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Opinioni e commenti
 

SENZA RIFORME
SOLO AUSTERITA’
Pubblicato il 03-12-2013


Crisi-austerity-De Michelis

Il tema, in fondo, è sempre quello. Da un lato l’Europa che continua a bacchettare l’Italia ribadendo che le necessarie riforme per far ripartire l’economia nel nostro Paese non sono più rimandabili. Dall’altro i difensori della ‘Patria’ che puntano il dito contro le politiche di austerity che strangolano il Belpaese.

«L’Italia è chiaramente indietro rispetto agli altri Paesi europei nelle riforme per ripristinare la competitività» ha ammonito il commissario Ue agli affari economici Olli Rehn. «In Italia, così anche come in Francia e in Finlandia, non abbiamo visto sforzi sostanziali per rilanciare la competitività, e su questo ci si deve concentrare nel periodo a venire. Per esempio, il costo del lavoro è continuato a salire, e questo si riflette nel livello delle esportazioni e della produzione industriale di questi Paesi», ha aggiunto il vicepresidente della Commissione sottolineando che «l’Italia deve rispettare un certo ritmo di riduzione del debito, e non lo sta rispettando. Per farlo, lo sforzo di aggiustamento strutturale avrebbe dovuto essere pari a mezzo punto del Pil, e invece è solo dello 0,1 per cento. Ed è per questo motivo che l’Italia non ha margini di manovra e non potrà invocare la clausola di flessibilità per gli investimenti».

Parole che non hanno mancato di provocare dure reazioni, prima fra tutte quelle degli ultras antieuropei e fautori della teoria dell’Europa “cattiva” che vuole soffocare l’Italia e che ‘è meglio che lasciamo l’euro’: «L’ambizioso Commissario Europeo Olli Rehn, ex calciatore (mediocre) finlandese, nemico giurato dei cittadini e dei consumatori italiani, artefice dell’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento e delle politiche economiche recessive che hanno creato povertà e miseria nel sud Europa, dovrebbe essere censurato per la reiterata ostilità verso l’Italia», dicono Elio Lannutti e Rosario Trefiletti rispettivamente dell’Adusbef e della Federconsumatori.

Ma le critiche sono arrivate anche dal Presidente Letta, non certo sospettabile di antieuropeismo: «Io che sono europeista convinto voglio mettere in guardia dal rischio avvitamento dell’Europa», ha detto il capo del governo che ha anche ammonito dicendo che «il 2014 sarà l’anno dell’Europa, l’anno in cui o fa un passo avanti o si avvita» perché «non bisogna dare l’Europa per scontata».

E Letta ha risposto direttamente anche a Rehn: «Noi e la Germania siamo gli unici Paesi che da 3 anni di fila stiamo sotto il 3%, gli altri grandi Paesi europei no. Questo è un impegno che va premiato e non frustrato».

Parole che trovano eco al Quirinale. Giorgio Napolitano ha criticato la “rigidità” dell’Europa nei confronti del Belpaese, sottolineando che la crisi globale nell’Eurozona ha «imposto politiche di contenimento del debito pubblico e di risanamento» che hanno avuto «un effetto recessivo e perdite non lievi di Pil insieme al fenomeno della crescente disoccupazione». In questo senso sarebbe l’austerity la causa principale della mancata crescita.

Più moderata la lettura che fa Gianni De Michelis, già ministro degli Esteri socialista che all’Avanti! ha detto di sostenere la lettura di Napolitano: «Da questo punto di vista se non si allenta la morsa e si aprono i margini di manovra prima, non si può fare quelle riforme efficaci che si ritiene necessarie». Secondo l’ex ministro socialista «la resistenza maggiore è quella del sindacato e soprattutto della CGIL: nel corso di questi 20 anni la politica si è indebolita e come conseguenza si sono affermate tre forze: le corporazioni, di cui il sindacato rappresenta la più forte, la magistratura e la burocrazia».

Avanti! ha intervistato Tobias Piller, corrispondente in Italia della Frankfurter Allgemeine Zeitung per cercare di capire come si guarda dall’estero alla situazione Italiana.

