martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Terzo Congresso Psi
Riccardo Nencini rieletto segretario
Pubblicato il 02-12-2013


Nencini-Congresso PsiPoco prima delle 13 di domenica 1 dicembre 2013, il congresso del Psi ha rieletto a larghissima maggioranza Riccardo Nencini segretario del partito. La mozione di Nencini avrà 259 seggi nel Consiglio nazionale, la mozione di Franco Bartolomeri 33, la mozione di Angelo Sollazzo 33. Sollazzo ha mantenuto fino in fondo la sua candidatura a segretario mentre Franco Bartolomei, candidato per la mozione n.2, prima che iniziassero le operazioni di voto ha annunciato il ritiro della sua candidatura.

– Documento conclusivo dell’Assemblea congressuale
– Mozione 3 – Risoluzione finale

RICCARDO NENCINI: LA REPLICA (sintesi)
(Video)

Nencini, nel discorso di chiusura, ha sottolineato come “dopo aver dedicato un congresso alla politica nazionale è giunto il momento di parlare delle questioni del nostro partito”: il segretario ha sottolineato che “c’era bisogno di esprimersi in una votazione, ma mi dispiace che sia rimasta una delega sul tavolo e che in alcune occasioni si possa perdere un’amicizia per rancore e per ingratitudine”. Secondo Nencini, infatti, lui stesso come segretario “porta poco merito per i compagni che sono tornati in Parlamento e più demerito per non avercela fatta a portare dentro chi è rimasto fuori”, ma, sottolinea “oggi si chiude un congresso e per farlo è necessario mettere le cose a posto altrimenti rimane un alone di ombra”.
Il segretario socialista ha ribadito che “non si può pensare che arrivi ancora una mozione che chiede di salvaguardare l’autonomia visto che non si è posta questa questione al Congresso. Non è possibile usare una argomentazione che non si è voluto chiarire e la questione viene aperta e chiusa qui altrimenti si sceglie di votare a favore o contro”.

La riprova del successo del lavoro fatto dal partito, ricorda Nencini, sta nel fatto che “in 20 anni è la prima volta che un presidente del Consiglio viene ad un congresso socialista”. Per il rieletto segretario, dunque, “si riapre un ciclo nuovo che i partiti piccoli devono riagganciare” e lo si può fare “soprattutto mantenendo la coesione del partito” per “agganciare un ciclo” e “sottoscrivere un patto fondativo” c’è bisogno di “correttezza e trasparenza della vita interna”.

Secondo Nencini si deve ripartire “dai congressi regionali e rinnovare i gruppi dirigenti locali e regionali”: soprattutto bisogna considerare i congressi come uno spazio che deve “funzionare per rinnovare il partito e prendere nuove energie, soprattutto da parte dei giovani”.

Il segretario ha poi ricordato che “entriamo in una fase politica nuova e forse definitiva: tra poco più di una settimana Letta proporrà un programma diverso, espressione di una maggioranza più piccola e quindi più coesa e più forte”. Se cinque sono i partiti che supportano la maggioranza, secondo l’analisi del leader socialista, come partito leale all’esecutivo, il PSI deve stare all’interno del nuovo esecutivo perché ha energie da mettere a disposizione.

Per Nencini  è necessario aprire una nuova stagione per i diritti civili che, sempre più si sposano e “si fondono con quelli sociali: sempre più spesso si incrocia il godimento di un diritto civile con la possibilità di godere di un diritto sociale”. Rispetto all’azione politica futura, infatti, il PSI si è dato un orientamento: ora resta de vedere cosa accadrà all’interno dei partiti interlocutori come PD e SEL. Ma, sottolinea Nencini, “questa coalizione, spesso allargata a Scelta Civica si presenta nelle città e nelle regioni a maggio. Nella larga parte delle città italiane che andranno al voto questi 3 partiti sostengono Schulz. Dunque – secondo il segretario socialista – sono maggiori gli elementi che uniscono rispetto a quelli che dividono, ma se gli elementi che uniscono sono maggiori dobbiamo trovare il modo di non disperdere nemmeno sul quadro nazionale questa possibilità”. Per Nencini è necessario preparare un ciclo che ormai sembra avviato sostenendo il partito e rafforzando le sue due voci, Avanti! che il direttore Mauro del Bue sta guidando egregiamente e mondoperaio, storica rivista di riferimento diretta da Luigi Covatta. “Non abuserò del mandato, soprattutto nel tempo” è stata la promessa che Nencini ha fatto in chiusura di intervento: “So che i cicli non durano. Dobbiamo consegnare un partito ai compagni e alle compagne, spero che il prossimo segretario sia un lucano visto l’ottimo lavoro che hanno fatto”.

LA TERZA GIORNATA – domenica 1 dicembre
GLI INTERVENTI 

Nella terza giornata di lavori molti gli interventi, con diversi ospiti, che hanno animato il dibattito: dal ministro per le Riforme Quagliariello, al socialista Gianfranco Schietroma, Lello Di Gioia, Carlo Vizzini, l’ex esponente del Movimento 5 Stelle, Adela Gambaro, Carmela Parziale dell’Unione delle Camere penali e Virgilio Dastoli del Movimento Federalista europeo.

 Gianfranco Schietroma: intervento Congresso PSI domenica 1 dicembre (sintesi)

Siamo venuti a Venezia non per soffermarci sul passato, ma per costruire il futuro.

E il futuro del nostro Partito significa innanzi tutto chiusura netta agli opportunisti, a coloro che condizionano la stessa permanenza nel Partito soltanto al proprio interesse personale.

occorre assicurare al cittadino, imputato nel processo penale, un giudice che sia realmente terzo. Perché questo avvenga, colui che emette la sentenza non può essere addirittura un collega del pubblico accusatore. Va dunque approvata dal Parlamento la nostra proposta di separare sul serio le carriere tra pubblico ministero e magistrato giudicante.

Ha ragione chi sostiene che la sinistra per candidarsi in modo credibile alla guida del Paese deve occuparsi seriamente del tema giustizia. Una sinistra quindi che sia davvero sinistra, cioè garantista e libertaria e non forcaiola. Deve però essere chiaro che garantista non significa protettore dei corrotti perché i corrotti vanno puniti, ma anche i corrotti, o presunti tali, hanno diritto ad un processo che si svolga nel rispetto della legge e delle garanzie difensive previste dalla legge.

C’è chi sostiene che il Paese dovrebbe vergognarsi per il trattamento riservato a Berlusconi. Io ritengo, invece, che debba vergognarsi soprattutto chi, in questi venti anni, dopo promesse elettorali mirabolanti, ha portato il Paese sull’orlo del baratro, con un gravissimo arretramento economico e culturale !

Alle europee serve una lista unitaria a sostegno del socialismo europeo e di Martin Schulz. Se il Pd non ci sarà, la faremo con Sel.

Il Governo di emergenza di Letta è forte al punto di avere piegato Berlusconi. Il turismo è essenziale per la nostra economia. Con tutte le nostre bellezze artistiche e ambientali, siamo solo al 33.mo posto nel mondo per competitività turistica.

 Il testo integrale dell’intervento di Gianfranco Schietroma

ADELE GAMBARO (M5S), LA MIA ESPULSIONE FU ATTO DI TOTALITARISMO –

L’Infame. Così fu considerata la senatrice Adele Gambaro quando, lo scorso giugno, fu espulsa dal movimento grillino per aver, secondo le accuse senza processo, diffamato il movimento. il popolo della rete, quello senza volto e senza responsabilità, per mano del leader supremo, con un click la condanno’ senza appello. L’esordio dell’intervento della senatrice Gambaro al 3* Congresso socialista di Venezia ripercorre “quei giorni bui per la democrazia che, in quell’occasione lascio’ il passo al totalitarismo”. Gambaro ha ricordato come quando fu espulsa dai pentastellati “nonostante le tante attestazioni di solidarietà, fu solo il senatore socialista Nencini a esporsi pubblicamente in mia difesa, per tutelare un diritto calpestato”. rivolgendosi alla platea socialista l’ex 5stelle ha detto che il partito “dovrebbe essere fiero di avere un leader con solidi principi ai quali tiene fede con forza”. L’intervento di Gambaro si e’ poi soffermato su un’analisi dei rischi della rete come surrogato della politica, in particolare rispetto ai fenomeni di violenza: “Internet e’ diventato un’area di democrazia partecipativa, ma bisogna stare attenti”, dice, “per contrastare la crisi e’ necessario ripartire dalla politica perché la risposta alla crisi economica, culturale, sociale non passa per ricette economiche, ma politiche”. In chiusura, Gambaro ha citato Voltaire: “Non condivido la tua idea, ma morirei perché tu possa esprimerla”.

LUANA ZANELLA (VERDI), NECESSARIO UN NUOVO MODO DI CONCEPIRE CRISI –  Intervenuta al Congresso socialista la verde Zanella ha parlato dell’importanza della “cultura politica espresso dal PSI come elemento controcorrente rispetto ad una cultura che si dice nuova, ma che ha i limiti, i difetti e le contraddizioni espressi dalla Gambaro”. Zanella ha analizzato le difficoltà che caratterizzano il momento che attraversa il Paese definendole frutto di “una crisi sistemica strutturale che e’ sociale,  economica e ambientale che richiede una svolta profonda nello stesso modo di pensare e di concepire la crisi stessa per essere capaci di organizzare un nuovo modello di sviluppo che ha bisogno di politiche nazionali ed europee”.

Lello Di Gioia: stop a gestione commissariale Inps 

“Stop alla gestione commissariale dell’Inps. Bisogna rivedere la governance di Inps e Inail. Mastrapasqua resti pure Presidente, ma serve un nuovo CdA. Va inoltre completata la riforma dell’Inps”. Lo afferma Lello Di Gioia, Presidente per la commissione bicamerale sugli enti gestori.

Sulla legge di stabilità Di Gioia intende dire la sua alla Camera: “Bisogna lasciare la rivalutazione delle pensioni al di sotto dei 3 mila euro mensili lordi”.

Per rilanciare l’economia soprattutto al sud, Di Gioia propone che le casse di previdenza, oltre ad assicurare le pensioni ai propri iscritti per i prossimi 50 anni, investano “in titoli pubblici italiani”.

Di Gioia, al congresso del Psi, sottolinea i dati drammatici del sud Italia: “I consumi sono diminuiti del 10% in due anni. Il 20% delle famiglie siciliane vive con meno di mille euro al mese. È diminuita anche la natalità: oggi nascono più bambini al nord che al sud”.

Carlo Vizzini: stop a politica dominata da finanza

“Basta con i palazzi della politica. dominati dalla finanza. Basta con i politici governati con un telecomando”. Lo afferma Carlo Vizzini dal palco del congresso del Psi.

Vizzini critica il metodo delle primarie scelto dal Pd: “Il Pd eleggerà il suo segretario anche con elettori che si convertiranno dieci minuti prima del voto. Bisogna tornare all’antico: i partiti devono essere sul territorio, una sezione per ogni comune”. Sulla mafia Vizzini difende il 41 bis: “Io ho contribuito a scriverlo e penso che sia efficace, perché i boss vogliono continuare a gestire le loro attività anche dal carcere”.

GAETANO QUAGLIARIELLO: SI ACCELERA, ADESSO LE RIFORME

Il congresso socialista ha accolto questa mattina il Ministro per le Riforme Quagliariello. Il Ministro ha voluto rimarcare come ragioni antiche ed attuali lo abbiano portato a Venezia. Antiche, perché negli anni ottanta l’unico Partito che aveva intuito che era necessaria una grande riforma per far restare il nostro Paese tra i grandi, era il Partito Socialista. Attuali, perché la profonda crisi che ha preso avvio negli USA e si è trasferita nella impreparata Europa è durata più di una guerra mondiale. “In questa situazione pensare che si possano evitare le riforme, vuol dire coltivare un sentimento antinazionale”, ha dichiarato il Ministro.

