status quo».

Oggi quel governo non c’è più. Chissà se la fessura aperta dall’iniziativa dei quattro avvocati diventerà una breccia del cambiamento italiano.
Anche il segretario e senatore del Psi, Riccardo Nencini, è intervento sulla questione delle riforme sottolineandone gli spetti più squisitamente politici, soprattutto rispetto alla futura legge elettorale: «La possibilità di dotarci di una nuova legge elettorale dipende dalla volontà politica, non dalla Camera che avvia il procedimento di riforma. Per due ragioni: la coesione interna al Pd su una sola ipotesi di lavoro è ancora da dimostrare e la rottura del centrodestra non aiuta il percorso di riforma». Nencini ha anche aggiunto che «il comitato ristretto cerchi la massima convergenza tra le forze politiche – le regole del gioco vanno scritte senza pregiudizio – e poi chieda al Senato, prima di Natale, di esprimersi con un voto di indirizzo. La strada maestra, mi pare, per mettere allo scoperto perditempo e falsi invalidi».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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