Ogni volta che l’Europa richiama l’Italia si levano forti critiche nei confronti delle politiche di austerity. Sono davvero da considerarsi come la causa della mancata ripresa in Italia?
Prima di tutto è bene sgomberare il campo da una credenza sbagliata che circonda la questione dell’austerity: non ha niente a che fare con questioni morali con presunte punizioni come vorrebbero i portatori di una visione populista. Per comprendere questo aspetto è bene ripercorrere un po’ le tappe della vicenda: l’austerity nasce in un momento in cui  l’Europa viveva una fase di crisi di fiducia da parte dei mercati internazionali causata dai debiti contratti dagli Stati. Si speculava contro la Grecia, sull’orlo del fallimento, e poi si rivolse lo sguardo all’Italia. La conseguenza di questa situazione fu che, nel 2011, iniziò una fortissima speculazione sull’Italia, forse esagerata. Il timore era che, visto che l’Italia non cresce, non potesse ripagare i suoi debiti. L’Italia si trovava davanti ad un letale circolo vizioso in cui si sarebbe venuto a creare un debito sempre maggiore che avrebbe alimentato uno spread sempre più alto che avrebbe a sua volta creato maggiore sfiducia, sempre più tassi di interesse, nuovo spread, nuova speculazione etc. Nel 2011 si è cercato di prevenire questo tipo di fenomeno; d’altra parte, anche chi si lamenta dei cosiddetti “mercati” dovrà pur considerare che finché c’è bisogno di qualcuno che presti soldi allo Stato bisogna pur tenere conto dei suoi dubbi.

Ma, poi, la ripresa non è arrivata.
Non è strano. A quel punto sono stati creati vari meccanismi di protezione, come i fondi di salvataggio antispread, e mettendo in piedi queste misure certamente si sono calmati i mercati, ma si tratta di una calma momentanea. Per rassicurare i mercati sul lungo periodo bisogna essere credibili e non far crescere di nuovo il debito. Inoltre, ci sono Paesi che hanno dato delle garanzie e ai quali si è anche promesso, in cambio, di ridurre deficit e debito. Se queste condizioni non vengono mantenute non si può chiedere si essere aiutati per alimentare un pozzo senza fondo. L’austerity non è fine a se stessa, ma serve a stabilire delle regole. Ma si deve dire molto chiaramente che non è l’austerity che frena la crescita. Inquadrare il problema da questo punto di vista è fuorviante perché la mancanza di crescita viene da una mancanza di fiducia degli imprenditori. E questa si riconquista con delle riforme, non tornando ad alimentare lo stesso sistema che ha provocato la crisi. Basti vedere che le stesse imprese di successo private italiane hanno smesso di crescere in Italia e preferiscono delocalizzare non creando cosi nuovi posti di lavoro e non aiutando a uscire dalla spirale negativa.

Cosa direbbe a chi propone di uscire dall’euro?
Chi porta avanti la retorica dell’Italia fuori dall’Europa e dell’euro che ha affossato l’economia del Belpaese si deve ricordare che l’Italia ha potuto aumentare il proprio debito perché, in fondo, si poteva finanziare ad un tasso molto basso. Si vuole dimenticare troppo in fretta che, negli anni ’90, quando l’Italia aveva un debito pari alla metà di quello attuale, spendeva quasi il 12 per cento del Pil in soli interessi. Oggi, grazie all’Unione monetaria spende intorno al 5 per cento.

Come vengono visti da fuori i problemi dell’Italia? Siamo il grande malato d’Europa?
I problemi non vengono dall’Europa. Io credo che l’Italia debba lavorare per ritornare ad essere un luogo che attrae investimenti, sia italiani che esteri: affinché questo possa avvenire si deve avere una giustizia veloce, la possibilità di licenziare rapidamente i fannulloni, e risposte veloci dall’Amministrazione Pubblica. Riforme che, nonostante quello che si dice, non costano nulla e non vengono bloccate dalla mancanza di risorse conseguenza dell’austerity. Sarebbero riforme in grado di far cambiare l’atteggiamento degli investitori verso l’Italia e finché non cambia quello anche spendendo più soldi pubblici non si risolve il problema. Più spese pubbliche fanno solo crescere il peso di quei settori inefficienti dell’economia italiana che impediscono la ripresa. Questo problema non lo può risolvere né Rehn, né la Germania: se l’Italia va avanti su questa strada dovrà fare i conti con una disoccupazione sempre più alta fino al punto in cui non ci si potrà più nascondere rinviando le riforme decisive di cui il Paese ha bisogno. Lo strumento della spesa pubblica è superato e non capisco come si faccia ad invocare più spazio di manovra, quando il debito sta al 133 per cento del Pil e già adesso lo Stato intermedia il 51 per cento del Pil. Certamente, delle riforme strutturali quasi a costo zero porterebbero più crescita e più competitività. C’è una scelta tra riforme ed austerità. Se l’Italia non vuole riforme, certamente, subirà solo austerità.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Difficile dar torto al Sig. Piller. Di cose da fare a costo zero per le casse dello stato, ce ne sono a tonnellate . A partire dalla riforma della giustizia che é l’apparato burocratico per eccellenza che frena tutto. La scusa Berlusconi non c’é più. Riuscirà il governo Letta a fare questa riforma? Speriamolo! I Socialisti si facciano promotori. Sarebbe l’inizio della ripartenza del Paese. Se non si farà questa riforma, dovremo prendere atto che l’apparato luccico é irriformabile.

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