Quagliariello ha poi ricordato che a breve, a bocce più ferme, ci sarà la possibilità di avere intese più forti e più chiare ed accelerare sulle riforme, perché senza di esse “non è che non va da nessuna parte il Governo, non va da nessuna parte questo o quel Partito, non va da nessuna parte l’Italia”.
Innanzitutto occorre cambiare la legge elettorale. Una legge contraria al buon senso, perché nata nel momento in cui in Italia vi erano due poli, che tendevano al 50 percento. I poli oggi sono diventati tre e mezzo e invece di tendere al 50 sono andati sotto il 30 percento, con differenze decimali fra gli stessi. Ma pur avendo queste forze preso più o meno lo stesso numero di voti, una forza è molto più rappresentata rispetto alle altre. Inoltre, successivamente, forze di maggioranza sono divenute di minoranza.
Secondo il Ministro, vanno poi portate avanti le riforme istituzionali. E, a seguito del cambio del quadro politico, si utilizzerà la procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione. Quello che è assolutamente necessario è fare alcune importanti riforme entro il 2014. La prima, dice Quagliariello, è la riforma del bicameralismo: non si possono avere due Camere che fanno le stesse cose, anche perché sono state devolute alle Regioni delle competenze per le quali occorre una Camera di compensazione in cui legislatore nazionale e regionale si incontrano. Attualmente su alcune materie, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, non decide né il Parlamento né le Regioni, ma la Corte Costituzionale e, intanto, gli operatori economici fuggono.
La seconda riforma prioritaria secondo il Ministro è quella dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica o del Presidente del Consiglio. Se tramite legittimazione popolare si scelgono i vertici di Partito, questo può avvenire anche per i vertici istituzionali. I grandi partiti si stanno sciogliendo in tutto il continente, dove i Partiti storici subiscono i movimenti populisti. Ma in altri Paesi europei ai partiti liquidi si contrappongono vertici istituzionali con una forte legittimazione popolare, come nel caso della Francia. In Italia, invece, si rischia di avere partiti liquidi ed istituzioni che non funzionano e la debolezza dell’uno si riverbera sull’altra e l’amplifica.
Occorre anche prendere in considerazione una riforma della Giustizia. Non solo quella penale ma anche quella civile. Misure per la effettività delle garanzie nel processo penale, riforma delle intercettazioni, regole deontologiche più stringenti per la candidabilità dei magistrati e nei rapporti tra giudici e giornalisti.
Sul possibile rimpasto del Governo, Quagliariello rinuncia a commentare e si rimette alle decisioni  del Presidente del Consiglio dopo aver sentito il Presidente della Repubblica. Ed anche sull’IMU Quagliariello ostenta tranquillità: “mancano all’appello 150 milioni di Euro e li troveremo”.

Giulia Stefani
Buona sera a tutti i presenti. Mi chiamo Giulia Stefani e fino alle elezioni amministrative 2014 sarò un Consigliere del Comune di Barberino di Mugello (FI), facente parte del gruppo di maggioranza formato da una coalizione tra il PSI ed il PD, nella quale il nostro partito esprime non solo me, ma anche un altro Consigliere, Daniele Belli. Partecipo a questo Congresso Nazionale come delegata rappresentante il Mugello in favore della mozione 1 che vede candidarsi alla Segreteria del PSI il Segretario uscente, Riccardo Nencini.

La mozione 1 mi convince non tanto per la puntuale analisi storica delle vicende politiche degli ultimi anni, a cui Riccardo ci ha abituati nei suoi incontri anche informali, quanto per gli obiettivi che sono ben descritti nella mozione, quindi mi limiterò a tre flash:

-occupazione : il futuro è rappresentato dalla formazione e dalla ricerca, non solo medica, l’Italia deve investire di più in questo. Le riforme non possono modificare ogni volta i titoli richiesti per l’accesso, come accaduto per l’ultimo concorsone della scuola al quale hanno dovuto partecipare anche soggetti precedentemente abilitati all’insegnamento da corsi statali regolarmente pagati dai cittadini partecipanti;

-giustizia giusta : aggiungerei certezza della giusta pena, in tempi ragionevoli con condanne proporzionate al reato;

-diritti civili: ci vuole il coraggio di portare gli Italiani in Europa su argomenti quali coppie di fatto (che siano dello stesso sesso personalmente non la ritengo una discriminante da discutere separatamente), ma anche inseminazione artificiale e fine della vita: non possiamo continuare a tollerare i viaggi della speranza o della disperazione verso Paesi confinanti con il nostro e neppure che coppie sposate in altri Paesi europei in Italia non siano riconosciute come coniugate. Suggerisco al futuro Segretario anche un altro obiettivo: il riordino della Pubblica Amministrazione che deve sì essere più efficiente e meno costosa anche con l’ausilio delle nuove tecnologie, ma seguendo un percorso logico e degli obiettivi precisi. Inutile ad esempio sbandierare l’abolizione delle Province solo svuotandole e riducendone drasticamente i trasferimenti statali, senza trasferirne le competenze, perché i Comuni, vincolati dal Patto di Stabilità, non possono accollarsi i costi di ulteriori servizi senza l’aumento delle tariffe ed i cittadini oggi hanno bisogno di maggiori servizi non il contrario. Permettetemi un’ultima riflessione sul Partito: faccio parte della rete locale che dà “corpo” al Partito, come ammette il Segretario uscente nella mozione 1, ma recentemente la Toscana si è poco ricordata di noi. Parlo della nostra rappresentanza in Consiglio regionale che prima ha votato la nuova pista dell’Aeroporto di Peretola inimicandosi tutti i cittadini della Piana fiorentina (Prato in testa), poi ha presentato una proposta di Legge per l’abolizione delle Società della Salute, senza ascoltare le ragioni dei compagni che ci hanno creduto dal principio ed oggi sono orgogliosi perché ad esempio la SdS Mugello è portata d’esempio per efficienza ed efficacia quindi chiedo al mio candidato alla segreteria di impegnarsi davvero per il rafforzamento del “coordinamento degli eletti e degli amministratori”, perché di eletti che rappresentano solo se stessi questo Paese ne ha già avuti abbastanza e non ne ha bisogno.

Concludo con la citazione di un nostro Compagno che non ha bisogno di commenti “socialismo vuol dire esaltazione della dignità dell’uomo e quindi il socialismo non può essere disgiunto dalla libertà, ma la libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile” Sandro Pertini.

Nino Gulisano

Dopo un periodo di quasi esagerato ottimismo, in molti paesi ha preso a diffondersi la paura.

Il capitalismo odierno ha cambiato natura e pelle rispetto a ieri, da capitalismo industriale di produzione di beni e servizi, legati alle maestranze e al territorio d’origine, si è trasformato in capitalismo finanziario, più mobile e volatile, che non corrisponde più alla classe imprenditoriale e padronale, ma a masse sempre più indistinte e indefinite di azionisti, distanti sia dai processi produttivi sia dai problemi sociali dei territori. Il fine primario e unico è la redditività del capitale investito.

Molti nuovi interrogativi si pongono. Esiste uno scontro fra culture? La guerra al terrorismo finirà? La tanto celebrata globalizzazione, con le sue nuove opportunità, può farsi regredire? Che cosa deve accadere perché le economie pubbliche del mondo sviluppato si riprenda dallo shock del crollo della nuova economia?

L’economista Nouriel Roubini nel suo ultimo libro “ La crisi non è finita”ci ha messo in chiaro che l’era prossima ventura potrebbe esser caratterizzata da “una grande instabilità” anziché da “una grande moderazione”. Le bolle speculative e le conseguenti fasi del declino potrebbero diventare più frequenti. I cigni neri potrebbero diventare cigni bianchi. Questo sarebbe un dramma: aumentando le crisi finanziarie che provocano instabilità politica e sociale e una forte reazione collettiva contro la globalizzazione. Tale reazione si può manifestare in molte forme: politiche commerciali protezionistiche, protezionismo finanziario, controlli dei capitali e una generale opposizione alle politiche che promuovono il libero mercato.

Nuove categorie vanno ripensate quali: beni naturali e beni artificiali. La categoria del bene naturale come bene pubblico insito nel sistema del collettivismo introduce il principio del patrimonio comune e inalienabile dell’intera collettività umana (dal territorio alle risorse naturali); con la categoria dei beni artificiali introduce il principio del diritto della proprietà privata per merito dell’opera e dell’ingegno umano ( oggetti, apparecchi e costruzioni in genere) e appartengono al sistema dell’individualismo.

Il modello che immaginiamo assomiglia a un computer dove il software è il liberalismo economico racchiuso in un hardware che rappresenta la normativa di stampo sociale, a garanzia dei diritti inalienabili dell’uomo, che ne esalta e arricchisce il software ad opera dell’ingegno individuale dell’uomo.

La bussola che ci deve indicare la direzione in questo sentiero senza punti di riferimento è orientata sulla Libertà. La libertà, alla quale penso, è intesa non come situazione, vale a dire come pura possibilità di attuazione, bensì libertà che realizza le chances o opportunità di vita. Libertà attiva, come sostiene Ralf Dahrendorf .

Karl Popper è convincente: “ Quando più cerchiamo di tornare a sottometterci alla magia tribale, tanto più sicuramente finiremo con l’Inquisizione, la polizia segreta e un gangsterismo circonfuso di un alone di romanticismo” (oggi possiamo aggiungere noi terrorismo e criminalità mafiosa o populismo autoritario).

Su queste indicazioni di Popper noi dobbiamo avanzare nell’ignoto, nell’incerto, nell’insicuro impiegando la ragione di cui disponiamo per creare entrambe le cose: la libertà e la sicurezza.

Dall’inizio della crisi fino ad oggi, l’Italia ha perso 574.000 occupati (giugno 2008-giugno 2010) e le imprese manifatturiere si sono ridotte di oltre 93.000 unità. La riduzione del valore aggiunto ha colpito tutti i comparti produttivi.

Nell’attuale realtà italiana rimbalzano spesso sensazioni di fragilità sia personali sia collettive, che fanno pensare a una perdita di consistenza (anche morale e psichica) del sistema nel suo complesso.

Una società, in sintesi, insicura della sua sostanza umana. E se si guarda ai livelli più alti del dibattito sociopolitico alto (rigore e ripresa, austerità e sviluppo) viene il dubbio che esso voli alto, proprio, perché non se la sente di affrontare il nodo, che si è andato aggrovigliando negli anni, di un franare verso il basso dell’intima consistenza di individui, soggetti collettivi, istituzioni.

Ma cosa frana in basso (l’heideggeriano “il deserto cresce”)?

Sono franati in basso in primo luogo (si segnalò un anno fa) i rilievi alti e nobili della nostra vita sociale e sociopolitica (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la stessa fede in uno sviluppo continuato e progressivo).

Sono al tempo stesso franate in basso che hanno peraltro fatto storia collettiva, sono franati in basso (specialmente se si pensa alle psicologie individuali) i riferimenti della collocazione temporale e spaziale della vita quotidiana.

Il futuro dell’Italia sarà un futuro di declino o di progresso?

Non si tratta di indovinare ma di capire e governare: una differenza ben chiara a Dante. Il sommo poeta così severo verso gli indovini tributò invece il più riconoscente omaggio a quel Virgilio che l’aveva accompagnato e guidato nel viaggio infernale illuminandolo nei limiti della sua scienza affatto umana, precristiana: «Facesti come quei che va di notte, porta il lume dietro, e a sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte». Dante, Purgatorio, XXII, 67.

Certo, il Pil non misura la felicità delle nazioni e nemmeno contiene tutti gli indici di progresso e di declino meritevoli di attenzione. Amartyia Sen insiste, per esempio, sull’importanza di un criterio più flessibile proprio perché più relativo ai vari contesti come il tenore di vita.

Il motto della Banca mondiale che campeggia nel gigantesco, moderno e luccicante edificio è: Il nostro sogno è un mondo senza povertà.

I fatti di questi anni in Italia e nel mondo si stanno incaricando di affermare la falsità di questo motto.

La difficoltà di continuare a finanziare attraverso il prelievo fiscale una spesa sociale imponente e crescente, in un contesto di rigidità di bilancio stabilita a livello sovranazionale, pone dilemmi analoghi a tutte le società europee.

Come evitarlo?

Primo, promuovere politiche che riducano la frequenza e la virulenza delle bolle finanziarie e le fasi del declino; una riforma del sistema finanziario e monetario.

Secondo, bisognerebbe costruire una rete di sicurezza pubblica molto più ampia. Se si vuole che i lavoratori siano più flessibili e cambino spesso lavoro e carriera, i governi dovranno offrire loro maggiore sostegno sempre più incerte della disoccupazione. Quindi” flexicurity”, o flessicurezza, maggiori investimenti in istruzione, formazione e riqualificazione professionale, una rete di sicurezza costituita da sussidi di disoccupazione, piani di previdenza e sanità pubblica. Paradossalmente, per migliorare il funzionamento del libero mercato e consentire ai lavoratori di essere flessibili e mobili in una economia globale dove la “distruzione creatrice” è la norma, il governo dovrà assumere un ruolo maggiore e non minore.

La mia generazione è stata accompagnata da una lettera la M con tre declinazioni: Mestiere, Macchina e Moglie.

A questa nuova generazione noi dobbiamo consegnare tre lettere la L: Lavoro, la C: Casa, la F: Famiglia.

Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro dobbiamo declinarlo in una nuova prospettiva. Il nuovo sistema economico ha modificato il lavoro salariato legato alla fabbrica e alla catena di produzione.

Nella “polis greca” o nell’antica Roma essere liberi significava essere liberi dal lavoro. L’individuo non solo non era libero, ma non era considerato come membro della società. Il lavoro era inteso come schiavitù.

La moderna democrazia del lavoro deve coniugare la libertà attraverso il lavoro.

Cosa si intende per socialismo?

