venerdì, 19 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Pensioni: no all’aumento sopra i 3mila euro
Pubblicato il 19-12-2013


La perequazione delle pensioni è di norma disposta dall’Inps alla fine di ogni anno per il relativo aggiornamento dell’anno successivo. Nel mese di dicembre vengono infatti effettuate le operazioni di rivalutazione per il 2014 al tasso dell’1,2% fissato dal dm 20 novembre 2013. Il criterio ordinario (la disciplina è contenuta nella legge Finanziaria del 1999) stabilisce che l’aumento (cioè la rivalutazione) si applichi a tutta la pensione secondo la scansione seguente:  

sulla rata di pensione fino a tre volte il trattamento minimo Inps si applica il tasso di aumento pieno, cioè al 100% (per il 2014, dunque, si dovrebbe applicare l’1,2% pieno);

sulla quota di pensione superiore a tre volte e fino a cinque volte il minimo Inps, si applica il al 90% (per il 2014, quindi, si dovrebbe applicare l’1,08% cioè il 90% di 1,2%);

sulla parte di pensione che splafona di cinque volte il minimo Inps, il tasso si applica al 75% (per il 2014, pertanto, si dovrebbe applicare lo 0,90 % cioè il 75% di 1,2%).

Il ddl Stabilità 2014 modifica questo criterio per tre anni (triennio 2014/2016). Per il prossimo anno 2014, nello specifico, sancisce che la perequazione sia riconosciuta:

al 100% sulle pensioni fino a tre volte il trattamento minimo Inps;

al 95% sulle pensioni superiori a tre volte e fino a quattro volte il minimo Inps;

al 75% sulle pensioni superiori a quattro volte e fino a cinque volte il minimo Inps;

al 50% sulle pensioni superiori a cinque volte e fino a sei volte il minimo Inps;

nessun incremento sulle pensioni d’importo superiore a 6 volte il minimo Inps.

E, differenti interventi sono stati prefigurati sulle pensioni sopra 1.505 e fino a 1.982 euro. L’aggiornamento 2014, difatti, sarà un po’ più alta del solito (1,14 al posto di 1,08%, e cioè il 95 anziché il 90% del tasso Istat). E così sarà fino al 2016, ma con l’applicazione dell’Istat che si ferma ai trattamenti previdenziali sotto i 3mila euro (nessun aumento oltre 2.992 euro). Brutte notizie invece si profilano per i pensionati che intendono rioccuparsi nel pubblico (solo in questo settore). Potranno infatti cumulare la nuova retribuzione con la pensione fino a un reddito complessivo di 293.659 euro. La misura restrittiva tuttavia fa salvo coloro che sono già impiegati, che restano esclusi dal cumulo fino alla scadenza contrattuale di assunzione o collaborazione in corso. A fissarlo due emendamenti al ddl Stabilità all’esame della Camera. Il cumulo per i pubblici. La nuova limitazione si applica unicamente a coloro che, in possesso di pensione corrisposta da gestioni previdenziali pubbliche (Inps, Inpgi, casse professionali, ecc.), si ricollocano nel comparto pubblico, presso una pubblica amministrazione o un ente pubblico (la norma precisa «p.a. ed enti compresi nell’elenco Istat di cui all’art. 1, comma 2, della legge n. 196/2009»). Il vincolo in pratica non consente al pensionato di ricevere un compenso economico d’importo tale che sommato all’assegno pensionistico sfori i 293.658,95 euro (soglia individuata dal dpcm 23 marzo 2012 in base al dl n. 201/2011). Nella tipologia di rendite previdenziali subordinate al cumulo vanno inclusi i vitalizi, anche quelli relativi a funzioni pubbliche elettive. Il provvedimento – si sottolinea – è operativo soltanto per il futuro, in quanto i pensionati già assunti sono esonerati almeno fino al termine di scadenza naturale del contratto in corso.

Pensioni: allarme per mezzo milione di over 50

L’Istat ha lanciato un nuovo allarme pensioni sui cittadini italiani di età compresa tra i 50 ed i 69 anni, per i quali la povertà è ritenuto un rischio molto reale. L’Istituto di Statistica ha comunicato che sono 541 mila i cittadini tra i 50 e 69 anni che non hanno  ancora versato nessun contributo previdenziale, e di conseguenza è molto forte il rischio di non poter provvedere autonomamente al proprio sostentamento, al sopraggiungere dell’età avanzata. Il peso maggiore riguarda le donne, il 9,6% rispetto al 6,7% degli uomini, ed incide maggiormente nelle regioni meridionali, dove risulta al 9,8% a fronte del 7% del Nord e ad una quota del 7,3% del Centro. L’Istat inoltre ha sottolineato che tre quarti di coloro compresi nella fascia d’età dai 50 ai 69 anni, è andato in pensione anticipatamente rispetto a quanto previsto dalla pensione di vecchiaia, corrispondenti a circa 2 milioni 621mila persone. Sempre nella fascia di età dai 50 ai 69 anni, sono invece 411mila coloro che hanno deciso di continuare a lavorare anche dopo aver ottenuto la pensione da lavoro, in quanto non sufficiente a garantire un reddito soddisfacente.

Carlo Pareto  

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Commenti all'articolo
  1. Vediamola a livello famigliare. Un grosso vantaggio per le famiglie con 2 pensioni da 2000 euro lordi che prendono su ambedue la rivalutazione mentre una famiglia con una sola pensione da 3000 euro lordi non riceve nessuna rivalutazione. Dove sta la giustizia!

  2. cominciò Prodi a non rivalutare le pensioni sopra i 3000 euro. Si sa, con quelle pensioni la gente è “ricca”, così, continuando per anni,la si fa diventare povera.
    In verità, per essere ricchi ci vuol altro che una pensione sopra i temila euro. Però in quella fascia c’è il grosso di quelli che possono far risparmiare l’INPS e lì si incide.
    Naturalmente, per le pensioni davvero ricche (diciamo da diecimila – quindicimila euro in su) si può “resistere più a lungo” prima di ritrovarsi nella fossa dei leoni.

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