Socialismo è, nell’immaginario collettivo di certa sinistra, quasi una brutta parola. Si associa immediatamente alla stagione della “Milano da bere”, all’età di Craxi, all’alleanza con i cattolici, gli opportunisti del pentapartito. Eppure quel ventennio è stato una parentesi, invero temporalmente piccola, nella storia del socialismo italiano. Oggi, a distanza di anni, appare chiaro che c’è una differenza tra la “Milano da bere”, che comunque era cosmopolita e rappresentava un frammento d’Europa in una Italia, che aveva prestigio internazionale (vedi Sigonella), aveva superato il referendum sulla contingenza, era rappresentata dal Mady Italy nel mondo, anche se l’impresa industriale era ancora a livello familiare, e i deliri xenofobi della Lega Nord, o gli sproloqui del giullare nazionale del M5S.

Gli anni 80, visti dal 2013, visti a partire da Berlusconi, dal maggioritario fallito e trasformatosi in

occupazione della cosa pubblica, dalla gerontocrazia, dalla totale e trasversale crisi etica e morale

della classe politica, possono essere criticabili, ma hanno smesso di essere il demonio. Con Silvio Berlusconi, né è nato uno peggiore, il quale ha utilizzato il potere mediatico con gli sciocchi servi, ben remunerati, ha lavorato per distruggere una prospettiva liberalsocialista, riformista ed europea. Infatti, fin dagli anni di tangentopoli, la prospettiva berlusconiana è stata quella di distruggere il Partito socialista. L’ultimo capitolo della traversata ventennale finisce con il grande patto tra PD e PDL di fine Repubblica e con la decadenza da Senatore di Berlusconi.

La chiave di volta per riparlare di socialismo è propria questa; guardare alla totalità dei processi storici. Il metodo da utilizzare è quello ermeneutico della falsificabilità e del procedere per tentativi ed errori.

Il principio di tutto questo è non aver paura della nostra tradizione, né dei maestri che dividiamo con altri.

Il socialismo, vecchio stampo, deve, anche, liberarsi dalle dominanti culturali di fine secolo. La peggiore tra queste è la dialettica servo-padrone di Hegel. La dialettica servo-padrone è stata prima la colonna sonora del compromesso storico, poi il cemento materiale dell’inciucio tra cattolici e comunisti, che prosegue oggi sia nel Partito Democratico sia nella sua velleità di porsi al centro (esattamente come la vecchia DC) del panorama politico.

Nell’ultimo Consiglio Nazionale del PSI, prima delle elezioni politiche, si è indicato ai compagni l’ultimo miglio per la meta. Ma l’ultimo miglio è stato mancato per il gravissimo errore politico per la determinazione del Segretario nella mancata presentazione dell’autonoma candidatura alle primarie e la mancata presentazione della nostra lista con i nostri simboli del PSI, in apparentamento con il PD. Da punti di vista diversi, ci siamo impegnati, nelle varie elezioni amministrative. Nelle elezioni regionali in Sicilia, il Segretario si è assunto la responsabilità della decisione personale nel candidare a Presidente Crocetta e la partecipazione nella lista del Megafono, senza alcuna garanzia e ipotesi di quadro politico solo per tenere in piedi delle pseudo bandiere socialiste e sostenere candidature che servivano solo o per soddisfare ambizioni personali o per far salire sul taxi di un posto all’ARS. Il capitolo dell’attuale fase politica in Sicilia è uno scontro per bande tra il PD e il Megafono di Crocetta e nessuna espressione di esistenza socialista.

Ciò cosa significa? Che quella storia durata vent’anni va considerata per certi versi finita.

Un nuovo progetto e un obiettivo molto più grande della semplice esistenza o resistenza dobbiamo proporci.

Personalmente ritengo che gli elettori evitino i socialisti perché i socialisti non hanno saputo, in questi anni, offrire una nuova proposta politica appetibile. Subalterni a destra e a sinistra hanno disperso l’unico vero patrimonio che storicamente li ha caratterizzati: la capacità di leggere le trasformazioni economiche e sociali e di proporre e propugnare politiche riformatrici adeguate. Se ci consola, ci hanno permesso di nominare quattro Deputati e tre Senatori.

Il nostro obiettivo è quindi cambiare la direzione politica del Partito Socialista, per portarlo su posizioni critiche della deriva neocentrista del PD, e per ricostruire un rapporto di alleanza politica con tutte le forze disponibili, a partire da Sel alla luce della sua volontà di approdare al PSE, nel comune orizzonte del riferimento politico al Socialismo Europeo.

Il Partito deve riaggregare attorno al suo nuovo progetto politico tutto l’universo del socialismo italiano diffuso nel paese, sentendosi partecipe a tutti gli effetti di ogni movimento che si pone l’obiettivo di promuovere e far rinascere l’idea del socialismo in Italia.

A questo fine sarà utile dotarsi di una struttura a base federale del partito, trasformando la Direzione in un organismo i cui componenti sono in parte espressione a nomina diretta delle organizzazioni Regionali del Partito, ed in parte di nomina “centrale” designata direttamente al momento dell’elezione degli organismi da parte del congresso.

Seconda giornata sabato 30 novembre

Affollata seconda giornata del congresso socialista a Venezia con gli interventi dei delegati e quelli di alcuni ospiti.
Sul palco nella prima parte della mattinata anche il direttore dell’Avanti Mauro Del Bue.

Sintesi dell’intervento Mauro Del Bue

Siamo qui per risolvere il famoso dilemma di Amleto. Siamo qui per essere, per vivere, e progettare il futuro. Ma per essere dobbiamo potere affermare la nostra diversità. Come nel febbraio del 1957 proprio a Venezia, il PSI di Nenni sviluppò la sua autonomia politica, così oggi, ancora da Venezia, noi affermiamo la nostra volontà di esistere, cioè di fare, non per testardaggine o per abitudine, ma perché il nostro spazio non si è esaurito. Anzi pare oggi dischiudersi sia pure in forme nuove.

 La nostra proposta congressuale è l’unità dei socialisti europei, la presentazione di un’unica lista alle prossime elezioni europee. Questo è il tratto unificante delle tre mozioni, che invece si differenziano sul come essere socialisti in Italia e sul apporto col governo Letta. Francamente non penso che Pd e Sel accoglieranno la nostra proposta di unire le forze con un’unica lista del socialismo europeo alle prossime elezioni, anche se con noi voteranno Martin Schulz al vertice della Commissione.

 S’apre per noi alla luce di questa novità una nuova, vecchia questione. Essere solo socialisti europei e dunque dichiarare chiusa la nostra esperienza nel momento in cui altri sono ormai avviati a divenire quel che siamo sempre stati o continuare a essere, perché non siamo solo socialisti europei, ma anche e soprattutto socialisti italiani ed è col socialismo italiano che costoro dovrebbero confrontarsi. (…)

 La nostra scelta è chiara.
Noi siamo stati socialisti liberali. Io lo sono più che mai ancora oggi e credo che tra noi e gli altri partiti della sinistra restino almeno quattro questioni ancora non risolte, rispetto alle quali non è venuta meno la nostra diversità, rispetto alle quali non vale la nostra omologazione, quattro questioni richiamate nella nostra mozione e solo in essa, sulle quali concentro il mio intervento.

 La prima riguarda il giudizio su questo ventennio che noi abbiamo definito seconda repubblica mai nata  (…).

 Giudicare il ventennio della speranza smarrita per le nuove generazioni con oltre il 40 per cento di disoccupati, con la democrazia in soffitta, con il Parlamento dei nominati, i listini regionali dei raccomandati, popolato da finte igieniste dentali e da consiglieri specializzati in gite turistiche e hotel di lusso con cene a base di ostriche e champagne, con tesorieri che rubano nelle casse dei loro partiti e partiti che rubano la libertà ai loro iscritti. Il ventennio del dipietrismo col suo vate ispiratore scopertosi abile immobiliarista e ricco proprietario mentre noi senza soldi e potere e animati solo dalla nostra passione ci siamo rintanati nei sottoscala dei condomini di periferia per continuare a fare politica. ll ventennio del falso bipolarismo. Un bipolarismo in cui sono costretti a collocarsi i partiti italiani e che si sfalda sempre il giorno dopo le elezioni. Il bipolarismo truffa perchè si presenta in un modo agli elettori e in un altro in Parlamento. Un bipolarismo che è in default sia nella forma bastarda, italiana, sia nella forma classica di stampo europeo, soprattutto a causa della crisi che ha partorito dal suo seno forti movimenti di contestazione di destra, di sinistra e senza collocazione, che rendono meno distanti i partiti socialisti e popolari di quanto non lo siano entrambi da questi movimenti di contestazione radicale. Questo ventennio che appartiene anche al Pd, non ci appartiene. E prima si concluderà e più saremo contenti, non solo per noi, ma soprattutto per l’Italia.  (…)

Alla denuncia la proposta. Dobbiamo voltare pagina. Al più presto e in modo netto. Occorre un vero e proprio piano di risanamento e di rilancio di un paese in ginocchio, varare una nuova legge elettorale che io auspico dunque proporzionale di stampo tedesco e un rafforzamento del presidente, con partiti identitari di carattere europeo, con una proposta di unità politica ed economica dell’Europa non più schiava del folle rigore che scambia gli investimenti per spese e con banche al servizio delle imprese, con tasse ridotte sulle imprese e sul lavoro.  (…)

 Poi c’è un secondo versante che riguarda la libertà. Noi non possiamo delegare la libertà a un popolo che si è affidato a un partito senza libertà. Né possiamo accettare una sinistra che si è dimenticata delle libertà perché le considera di destra. In questo ventennio ha sostenuto e orientato lo scontro politico un duplice conflitto d’interesse. Quello di Berlusconi che ha mischiato politica e informazione, quello dei magistrati che hanno mischiato politica e giustizia. due conflitti d’interesse noi possiamo combatterli, siamo gli unici, assieme ai compagni radicali, che li possono combattere entrambi. Questo duplice conflitto d’interesse ha giustificato questo bipolarismo. Con una destra che ha visto solo il conflitto della magistratura e con una sinistra che ha visto solo quello di Berlusconi. Per di più quando hanno reciprocamente governato non hanno saputo e voluto risolvere il conflitto opposto. Quando ha governato il centro-destra non è stata varata alcuna riforma organica della giustiza, quando ha governato il centro-sinistra non si è partorita alcuna legge sul conflitto d’interesse d Berlusconi, come se il bipolarismo italiano vivesse di questa duplice illegalità, e da questa sola traesse la sua legittimazione. (…)

Noi dobbiamo ringraziare Enrico Buemi per le posizioni assunte sulla vicenda della decadenza di Berlusconi al Senato, sulla questione del voto segreto e anche sulla legge attorno ai presunti reati di negazionismo. I principi della tolleranza e del rispetto delle leggi e delle normative deve essere applicato anche a fronte degli avversari e delle teorie più ingiustificate e assurde. E così sul caso Cancellieri il partito, e in primis Riccardo Nencini, ha fatto bene ad esprimere una posizione contraria alle dimissioni. Sfidando le ire dei dimissionisti di professione, del giornale delle Procure “Il fatto quotidiano” (caso Tortora) e di Marco Travaglio, dal cui volto non traspare mai un minino cenno di umanità, di pietà, di tolleranza. Ma solo un sorriso acido e compiaciuto. E basta, compagni amici, del Pd con quella continuo ritornello che le sentenze non si giudicano, non si commentano. Pensate se avessimo fatto tutti così con Enzo Tortora. Riprendete la parola, esponetevi con noi in battaglie di libertà. (…)

 Un terzo versante è ancora rappresentato dalla laicità, dalla concezione dello stato che non può mai essere etico, fautore di principi non condivisi e imposti ad altri. Questo vale ancora per la questione riferita al fine vita ed un sincero, imperituro affetto noi dobbiamo esprimere ancora al nostro compagno Beppino Englaro per la sua battaglia che non è stata vinta, sulle leggi che riguardano le coppie di fatto, la fecondazione assistita, ma anche il principio dello ius soli, a fronte dei drammi della popolazione immigrata, delle continue Lampedusa che torturano le nostre coscienze, richiamate come vergogna da Papa Bergoglio.  (…)

Una quarta diversità, diciamo cosi di comportamento, riguarda la coerenza con la cultura del riformismo. Che è anche capacità di remare contro corrente, di sfidare spesso l’umore popolare. La politica riformista non la si fa con i sondaggi, ma con le idee, che possono trasformare i risultati dei sondaggi. Penso che nessuno dei leader di oggi avrebbe avuto il coraggio di sfidare e poi riformare i sondaggi ai tempi del taglio della scala mobile. Glielo avrebbero sconsigliato i Mannaheimer di turno. Oggi pare che il Pd sia ancora schiavo di questa cultura da piacioni, un po’ berlusconiana e un po’ cattocomunista.

 Oggi è tempo di coraggio. Lo è per il governo, l’unico governo possibile, altro che inseguire i grillini per un governo non del cambiamento ma del deragliamento, caro Bersani. E mi fanno ridere quei compagni che mi criticano perché sull’Avanti sostengo Letta e Napolitano. Sono con Martin Schulz che nella conferenza recentemente promossa dall’associazione di Pia Locatelli manifesta stima e consenso proprio a Letta e Napolitano. È nel momento in cui il governo delle larghe intese si trasforma nel governo delle piccole intese, con uno spostamento a sinistra del suo asse e con noi che rischiamo di diventare determinanti, che propongono le mozioni due e tre, di staccare la spina e di passare all’opposizione? Io penso invece che dobbiamo pretendere mai come adesso di entrare al governo e con una posizione non marginale.

Si aprono spazi di iniziativa intorno a noi, nel Pd si annuncia una singolare nemesi. Gli ex comunisti che non hanno voluto diventare socialisti nel 1989 oggi sono estromessi degli ex democristiani. Sembra la profezia di Ulrica nel Ballo in maschera di Verdi. Ti ucciderà il primo che ti darà la mano. Mai fidarsi delle mani dei democristiani. Lo diceva anche Gaber. Dall’altra parte si è consumata una divisione del partito che fu di Berlusconi e che rende possibile un governo al Paese con una maggioranza più esile, ma politicamente più compatta. Al centro si consuma nell’ira la divisone tra montiani e popolari, mentre nella Lega si prendono a schiaffi Bossi e Maroni. I grillini sono perennemente in preda al furore di un Grillo parlante, urlante, delirante, che espelle chi dissente, ispirato da una specie di Fantasma del lago di nome Casaleggio. C’è un terremoto politico segnalato alto nella Scala Mercalli. E noi che facciamo. Rispondiamo con Lucio Battisti. “Tu chiamale se vuoi tre mozioni”. Avremmo potuto presentarci diversamente, magari con una nostra lista alle elezioni? Forse si, l’avevo anche suggerito. Ma non è che coloro che invece fino all’ultimo hanno accettato di inserire candidature nelle liste del Pd e non hanno trovato la propria, oggi possono scoprirsi improvvisamente autonomisti. Vabbé.

Oggi serve una ricomposizione per andare avanti insieme. Questo è possibile e necessario. Votiamo tutti insieme Riccardo Nencini segretario del partito perché se lo merita. (…)

Noi non usiamo il dentifricio Clorodont, caro D’Alema, ma possiamo dire quel che vogliamo. Facciamolo sempre e ognuno faccia nella nostra comunità il suo dovere. Io sto tentando di farlo all’Avanti, una testata storica che ho l’onore di dirigere. Ognuno lo faccia dalla propria postazione. E porti il suo granello di sabbia. Che dobbiamo tirare addosso agli altri e non a noi stessi, come troppo spesso facciamo. E lo dico al popolo socialista di Facebook che scrive spesso solo per parlar male di se stesso, in un misto di autocommiserazione, masochismo e di frustrazione da inesistenza del PSI. Noi non possiamo rifare il Psi come l’abbiamo conosciuto. Vent’anni non sono bastati per farlo capire? Ma possiamo, dobbiamo rendere questo nostro drappello di donne e uomini appassionati a una storia, a un’identità, a una politica, un movimento politico attivo, combattivo, coraggioso. Che sa essere, che vuole esserci. Capace di allearsi con altri, ma di rimanere se stesso e di non avere troppa preoccupazione di perdere qualche poltrona quando si afferma la nostra identità. È molto più facile perdere le poltrone quando non si serve a nulla. Ecco tutto questo noi possiamo fare, tutto questo dobbiamo fare, questo dipende solo da noi. Dalla nostra intelligenza, dalla nostra creatività, e anche dalla nostra unità.
L’intervento integrale di Mauro Del Bue

IL SEGRETARIO UIL ANGELETTI
Il segretario del Uil è intervenuto al Congresso socialista con un’analisi lucida e molto dura sulla realtà italiana: “Il Paese si appresta a vivere una situazione in cui conoscerà una nuova virante della povertà: la miseria”.

Disoccupazione giovanile alle stelle,  l’unico paese dell’Ocse ancora in recessione, sono solo alcuni secondo il leader sindacale dei dati che danno l’idea della gravità della situazione alla quale “forse non siamo in grado di porre rimedio”. “Il governo di larghe intese ha fatto una legge id stabilita che, ad essere benevoli, e’ inutile e, in una situazione come questa, una politica economica inutile e’ estremamente dannosa perché mantiene la deriva sulla quale siamo incanalati”.

Angeletti afferma che, se siamo il Paese peggiore probabilmente abbiamo la classe dirigente peggiore che ha, tra le sue responsabilità più gravi, quella di “non porsi una drammatica domanda e cioè se questo sistema abbia uno cultura economica e sociale che la metta in grado di far uscire il Paese da questa condizione”

Il segretario generale del Uil ricorda che, in assenza di un approccio del genere, la sinistra italiana tende a ricreare attraverso “eventi” della aspettative su miracolose soluzioni che non verranno. Il riferimento e’ alle prossime primarie del PD. “I problemi dell’Italia devono essere risolti dagli italiani” ha detto Angeletti perché l’Italia e’ l’unico paese al mondo in cui “a causa di un sistema fiscale scandaloso, la media delle tasse pagate dagli imprenditori e’ inferiore alla media delle tasse agate dai dipendenti”.

Di fronte a questa realtà, Angeletti confuta le teorie populiste che accusano la Germania di egemonia: “La Germania e’ l’unico esempio di capitalismo industriale che e’ riuscito sconfiggere il capitalismo finanziario. I tedeschi, a differenza nostra, hanno capito che il produrre e il fare erano meglio della finanza”.

IL LEADER DI SEL, NICHI VENDOLA

Nichi Vendola strappa l’applauso del congresso socialista con un personale esame di coscienza: “Basta con i feticci. Per me che sono stato comunista dico che non è più possibile usare le menzogne a fin di bene, aspettando il sol dell’avvenire”. L’affermazione di Vendola verrà poi commentata da Nencini che appena terminato l’intervento, prende il microfono per ringraziare l’ospite: “Oggi Nichi ha smesso in discussione la sua storia personale lo ha fatto con noi, è una bella giornata”

Per tornare a Vendola, il leader di SEL aggiunge anche una considerazione per l’Europa: perché guardiamo alle elezioni europee con preoccupazione? Perché rischiamo di avere un parlamento contrario all’Europa. Siamo stati complici della costruzione della Europa come fortezza.

La parola riformismo è stata mistificata. Ci vorrebbe un riformismo audace capace di avanzare. Ci stiamo congedando da generazioni che hanno conosciuto la povertà. Le generazioni del dopoguerra l’hanno accantonata. Le nuove generazioni rischiano di conoscere la povertà di nuovo, sono incapaci di avere una prospettiva di futuro. “Dico no alla parabola guerrafondaia di Hollande. Trovo assurdo che sia il Papa, e non la sinistra, a criticare il liberismo. Io voglio portare in Europa un riformismo audace”.

Tocca solo a Papa Francesco criticare il liberismo selvaggio? Nessuno ha più rendite di posizione a sinistra, ma occorre ricostruire la credibilità di una sinistra in grado di intrecciare lavoro e libertà. Importante ridefinire il cammino che vogliamo compiere. Il terreno del Governo, quando diventa il terreno del trasformismo, è un terreno che ci condanna. Dove è il limite delle esperienze di Hollande, Obama, Dilma Rousseff. Occorre ricostruire delle idee forza in grado di riavviare un cammino.
Con il Governo Monti è stata sospesa la politica, anche la possibilità dell’analisi politica. Si sono create aspettative, poi disilluse: 40 percento di disoccupazione giovanile, si parla dell’uscita di Berlusconi dal Parlamento, per esorcizzare il berlusconismo che è dentro le viscere del mostro Paese. Occorre mettere la qualità della vita al centro della nostra azione. Occorre avere coraggio per guardare in faccia la nostra sconfitta, quando la gente più povera dice che siete tutti uguali,m siete tutti una razza. Si può sconfiggere il populismo solo ad una condizione: non blindarsi nei palazzi, ma tornare nei luoghi di formazione e di lavoro

Il leader di SEL prevede di incontrare prima di Natale il candidato del PSE alla Commissione Ue Martin Schulz. Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera di SEL, ha avuto incontri con vari dirigenti socialisti europei e rimane aperta la domanda di verificare con il PSE un possibile percorso di adesione. Lo stesso Vendola ha partecipato a Bruxelles a una riunione del comitato socialista delle regioni. Un tema che tornerà a gennaio uando SEL terrà il suo congresso. “Il socialismo europeo – dice Vendola – non è il mio approdo ideale. Mi interessa portare nel socialismo europeo un riformismo audace, di cui in Europa c’è molta carenza. La crescita dei neonazisti in tutta Europa è un termometro che misura la febbre di una società impaurita e impoverita. Bisogna dire no alla subalternità al liberismo, o la politica affronta i temi sociali oppure i veleni penetreranno nel corpo europeo”.

Vendola  rimprovera poi il PSI di avere tolto dal proprio simbolo la falce e il martello: “Lo faceste per intercettare il ceto medio e la borghesia. Ma oggi la crisi e l’impoverimento stanno facendo saltare i corpi intermedi della società. In Italia c’è un milione di bambini che vivono nella povertà assoluta”. “Noi possiamo sconfiggere il populismo se non ci chiudiamo nei palazzi. La sinistra deve intrecciare il lavoro e la libertà. Il riformismo non è resa. Il riformismo sono Di Vittorio e Di Vagno.

Paolo Nasso
“Il Psi è assolutamente contrario a questa ulteriore svendita di un bene nazionale”. Lo ha detto Paolo Nasso intervenendo dal placo del Congresso a proposito dell’ipotesi di una privatizzazione della Rai. “Della Rai si può dire tutto – ha spiegato – ma resta comunque la maggiore azienda culturale del PaeseLa Rai “deve essere liberata dal controllo diretto dei partiti, cambiando la legge che ne determina l’assetto azionario e i criteri di nomina, ma deve continuare a rappresentare le grandi correnti politiche, sociali, religiose dei padri costituenti, nel rispetto dello spirito e degli intenti con i quali fu scritta la Costituzione a garanzia della libertà di espressione”. “Propongo che ad ogni abbonato sia riconosciuto in assemblea lo stesso diritto di un’azionista” perché solo così i cittadini potranno avere un ruolo nella riforma del servizio pubblico.

Angelo Sollazzo
Occorre ridare alla politica la nobiltà che le compete e, dopo il fallimento del comunismo e del capitalismo senza regole, ritornare alle culture politiche escludendo quelle chiaramente fallimentari. Chi pensa di inventarsi nuove sigle fa finta di non ricordare il fallimento della Rosa nel Pugno e di trascurare il travaglio che sta vivendo il PD. Bisogna invece riunire tutti coloro che si richiamano realmente alla sinistra riformista che oggi non può che essere una promanazione del socialismo europeo. Pensare di coinvolgere di nuovo i radicali, ormai con numeri inferiori ai nostri, i liberali e laici, inesistenti e svaporati, improbabili Circoli e associazioni non ben individuati, significa essere velleitari e rinunciare al nostro ideale forte e vincente in Europa e nel mondo.

Non possiamo fare politica con le solite trovate che poi lasciano il tempo che trovano. Un’invenzione al giorno non toglie il medico di torno, ma crea confusione e sconcerto quando invece abbiamo la nostra stella polare che potrebbe tornare a brillare senza mutuare alcunché da altri. (…)

Avevamo, infine un’occasione storica, dovuta alla legge elettorale detta porcellum. Si poteva cioè, dopo tanti anni, eleggere sotto le nostre vere insegne un gruppo nutrito di parlamentari socialisti. Si è scelto di imboscarsi nelle liste del PD, partito in crisi perché senza identità, garantendo qualche amico, ma perdendo una grande occasione. Ciò che non si comprende è il fatto che nessuno si assume la responsabilità delle disfatte, come se fosse dovuto il tutto al destino cinico e baro. Boselli dopo la cocente sconfitta che ridusse il PSI allo 0,9%, con dignità fece un passo indietro. Oggi che siamo allo 0,5%, e forse meno, nulla si muove, coem se le colpe fossero di altri e il Congresso, che si sarebbe dovuto celebrare un anno fa, viene spostato all’autunno.

Roberto Biscardini
Basta primum vivere. Ieri Riccardo Nencini nel suo intervento ha fatto un elenco lunghissimo di cose da fare. Una sorta di shopping list del socialismo italiano che richiederà anni per essere portata a termine. Qual è l’idea forza di questa shopping list come identità dei socialisti per il futuro? Forse manca un sintesi. Io ho cercato di immaginarla e sono tornato indietro nella storia per andare a leggere le ragioni per cui i socialisti perché nacquero 120 anni fa: la prima era costruire uno Stato che fosse garanzia di libertà per tutti, democratico, giusto; invece noi oggi abbiamo la vera questione che dovremmo porci è l’efficienza dello Stato per dare risposte ai cittadini. Se lo Stato non funziona non ci sono riforme che tengano.

Questo congresso ha discusso anche di noi stessi e ho sentito qualcuno lamentarsene. Ma non è un delitto parlare del partito. Non sono d’accordo col segretario con la sua linea politica. Il partito dovrebbe rendere conciliabili due cose che non sono conciliabili: il socialismo europeo e l’appoggio acritico al governo Letta. Non possiamo essere acquiescenti col governo e essere socialisti perché questo governo non può dare risposte alle domande del socialismo.

Costruiamo dal partito per iniziativa del partito un movimento socialista per dare vita a riforme socialdemocratiche importanti. Basta con questa adesione acritica al governo; misuriamo il nostro appoggio in Parlamento in base a quello che il governo può fare. Diamoci appuntamenti concreti.

Come affronteremo per esempio l’appuntamento elettorale europeo? Io credo che ci siano spazi per proporre una lista socialista alle elezioni europee che non è una lista del PSI, ma una lista ‘socialista’, di proposte socialiste. Dobbiamo lavorare per un grande progetto di cambiamento della società. Lo status quo è il declino del partito.

Oreste Pastorelli
«Organizzare una politica socialista che sia immediatamente riconoscibile agli occhi dei cittadini e degli elettori». Così il deputato socialista e tesoriere del Partito, Oreste Pastorelli, ha esordito nel suo intervento al 3* Congresso Socialista di Venezia. Pastorelli ha ricordato che l’impegno per il prossimo futuro, «è quello di creare uno spazio politico che renda il PSI immediatamente riconoscibile», facendo proprie «battaglie che siano capaci di migliorare la vita dei singoli, dei cittadini, dei piccoli imprenditori e di tanti giovani che aspettano solo un’occasione per essere messi alla prova e dare un possibilità di crescita al Paese». Di fronte a questa realtà, sottolinea il deputato socialista, «senza dubbio uno dei temi su cui battersi è quello dell’ambiente. Ambiente inteso come quel complesso di fattori che riguardano il territorio, l’economia, la cultura e la visione del futuro del nostro Paese». Parole alle quali ha fatto eco l’intervento del segretario generale della CGIL, Susanna Camuso, che ha parlato di «ambiente e territorio» come delle «più importanti risorse del nostro Paese». In riferimento agli ultimi disastri ambientali che hanno interessato la Sardegna, infatti, Camusso ha posto anche il problema della relazione tra ambiente e occupazione: «Quanto costa riparare il territorio invece di dare lavoro a tanti giovani senza più dover affrontare periodicamente spese straordinarie oltre che un pesante costo di vite umane?” si chiedeva retoricamente il segretario generale della CGIL.

In quest’ottica, Pastorelli ha ricordato l’importanza di «raccogliere la sfida posta dalla salvaguardia dell’ambiente attraverso politiche volte a favorire la “green economy”» sottolineando come si tratti di «un’economia del know-how e della conoscenza che non si limita, per tanto, al mero settore agricolo, ma innesta processi virtuosi per l’intero sistema-paese, una trasformazione economica, ma anche culturale».

Pastorelli ha concluso ribadendo che «ci troviamo in una fase storica di transizione che ha cambiato inesorabilmente i paradigmi tradizionali e che ci obbliga a ridefinire le priorità e le strategie».

IL SEGRETARIO CGIL, SUSANNA CAMUSSO

«Partire dalla patrimoniale per uscire dalla crisi». Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, intervenuta al 3* congresso socialista non ha dubbi sulla necessità per la politica di «tornare a fare delle scelte, anche forti». Tra queste, quella della patrimoniale proposta dal segretario Nencini, secondo Camusso è centrale perché «vi è un’imprescindibile necessità di ridistribuire la ricchezza, investendo verso il basso». IL segretario CGIL ha parlato del rischio che l’impoverimento faccia crescere la rabbia, soprattutto perché, «nella stagione in cui bisognerebbe abbandonare finanziarizzazione dell’economia, ci si inventa la finanziarizzazione achimistica della Banca d’Italia, un vero e proprio pericolo per le Istituzioni». «Stiamo diventando l’Italia del rancore», ribadendo che «come Cgil abbiamo proposto in tempi non sospetti che quello era il terreno, così come lo è quello dell’equilibrio nella tassazione delle rendite finanziarie».
“L’unica cosa seria sarebbe rimettere l’Imu. Che serietà ha un Paese che in pochi anni toglie e mette l’Imu 6 volte?” e sulla patrimoniale aggiunge: “La Cgil l’ha proposta in tempi non sospetti”.


Bobo Craxi
La politica fa oggi fatica a rispondere alla crisi. Questo Congresso socialista non può non risentire l’eco di una preoccupazione più forte e più fondata circa lo stato della nostra economia, della nostra democrazia e le condizioni generali del Paese in cui viviamo e in cui si esercita la nostra lotta politica. Una crisi così prolungata non può non essere valutata e giudicata per quello che è, in un contesto più ampio di crisi economica di tutto l’occidente in cui, tuttavia, salta agli occhi il caso italiano, che sottolinea in modo eloquente una crisi della classe dirigente di questi ultimi venti anni, economica, politica e sociale.

Per questa ragione, e non per altre la figura istituzionale del capo dello Stato è l’ultimo filo che lega la democrazia alla realtà italiana, l’ultimo filo logorato che cuce il rapporto fra democrazia e pace sociale, in attesa che si formino classi dirigenti diffuse e partiti omogenei e democratici e non personali, leaderistici, flessibili o ‘virtuali’ in rete”.

Fa impressione avere un’Europa dei burocrati e dei banchieri, un’Europa di nuovo dominata dalla supremazia germanica. Avremmo invece bisogni di un’altra Europa, Di un’Europa che parli con una voce unica e che si occupi e risolva i problemi dei suoi cittadini, che superi l’odioso parametro del 3% per fronteggiare sul serio la crisi.

Ci sono state prima del congresso discussioni tra di noi. È vero che possiamo dire oggi che il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno, ma dobbiamo riconoscere i nostri errori, errori di tutti come ad esempio quella di negare ai socialisti la possibilità di partecipare col loro simbolo alle elezioni, di partecipare alle primarie. Errori politici e l’unico rimedio che può esserci è solo uello di non ripeterli più. Per questo penserei anche a preparare la nostra partecipazione alle eventuali primarie del centrosinistra.

Approfittiamo del prossimo Congresso del PSE per chiedergli di sovrintendere alla ricostruzione del perimetro socialista in Italia. Progettiamo una lista unica del socialismo europeo che faccia riferimento nel nostro Paese al socialismo, quel socialismo fondato nel 1892.

 Il testo integrale dell’intervento di Bobo Craxi

Claudio Martelli: ricostituire l’unità socialista

Una platea silenziosa ed attenta ha ascoltato l’intervento di Claudio Martelli al congresso socialista. Innanzitutto il tema del rapporto tra politica e giustizia. Rapporto tossico tra una parte, politicizzata, della magistratura, e una parte, non la migliore, della politica. Già Norberto Bobbio, in un libro dal titolo Teoria della giustizia, metteva in guardia dal rischio di confondere l’idea di giustizia da quella di legalità. Se per legalità si intende l’immutabilità della legge, allora commetteremmo un’ingiustizia. La tensione dialettica tra legalità e giustizia deve sempre vivere, nell’interesse proprio della giustizia. Bisogna evitare sconfinamenti tra politica e giustizia. Ma mentre non ci sono sconfinamenti della politica nella giustizia, in passato ci sono stati straripamenti della giustizia nella politica. Lo scudo, predisposto dai padri costituenti, fu travolto nel 1993. Ora, quello che avvenne, viene riconsiderato alla luce della storia recente del nostro Paese.
Martelli ricorda anche il ruolo da protagonista che ebbe nell’approvazione deI regime carcerario duro, cosiddetto del 41-bis. Non si tratta di uno strumento di tortura ma è l’isolamento dei criminali per evitare che dalle carceri possano continuare ad esercitare il comando all’esterno ed impedire che nelle carceri possano sopraffare gli altri detenuti o ricattare i secondini. Questa misura si è rivelata fondamentale per contrastare e debellare la parte più sanguinosa della mafia.
Martelli non si è sottratto ad una disamina della situazione attuale. E’ vero che ci muoviamo oggi in un paese impoverito, incattivito e risentito e questo forse è il sintomo più grave della crisi italiana. Ma a volte si assiste a passeggiate sulle nuvole, come quelle di chi vuole uscire dall’Euro. Occorre affrontare i problemi in modo costruttivo e razionale, ma non possiamo scaricare le nostre responsabilità sull’Europa. La Germania è cambiata in pochi anni, grazie innanzitutto ai socialdemocratici tedeschi, che hanno sciolto alcuni nodi che impedivano lo sviluppo del loro Paese, anche a costo della popolarità del loro Partito. Le leve del successo tedesco sono state la contrazione della spesa pubblica, compresi salari e pensioni del comparto pubblico, e l’aumento delle ore di lavoro settimanali. Se la Germania è riuscita a ripartire solo adottando queste misure, noi italiani dobbiamo chiederci come potremmo riuscirci senza adottare un percorso simile. I sindacati italiani dovrebbero agevolare questo percorso, anche alla luce dei tanti giovani disoccupati e non ridursi ad un ruolo semplicemente conservatore.
Occorre anche combattere l’evasione, incrociando i dati. Perché non si fa in Italia? Ma soprattutto è necessario rimettere in moto il meccanismo di sviluppo. Martelli non crede che il governo attuale e quelli precedenti abbiano fatto tutto quanto era in loro potere. Quando nel 1983 l’Italia era sull’orlo del baratro, con un tasso di inflazione del 17 percento, una disoccupazione di massa ed un tasso di evasione confrontabile con quella odierna, i socialisti affrontarono con spirito riformista il tema della scala mobile. In quattro anni l’inflazione passò dal 17 al 4 percento e l’Italia conquistò la tripla AAA. Dunque anche oggi esiste lo spazio per una azione riformatrice risoluta. Questo è un grande tema di discussione, non solo di sinistra.
Quali le prospettive politiche ed il ruolo del socialismo oggi? A fine Ottocento, quando si trattò di scegliere tra Partito democratico interclassista o Partito socialista classista, si optò per la seconda, per la paura degli anarchici. Oggi al posto degli anarchici ci sono i grillini. Poco sembra essere cambiato. Sostiene Martelli: “Non mi dispiace la carica di adrenalina di Renzi, ma mi interessa capire se Renzi vuole essere un Blair o qualcuno che galoppa tra comizi e talk show, se vuole impersonare un nuovo Schroeder oppure la controfigura di un vecchio democristiano”. Poi continua: “Questo congresso potrebbe essere qualcosa di importante se cominciasse ad essere la fine della diaspora socialista”. E’ dunque fondamentale ricostituire l’unità delle varie esperienze socialiste. Occorre ricostruire città per città, paese per paese, la comunità socialista, che può spiegare ancora una forza straordinaria. Occorre essere portatori di alcune idee forza e di una visione geopolitica dell’avvenire. A livello internazionale, spaventa l’apertura della Germania troppo ad est e la rinascita dell’impero sovietico, anche se si chiama Russia. E’ questo che bisogna contrastare. Al contrario di quanto generalmente si pensa, gli Stati Uniti non sono finiti, per fortuna loro e nostra. Va preservata la solidarietà fra Europa e USA e bisogna lavorare per creare un sistema monetario comune fra l’Euro ed il Dollaro. Bisogna rimodulare l’Unione Europea, che ha bisogno di nuove idee e nuove responsabilità, ma l’Europa non sarà credibile se non sarà in grado di provvedere alla propria sicurezza. Basta osservare l’incapacità di creare una forza di pronto intervento comune, l’atteggiamento nei confronti degli immigrati, la rinascita dei populismi. Ma il populismo è un sintomo, il male è la saturazione delle conquiste europee, per cui ci si sente satolli.
Martelli conclude: “oggi si può iniziare uno sforzo generoso di ricomposizione, di dialogo, di ricostruzione di questa comunità socialista, aprendo innanzitutto agli interlocutori più affini, come quelli che nel PD condividono un senso di responsabilità comuni”. Riformare e far progredire, questo vuol dire essere socialisti oggi.

Ugo Intini (sintesi)
Nello slogan c’è  già la risposta alla domanda che sta nel cuore dei  compagni. “Serve un piccolo partito socialista?”. La radice nel tempo è la storia gloriosa del socialismo democratico. La radice nello spazio è la famiglia socialista internazionale. Stiamo parlando non del passato, ma del congresso del PD. Senza radici, un partito diventa una foglia al vento delle mode del momento. E dei personalismi. Una foglia al vento che rischia di finire nel precipizio.

La cancellazione della storia provoca l’analfabetismo politico. Grazie a voi e al compagno Mauro Del Bue.

La verità.”Le sole conquiste durature sono quelle che saranno costruite non sulla furberia, ma sulla verità”. Il ventennio è giunto alla resa dei conti finale, come il fascismo. E’ giunto alla “Italia del rancore”, come diceva la compagna Camusso.

Il ventennio perduto è nato non sulla verità, come l’Italia della ricostruzione, opera dei partiti democratici. Sulla menzogna che ha indicato quegli stessi partiti democratici come partiti di ladri e basta. I partiti sono stati distrutti. Siamo arrivati al punto che gli amministratori dei partiti rubano ai loro partiti.

Hanno fatto credere a una generazione di italiani che i governi di socialisti, democristiani e laici fossero stati delegittimati dal voto popolare già alla vigilia della rivoluzione di Mani Pulite. Il governatore della Banca d’Italia, nel 1946, fotografava a Nenni la realtà.“Pagare meno, pagare tutti- dicevano i vecchi socialisti. La crisi della giustizia. Lo scontro con una parte della magistratura non lo ha inventato Craxi. La magistratura italiana svolge ormai la funzione dei militari turchi o egiziani. A Istanbul, come al Cairo, come a Roma.

I padri della sinistra, nel 1953, hanno fatto le barricate (letteralmente), ci sono stati i morti nelle strade, perché i democristiani centristi volevano la legge truffa. Ma quelli rispetto ai bipolaristi di oggi erano dei gentiluomini in guanti bianchi. Si può rinunciare al proporzionale? Si, certo. In nome della stabilità e della governabilità. L’Italia ci ha rinunciato sino alla violazione dei principi di democrazia costituzionale, come spero sarà tra breve decretato dalla Corte Costituzionale stessa. L’Italia ha rinunciato al proporzionale più di qualunque altra democrazia. E’ fallito perché in tutti i sistemi bipolari normali, all’interno dei due poli, l’area dell’estremismo e della irrazionalità è ininfluente. Avventurieri. Avventurieri e irresponsabili. Socialisti e democristiani, i pilastri della sinistra e del centro, si sono alleati in Germania nonostante le loro forti e diverse identità. L’ho ripetuto al congresso di Montecatini del 2008, quando per questo potevo essere considerato al di fuori della realtà. “ Il meglio della sinistra e il meglio del centro –dicevo- devono trovare una intesa. I quali stanno sia nella sinistra sia nella destra. I falchi alla Santanchè e i falchi del PD. Vogliono correre il più presto possibile alla roulette del Porcellum e tentare il colpo grosso. Parlando sin qui dell’Italia, ho lasciato da parte i temi della grande politica. Nella politica, come nella musica, i tempi sono decisivi. Nenni ricordava sempre: “la politica è l’arte del possibile”. Senza i partiti non c’è democrazia. Applaudendo, ad esempio, l’assemblea dei giovani imprenditori, ovvero dei figli degli imprenditori. Nascosta dalla grande stampa, ovvero dai giornali degli imprenditori e dei loro figli. La grande politica, la politica vera, deve tornare. Lo diceva Turati nel 1896(1896!): abbiamo bisogno degli Stati Uniti d’Europa. Parafrasando lo slogan del congresso socialista del 1947 si può aggiungere: “Non c’Europa senza politica, non c’è politica senza Europa”.

La grande politica deve indicare la battaglia epocale, la battaglia epocale, che attende una nuova generazione di socialisti. Martelli ne parlava poco fa’. I socialisti che sono cresciuti allo stesso modo, evidentemente, la pensano sul futuro allo stesso modo. I nostri nonni socialisti hanno combattuto i padroni delle ferriere all’inizio del ‘900. Ma la casta (quella si, non quella politica) dei finanzieri senza frontiere è molto peggio. Loro, i padroni delle ferriere, credevano nell’etica del lavoro. Una ricchezza immane rubata a noi e nascosta dai moderni pirati nelle isole del tesoro degli anni ‘2000. Loro (i padroni del ‘900) scommettevano sullo sviluppo e sulla conseguente crescita della Borsa. Come si è persa la bussola del buon senso e della morale comune? Si è persa perché, finita la terza guerra mondiale tra Est e Ovest, la destra ha puntato non più soltanto sullo Stato minimo, ma sulla politica minima, sulla privatizzazione della politica. Se ci fossero stati la politica e i partiti con la P maiuscola avrebbero arginato il liberismo sfrenato. La sinistra italiana senza identità è caduta in pieno nella trappola, si è associata al coro della antipolitica e ha tagliato così il ramo sul quale sedeva. Purtroppo, anche sul tema del cuore, la sinistra italiana costituisce un caso unico al mondo. E’ l’unica, assolutamente l’unica, dove i militanti non si chiamano compagni.

 L’intervento integrale di Ugo Intini

Massimo Cingolani 
Ringrazio per l’opportunità concessa di esprimersi di fronte al Congresso. Vorrei approfittare dell’occasione per fare una proposta politica. La politica deve fissare gli obiettivi. Se non lo fa, lascia spazio alla tecnocrazia, come ha fatto negli ultimi anni. Questa proposta politica è basata su un’analisi critica della sinistra e del socialismo europeo, ma anche della sinistra e del socialismo italiano. Una critica che deve essere anche un’autocritica, poiché arrivati al sesto anno di crisi economica e finanziaria con Grillo che prende 20-25% del consenso, un po’ di autocritica bisogna farla.

Comincio con l’esporre la parte critica della mia analisi.

a) Nel dopoguerra menti brillanti e persone di buona volontà sono riuscite a creare un ambiente politico economico e sociale favorevole alla crescita, al progresso politico e sociale, in un contesto in cui le diseguaglianze di reddito si sono ridotte. Questo periodo, che il sociologo ed economista francese Jean Fourastié ha definito le “trente glorieuses” (il trentennio di gloria) è stato caratterizzato da un aumento del ruolo dello Stato nell’economia, che è stato possibile grazie alla presa di coscienza raggiunta attraverso l’analisi di Keynes e di altri grandi economisti, che un’economia capitalista, per generare crescita stabile, ha bisogno di un intervento stabilizzatore ad essa esterno. Questo non è il ruolo che si è dato alla spesa pubblica nelle politiche di stop and go di breve termine, vera e propria caricatura dell’analisi keynesiana, ma un ruolo di lungo periodo dello Stato nella “socializzazione degli investimenti”, che è, in effetti, una delle poche proposte di politica economica che si possono trovare nella Teoria Generale e che riguarda il lungo periodo, non il breve termine. Keynes pensava che per stabilizzare un’economia capitalista, almeno i due terzi dell’investimento debbano essere indirizzati o controllati direttamente o indirettamente dallo Stato. Questa massa critica di spesa pubblica avrebbe permesso di stabilizzare le aspettative a lungo termine del settore privato, e generare così, essenzialmente attraverso il miglioramento delle aspettative di breve termine, una crescita grazie alla quale si sarebbe potuto poi riassorbire il deficit di bilancio generato dall’incremento della spesa pubblica stessa. Queste idee sono state seguite e hanno generato il trentennio di crescita che Fourastié ha chiamato il trentennio glorioso.

b) A questo trentennio glorioso è succeduto un altro trentennio che un economista francese di destra, Savarez, ha chiamato il periodo delle “trente piteuses”, cioè il trentennio pietoso. In questo trentennio si è affermato il trionfo politico della destra conservatrice. E’ un periodo che ha coinciso anche con una politica sistematica di contenimento e di regressione del ruolo economico dello Stato. In Italia è coinciso anche con la sostanziale scomparsa del Partito Socialista e di qualsiasi forza politica che si rifacesse fondamentalmente ai principi del socialismo europeo. La sinistra europea, traumatizzata dalla caduta del muro di Berlino, ha inseguito la destra nella corsa alle privatizzazioni e alla riduzione del ruolo dello Stato. Al termine di questi trent’anni pietosi è ora di fare autocritica e riconoscere le responsabilità della sinistra nell’aver contribuito, aderendo in maniera acritica alle ricette economiche della destra, a scatenare la più grande crisi economica dopo quella del 1929.

E qui termino la parte critica e vengo alla proposta.

Oggi il Partito Socialista Italiano si può fare portatore di alcune idee che possono contribuire a rinnovare la sinistra italiana ed europea, se riconosce che in un quadro globalizzato, e dopo trent’anni di politiche neoliberistiche, l’unica possibile uscita dalla crisi “dall’alto” proviene da un cambiamento nelle politiche europee che deve essere proposto e realizzato dal gruppo socialista europeo. Il PSI può proporre al PSE i seguenti obiettivi che enuncio sotto forma di slogan, ma che possono essere sviluppati in un’articolata analisi economica.

1) Nazionalizzazione dell’Euro: questo è un passo necessario per porre termine alle politiche di austerità. Non tutti lo sanno, ma l’Euro è l’unica moneta al mondo per la quale il privilegio di creare liquidità (incluso quindi il signoraggio) è stato concesso, sotto forma di monopolio, al settore privato. Deve essere possibile invece utilizzare l’Euro per conseguire obiettivi di politica economica pubblica, che, nell’ambito dei vincoli imposto dai trattati esistenti, significa permettere la creazione di un deficit di bilancio europeo che contrasti e superi la necessaria riduzione dei deficit di bilancio nazionali. Quest’ultima resta ovviamente necessaria in un’evoluzione verso una qualche forma di federalismo europeo.

2) Ripristino dell’obiettivo di piena occupazione: i socialisti europei devono chiedere che si adotti come uno dei cardini della politica economica europea l’obiettivo di piena occupazione, altrimenti i meccanismi esistenti determinano una politica che genera disoccupazione e alimenta gli estremismi di destra e di sinistra. Tra parentesi in questo campo si può argomentare che i governi europei violano sia la Carta dei Diritti dell’Uomo che la Carta delle Nazioni Unite e quindi potrebbero essere chiamati a rispondere delle loro inadempienze di fronte alle rispettive Corti.

3) Riduzione dei tassi d’interesse sotto alla crescita del PIL: attraverso la realizzazione dei due primi obiettivi, è possibile conseguire il terzo che è il più importante. Permettere che i tassi d’interesse nominali a lungo termine scendano sotto il tasso di crescita nominale del PIL per alcuni anni, una condizione che garantisce un aggiustamento automatico e indolore del rapporto debito pubblico su PIL e crea il cosiddetto “spazio fiscale” (espressione impropria ma in uso nel gergo tecnocratico internazionale) per politiche economiche, industriali, sociali e ambientali, di cui si ha urgente bisogno.

Un’altra politica è possibile, i socialisti europei non lo sanno, i conservatori sì. Auspichiamo che il PSI colga l’occasione di rendersi visibile all’opinione pubblica italiana chiedendo semplicemente che questi obiettivi politici siano adottati e perseguiti con determinazione dalla sinistra italiana ed europea. Grazie per l’attenzione.

Massimo Cingolani

PRIMA GIORNATA venerdi 29 novembre
La relazione di apertura di Riccardo Nencini: diamo vita all’Alleanza del Fare

Il mondo è cambiato. Al Terzo Plenum del 18° Comitato Centrale del P.C. Cinese, dopo quattro giorni di conclave segreto, i mandarini hanno deliberato: ‘Deciderà il mercato’.

La Cina si affida al capitalismo dei falansteri, primordiale e senza diritti, proprio mentre l’Occidente ripensa il rapporto tra mercato e democrazia e tenta di porre un freno al predominio della finanza fissando regole più stringenti.

E’ solo l’ultimo salto della vertigine.

Può accadere che la storia provochi discontinuità nelle consuetudini sociali e nei tradizionali assetti di potere. Un tempo erano le guerre a rovesciare i regimi e sulla bocca dei cannoni viaggiavano la morte e la civiltà. Oggi sono la complessità e il turbocapitalismo a generare lutti e a ridicolizzare il potere pubblico proprio nell’anno in cui si celebrano i cinquecento anni del ‘Principe’, il manuale della ragion di stato e della esaltazione della politica.

Il mondo è cambiato e non sempre la politica, affogata com’è nel presente e deficitaria della prima delle virtù – lo strabismo -, riesce ad annusare in anticipo il vento come i buoni marinai interpretavano i cieli.

La sinistra non fa eccezione.

Slavoj Zizek ha bollato in pagine di fuoco questa deficienza: ‘La sinistra manca di visione globale e non ha uno straccio di programma alternativo alla spesa pubblica’.

Ovunque si voti in Europa, la sinistra riformista non rappresenta che ¼ degli elettori, tra il 25% e il 30% dei votanti. Troppo poco per governare con successo.

Questa stessa riflessione ha coinvolto i candidati alla segreteria del PD.

Noi non fischiamo nessuno ma tifiamo per chi sposa l’eresia e non si accontenta di sbirciare nei sacri testi per rispolverare soluzioni antiquate ai drammi moderni.

Non si tratta di un racconto diverso da quello già scritto a cavallo tra anni ’70 e anni ’80. Ciclicamente, lo scontro tra conservatori e innovatori si acutizza. Non parlerò di noi, che eravamo tifosi. Cito Francesco Piccolo, scrittore, sceneggiatore e comunista, in libreria con ‘ Il desiderio di essere come tutti’. Quando la sinistra perde la colpa è degli italiani. E prosegue: dalla parte giusta, sulla scala mobile, c’era Craxi e non Berlinguer. La parte giusta era salvare la vita di Moro, scommettere sul riformismo moderno, realizzare la ‘Grande riforma’. Da quella parte c’erano i socialisti e non Berlinguer. E sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri.

Piccolo Francesco, Caserta, 1964. Non Riccardo Nencini, Firenze, 1959.

Le cause maggiori del cambiamento ruotano attorno alla globalizzazione economica, all’invecchiamento demografico, alle biotecnologie e all’esaurimento delle risorse pubbliche.

Quattro sono i nodi che la sinistra europea affronta con l’ondivaga incertezza di chi teme di tradire il suo passato pur sapendo che le società contemporanee con quel passato sono in conflitto. Questioni pesanti che il Novecento non ha conosciuto.

– Povertà di ritorno

– Rapporto tra migranti e sicurezza

– Welfare senza spesa pubblica e senza crescita

– Disagio crescente della democrazia rappresentativa.

Quattro nodi che si ingigantiscono in Italia perché si mescolano a deficit strutturali e ad un eccesso di rigorismo, senza tacere l’errore di chi scambia la stabilità con il mare calmo quando invece ci sarebbe bisogno di un passo più veloce e di una missione più audace. E invece viviamo ancora nel dominio dello stato di sopravvivenza

La società civile è in ombra, ferita dall’antipolitica che ha promosso e accarezzato assieme a diversi quotidiani– al popolo dei girotondi si sono sostituiti i cortei antagonisti e l’astensionismo non si piega –, c’è vuoto di classe politica e carenza di leadership collettive e si profila una società accidiosa, dedita a mille furbizie, spesso necessarie per arrivare a fine mese.

Una società malcontenta dove l’impoverimento del ceto medio – il ‘mediano’ del centrocampo italiano, Lodetti per i milanisti, Furino per i bianconeri – ha allargato le disuguaglianze e rotto la coesione sociale.

D’altra parte, in uno stato dove i dipendenti dichiarano più dei loro datori di lavoro, c’è più di una cosa che non va.

– Disoccupazione che cresce su base annua di oltre il 16%.

– Peso del fisco al 44.3% (nel 1986=36.9%).

‘Meno male che Silvio c’è’ promette nel 2001 di abbassare la pressione al 38% e invece si sale al 42%. Nel 2008 promette di nuovo di scendere al 40% e invece si risale al 44.5%. Numeri non opinioni.

– 2008/2013: scomparse 400.000 partite IVA tra artigiani, commercianti e agricoltori, un popolo che non gode di indennità di disoccupazione, di mobilità né di cassa integrazione. Vogliamo occuparcene o li consegniamo alla protesta perpetua?

– Cresce l’evasione fiscale – 182 miliardi in meno per l’erario nel 2012 – ma scaviamo per vedere dove alligna. La fetta più grande (43%9 ) prospera nell’economia criminale, il 20% nel sommerso ( il 21% del PIL), poi vengono le società di capitali e le big company (33%). I ‘mancati scontrini’ rappresentano il 4% del totale.

Economia di sopravvivenza, è stato detto, e c’è del vero.

Guardare la luna e non il dito che indica la luna.

– Raddoppiati i poveri, oggi quasi 5 milioni, e dilatata la povertà relativa, di casa per 9.5 milioni di cittadini, soprattutto giovani, anziani, maschi divorziati.

O la sinistra viene meno alla sua funzione o non può rinunciare a combattere l’apartheid della disuguaglianza.

Fino agli anni ’90, giustizia sociale significava compensare le disparità indotte dal mercato, oggi invece si pensa a rendere equo il funzionamento del mercato. Un mondo giusto è quello dove il mercato risponde a regole certe e in cui ciascuno viene remunerato secondo merito. Una rarità.

Consentire la maggiore uguaglianza possibile al cancello di partenza per spostare l’attenzione dai risultati alle opportunità, alle chance di vita, per promuovere dignità e mobilità sociale, questo è il dovere dei riformisti.

Punto di riferimento deve essere l’intera esistenza, il reddito con la qualità della vita dentro un sistema che si rivolga ai meno favoriti, valorizzi chi ha coraggio e idee e chi si mette in gioco.

Non solo pensioni e risarcimenti, non tanto politiche di difesa quanto creazione di una possibilità. Non solo welfare per il lavoro dipendente ma investimenti e attenzione per chi ha un diritto di cittadinanza parziale, sia un artigiano in difficoltà o un laureato senza professione, una ragazza avvocato con cinque clienti che ogni mese deve lottare per pagare la cassa forense e l’affitto del monolocale. Se obblighiamo quella ragazza a scegliere tra tasse e affitto, addio.

Un welfare che non guardi solo al capofamiglia maschio ma apra la finestra su un mondo fatto di donne e di giovani spesso affidati al caso o al portafoglio scarno dei nonni.

Va aiutata l’Italia del bisogno e va sostenuta l’Italia che ha coraggio.

Dobbiamo guardare a chi, grazie a una sorprendente vitalità, ha trasformato la sopravvivenza in opportunità: export manifatturiero, turismo e cultura, economia digitale, comparti di impresa che operano nell’agroalimentare e nel made in Italy, imprese medie che nonostante la sofferenza dei crediti bancari ce l’hanno fatta.

La fotografia italiana è solo più sfuocata dell’immagine che l’Europa offre di sé ma la cornice è la stessa.

I socialisti devono seguire le tracce dei padri fondatori. Loro seppero intuire la direzione della società industriale e organizzarono il mondo del lavoro perché gli opifici non divorassero i derelitti. Noi dobbiamo essere i pionieri di questo tempo nuovo.

Strabici ed eretici.

1. COMBATTERE LA POVERTA’ DI RITORNO

Chi precipita nell’indigenza dopo esserne uscito è rancoroso, rabbioso, scontento. Diventa un potenziale populista, acerrimo nemico del giusto. Il socialismo è nato per combattere le ingiustizie, ma governa con difficoltà la povertà di ritorno, il tuffo nella miseria di un pezzo largo del ceto medio.

Lo dico ai parlamentari grillini (per i quali andrebbe ripristinata la ‘prova di alfabetizzazione’ un tempo prevista per gli eletti nel consigli comunali) che hanno presentato un emendamento per abrasare l’aggettivo ‘socialista’ dalla P.d.L. Di Lello sulla Fondazione Di Vagno, morto ammazzato dai fascisti pugliesi. Laurea ad honorem al ‘revisionismo accattone’.

Se potete essere eletti è grazie anche a quei morti.

– Reddito minimo di cittadinanza: per chi si forma e per chi è pronto a mettersi in gioco rendendosi disponibile a una varietà di lavori. E’ l’idea lanciata da Bertrand Russell nella carneficina delle trincee del 1918: ‘Una certa somma di reddito per chi è disposto a impegnarsi in attività utili alla collettività’. La presentammo in Campania cinque anni fa. Ricordate Fausto Corace? Lui con i nostri consiglieri regionali. Grillo è più giovane. Nella legge di stabilità c’è un primo tentativo di recuperare questa proposta. Sperimentare e allargare.

– Sussidi per disoccupati che si impegnano in servizi di pubblica utilità

– Riforma della riforma Fornero: trattiene 550.000 persone al lavoro ed è un tappo per chi è in cerca di occupazione.

– Allargare la rete della rappresentanza. Le strutture istituzionali che hanno tessuto l’unità della nazione stanno regredendo dalla loro funzione. Caduta la loro terzietà, l’intermediazione tra potere e cittadini si è persa. Si fanno strada fenomeni interessanti – reti di neoprofessioni, unità d’intenti tra associazioni di categoria un tempo divise – ma la precarietà resta senza diritto di cittadinanza.

Il sindacato non si occupa di chi non ha un lavoro fisso. Un sindacato a maggioranza di pensionati (54% degli iscritti) quanta parte dei lavoratori rappresenta se gli oltre 4 milioni di donne e di uomini con contratti a tempo parziale non vi aderiscono? Alla fine dell’800, a un dilemma simile che aveva al centro le forme atipiche di lotta dei lavoratori siciliani, Critica Sociale rispose così: ‘Lavarsi pilatescamente le mani perché la loro iniziativa fuoriesce dallo schema marxista della lotta di classe o assumersi una responsabilità?’. I socialisti scelsero la seconda strada. Quella giusta.

La povertà di ritorno si combatte anche con un sistema scolastico efficiente, la strada alternativa alla formula bismarkiana ‘burro e cannoni’.

Chi è dotato di un vocabolario più vasto, guadagna di più. Conviene laurearsi e laurearsi in tempo anzichè sposarsi con la famiglia giusta, sistemarsi come speravano le mamme. Va rovesciato il canone fissato a Barbiana da Don Milani negli anni sessanta perché oggi la competizione è più ampia e lo slogan ‘scuola per tutti’ ha un valore se a sostenerlo sono la dedizione e il desiderio di apprendere di professori e studenti.

Perché una scuola di bassa qualità toglie ai più bisognosi uno strumento per competere con chi ha di più.

Si cominci con le banalità: c’è mai stato un anno scolastico iniziato senza supplenti e a orario pieno? No!

– Sostenere gli studenti meritevoli con famiglie in difficoltà. Quanti sono i fuori sede costretti a interrompere gli studi perché il capofamiglia ha perso il lavoro?

– Via i docenti universitari a 65 anni di età (oggi restano fino a 70+2) per favorire il ricambio e investire su ricercatori e associati (ns. OdG in Parlamento)

– Investire nella scuola pubblica accettando il principio che la scuola è pubblica anche se lo stato non la gestisce in prima persona ma a condizione che copra un disservizio statale e si doti di programmi compatibili.

– Valutare i docenti, obbligare alla formazione continua, adeguare i giudizi scolastici al merito, accrescere i fondi per i progetti di alta qualità (37 milioni annui, come gli alimenti della ex signora B. dopo il divorzio). Chi pensa ‘scuola’, dovrà pensare subito, come fosse un riflesso condizionato, ai socialisti e alle loro battaglie per riformare l’istruzione.

2. NUOVO WELFARE

Incerto sui bisogni da coprire e carente di spesa pubblica da cui attingere, lo stato sociale langue. Per farlo vivere va trasformato radicalmente.

Alle tante forme nuove di welfare – aziendale, comunitario, mutualistico, privato – non ha corrisposto la riforma dei pilastri del welfare statale. Eppure la famiglia non è più la stessa da almeno trent’anni, a Milano single e unioni di fatto sono già la maggioranza degli iscritti all’anagrafe e il numero degli anziani che convive perché con la sola pensione minima non si arriva a fine mese aumenta ovunque. Perché la spesa pubblica non si spenga, vanno rafforzate forme di gettito alternativo.

Mungere il gioco d’azzardo è la più urgente tra le misure da assumere. La battaglia parlamentare fatta da Marco e dalla nostra delegazione è sacrosanta. Controllare che i minorenni non ne abbiano accesso e moltiplicare la tassazione di quei 90 miliardi spesi da 15 milioni di famiglie conferirebbe all’erario 7 miliardi. Se fossi Saccomanni li destinerei ad abbattere il cuneo fiscale e ad aumentare le pensioni minime.

– Patrimoniale sulle grandi ricchezze: una tantum sul 10% di famiglie detentrici del 50% della ricchezza italiana. Anche il F.M.I. si è convinto della necessità di far pagare di più il grande Gatsby rispetto a Geppetto falegname.

– Correggere la sanità pubblica: chi ha il mio reddito si paghi l’operazione alle tonsille per consentire a chi ha di meno di usufruire di un servizio sanitario gratuito.

– Ridurre le pensioni d’oro, gli stipendi dei manager pubblici e regolamentare le lobby. Basta che il dottor Cottarelli applichi il contenuto delle proposte che abbiamo depositato in Paramento per recuperare denaro. Può iniziare con una telefonata al presidente dell’INPS, pluridecorato come il generale Ike. Uno vinse la guerra più sanguinosa della storia, il nostro ingaggia ogni giorno una lotta spazio/tempo senza pari per sedere in 24 consigli di amministrazione ben retribuiti.

Quanto agli stipendi, non è affatto impossibile fissare un ‘reddito massimo consentito’, una retribuzione che non superi il multiplo di 12 rispetto alla paga più bassa.. Le differenze di retribuzione sono del tutto giustificate, meglio se hanno un tetto e soprattutto meglio se nascono dal merito e se si rivelano un vantaggio per le aziende e per i dipendenti più svantaggiati. I frutti, insomma, non possono essere dividenti per i soli azionisti ma tornare utili anche per i più sfavoriti.

Lotta al gioco d’azzardo, alle pensioni d’oro e agli stipendi poco virtuosi dei manager pubblici saranno i nostri prossimi appuntamenti.

3. SICUREZZA, POPULISMO, MIGRANTI, EUROPA

Con la proporzionale, l’Europa comprerà ai suoi nemici la pistola per spararle. La sparatoria avverrà l’ultima domenica di maggio e tutto lascia pensare che si tratterà di una rissa con ferite gravi.

L’euroscetticismo si nutre di diffidenza verso lo straniero, accresciuta in tempi di decrescita economica e di globalizzazione planetaria. Il populismo esploso in mezza Europa si nutre anche di queste paure. In ventuno paesi dell’U.E. partiti e movimenti di natura ‘lepenista’ sono nati con il secolo nuovo. In una decina di casi si tratta di partiti con il voto a doppia cifra. Governano già in Norvegia e in Ungheria.

Cresceranno se l’Europa, prima di allargare ancora i suoi confini istituzionali, non si darà una politica estera e di difesa comune, se non procederà rapidamente all’integrazione bancaria, insomma se non aprirà un terzo tempo – quello dell’unità politica – dopo l’unione realizzata nell’immediato dopoguerra e la seconda tappa scritta con il trattato di Maastricht.

La prima generazione di immigrati si mosse per lavorare, la seconda per integrarsi, la terza si è trovata coinvolta in un processo di disintegrazione socio-economico terribile. La terza ondata ha incontrato la crisi ed è più permeabile ai richiami religiosi.

L’economia italiana non può fare a meno dei migranti.

Lo Stato deve lavorare su due fronti: fermare la xenofobia con le leggi e con l’educazione civica e favorire l’integrazione da entrambe le parti. Rifuggendo dal buonismo e da un certo permissivismo di cui sono imbevute le culture cattolica e comunista. Ospitando chi fugge dalle guerre, accogliendo chi viene per studiare e per lavorare, allontanando chi delinque e pretendendo che l’Europa faccia la sua parte, con la diplomazia degli accordi e con la sorveglianza delle coste.

– Togliere il reato di immigrazione clandestina: lo jus migrandi venne teorizzato da Francisco de Vitoria nel 1539 per giustificare la conquista spagnola del nuovo mondo. Da diritto si è capovolto in reato. Il risultato: una terribile catastrofe umanitaria

– Cittadinanza conferita ai nativi figli di genitori che vi risiedano da almeno cinque anni.

– Attestare la disponibilità all’integrazione (frequenza scolastica, conoscenza della lingua, lavoro regolare)

– Difendere il multiculturalismo ma combattere con decisione costumi tribali lesivi dei diritti individuali (infibulazione, matrimoni indotti, etc…)

4. L’EVOLUZIONE DELLA DEMOCRAZIA

I socialismi sono nati negli stati nazionali e si sono avvalsi, per realizzare le loro idee, della democrazia rappresentativa. L’asse democrazia/capitalismo/ parlamento è in crisi da oltre un decennio, combattuto dalla mondializzazione, da una stravolgente rivoluzione tecnologica, dall’affermarsi di un individualismo demagogico che stimola le emozioni più che la ragione.

In Italia, la disintegrazione dei partiti e il discredito della classe politica hanno fatto il resto.

Ricucire lo strappo è una priorità.

Due sono le urgenze.

Affidare i partiti all’art. 49 della Carta (democrazia interna, libertà di accesso, procedure codificate, finanziamento pubblico – il poco che resterà – solo a chi ha bilanci certificati ed è in regola con il diritto). Può convivere con il regolamento parlamentare il gruppo grillino se applica nella sua condotta l’art. 35 della Costituzione cinese: libertà di giudizio ma solo se conforme ai principi generali del movimento? Domenica saranno nostri ospiti la sen. Adele Gambaro, espulsa dal gruppo 5 Stelle per aver manifestato liberamente il proprio pensiero, e il ministro Quagliariello. Chiederemo una consulenza anche a lui.

Allargare la platea della partecipazione. E’ già pronto un disegno di legge che conferisce il diritto di voto ai sedicenni. Partire con le amministrative per arrivare presto alle politiche. Troppo piccoli? Lo dicevano anche i nostri nonni di fronte ai diciottenni di un paio di generazioni fa.

– Debat publique: coinvolgere i cittadini prima di assumere le decisioni su questioni di forte impatto. Fosse stato fatto con la Tav cosa sarebbe successo?

– Referendum consultivi in Costituzione

– Leggi che ci consentano il godimento dei diritti di terza generazione prima che siano i tribunali a imporre un diritto nuovo. L’ultimo caso è il Tribunale minorile di Bologna che concede in affidamento una bimba di tre anni a una coppia omosessuale. Meglio ‘zii’ che l’orfanotrofio.

Urge una sessione parlamentare straordinaria sui diritti alla persona. Unioni di fatto, bioetica e testamento biologico, libertà della scienza: campi presieduti dalla religione che devono tornare nella disponibilità dello Stato laico e delle coscienze individuali.

Che la malagiustizia sia una lesione terribile della democrazia è un fatto. Ed è un fatto che colpisca solo i deboli.

Che le norme che regolano la giustizia italiana siano intoccabili perché chi vi si avvicina è servo di B. è il segno tangibile della debolezza della politica e della costante servitù resa al protagonismo dei pubblici ministeri, spesso un trampolino verso il Parlamento.

Protetta la loro indipendenza dal potere politico, responsabilità civile dei magistrati e separazione delle carriere tra giudice e PM restano una meta di civiltà. La colpa di B. sono state le leggi ad personam e la mancata riforma della giustizia; la colpa del PD non aver combattuto il populismo giudiziario. Il risultato: la parola ‘garantismo’ ha finito per significare difesa dell’impunità del potente e non imparziale ricerca del vero.

Quando abbiamo preteso di studiare gli atti e di rispettare le procedure prima di esprimere un giudizio sul caso B., un navigatore solitario della rete ha scritto al compagno Buemi: ‘Non vi bastano le sue malefatte per giudicarlo?’. Sono fioccate le offese e anche qualcuno di voi ha fischiato, ma non sono mancati gli apprezzamenti per una condotta imparziale.

Noi siamo uomini liberi e la libertà consiste nel non essere prigionieri né di un nome né di un cognome, si tratti di B. o di Marcello Miniscalco, cancellato nel 2013 dal C.R. molisano per un reato – abuso d’ufficio – commesso nel 1995: da sindaco, aveva modificato gli orari di assegnazione della piazza di paese ai partiti per poter tenere, a sua volta, un comizio elettorale.

Anche in tema di amnistia conviene precisare. La pubblicazione del ‘Dei delitti e delle pene’ avvenne in Livorno, città cosmopolita dal seme libertario. La giustizia vi veniva rappresentata come una bilancia. Su un piatto, una vanga e una zappa.

Meglio commutare la pena in lavoro utile per la comunità che consentire a chi è stato condannato l’uscita dal carcere senza altro merito o ragione che il sovraffollamento del penitenziario.

A Martin Schulz e alla delegazione del PSE che assiste ai nostri lavori, agli ospiti degli altri partiti e agli italiani consegneremo queste riflessioni. Sono le nostre ma non sono buone solo per l’Italia. Senza un portolano che interpreti i disagi e spinga le potenzialità, senza una missione che leghi, senza una opportunità per chi vive alla giornata, nella calma piatta vince chi buca il video con la teoria delle ovvietà.

L’urlo della parola ammaestra ma non governa. Il resto lo fa la passione. Il sentimento che Saccomanni sfiora ma non conosce. Fosse per lui, saremmo governati da un paniere di ragionieri. ‘Contabili di tutto il mondo, unitevi’ ha impresso nel cartellino dentro la giacca grigia. Più colore, ministro, e soprattutto più politica se non vuol perdere il duello con Brunetta e fare degli italiani il popolo più triste dell’universo mondo. La legge di stabilità, l’atto di governo più rilevante, non si affronta come un esame alla Bocconi.

Su lotta alla ludopatia, recupero ICI da attività commerciali del Vaticano e tassazione una tantum delle grandi ricchezze metteremo noi la nostra fiducia. Lo faremo alla Camera. Uomo avvisato mezzo salvato! Salvo che qualcuno ci dimostri che possiamo fare a meno di una cinquantina di miliardi per abbattere la pressione fiscale, aumentare le pensioni minime e investire in sviluppo.

Mai come oggi il sistema politico-istituzionale italiano si è avvicinato al baratro.

Mai come oggi possono presentarsi aspettative a condizione di cancellare consunte tradizioni. E’ Gramsci a venirci in soccorso: ‘Il vecchio ordine è morto, il nuovo non è ancora nato. Questo è il momento in cui possono nascere i mostri se l’ottimismo della volontà…’. E’ l’ottimismo che fa germogliare i segni di una storia nuova ed è nello stato di eccezione che la sovranità trova la sua legittimazione più alta.

In Italia, la frontiera destra/sinistra è stata eretta su una linea di confine segnata a fuoco dalla ‘giustizia’ e presidiata da un partito personale, dal suo leader – unico e autentico highlander ben oltre le sorprendenti scoperte della genetica – e da un partito fecondato in due uteri già antagonisti (‘gemelli diversi’, se Guglielmo non si offende). Su quella frontiera si sono bruciate in un ventennio tutte le possibili forme di governo: governi tecnici (Dini e Monti), grandi coalizioni, esecutivi progressisti allargati alla sinistra radicale (Prodi I e Prodi II), financo gabinetti di sinistra sostenuti da un grande vecchio della politica italiana – Francesco Cossiga. Il formidabile, invidiato, plurisecolare genio italiano, la virtù rarissima madre della moda, della letteratura e delle arti moderne, della rivoluzione dei cieli e del telefono, ridicolizzato in meno di vent’anni!

Nove esecutivi figli di soluzioni diventate tutte provvisorie con l’eccezione del Berlusconi II e del Berlusconi III caduto nel 2011. Anche la rielezione di Giorgio Napolitano – che Dio ce lo conservi perché gli uomini, sostengono i Vangeli, sono peccatori – va inserita nella categoria delle eccezioni, la conferma che il sistema è difettoso e non è detto che la legge elettorale sia l’unica oppure la maggiore causa del difetto.

Prima che il ciclo berlusconiano tramontasse, la sinistra soffriva più della destra. Poche le vittorie e ottenute grazie a intelligenti combinazioni elettorali. La maggioranza dei voti reali, salvo un caso, si sedimentava nel suo contrario.

Mentre in Europa si alternavano esecutivi e presidenti di differente parte politica e la sinistra vinceva sorretta da maggioranze numeriche eccellenti, in Italia le speranze si concretizzavano grazie a sbalorditive alchimie per poi crollare alla prova del governo.

Gli italiani sono un popolo tendenzialmente di destra o c’è una responsabilità della sinistra, una sua incapacità a rappresentare cuore e testa della nazione?

Hic Rodhus… A cominciare dal febbraio scorso.

Le cause della sconfitta di ‘Italia Bene Comune’ affondano le radici nel rigore senza speranza del Governo Monti e nell’aver giudicato la campagna elettorale una uggiosa appendice delle primarie. Berlusconi archiviato, cappotto!

Una campagna elettorale incentrata sul PD e non sulla coalizione, avara di proposte incisive quando il signor B. incitava gli italiani a recarsi alle Poste per riprendersi i soldi versati per l’IMU. Responsabilità senza emozioni contro demagogia purissima. Lo squalo contro il pesce rosso. Altro che il giaguaro …

All’indomani del voto, Bersani è stato trattato dai suoi come l’avvocato tratta Renzo nei ‘Promessi sposi’: ‘Qui si vince, qui perdi’. Tu perdi!

Si vince insieme e si perde da soli. Un cannibalismo che non fa onore a chi lo predica perché tace le colpe collettive e usa l’ordalia per farsi giustizia.

Il Governo Letta nasce nel cuore di una congiuntura drammatica resa più pesante dall’emergenza imposta da un risultato elettorale tripolare, come la Gallia di Cesare. È storia recente, troppo nota per dilungarsi. La ricordo per inquadrare nelle giuste proporzioni lo sforzo che Letta compie ogni giorno. Una prova complicata, infine, da una ragione tutta italiana: presiedere un esecutivo composto da partiti che non si sono mai riconosciuti – comunisti gli uni, puttaniere l’altro -, consorterie medievali che reputano l’avversario un nemico da abbattere, non un antagonista da sconfiggere. E infatti la coalizione si è rotta. Poi vengono le fabbriche che chiudono e altre pessime notizie.

Proviamo, invece, a occuparci delle novità che tutto il male non vien per nuocere.

La prima riguarda il sistema politico. Benché Casini porti bene i suoi anni, è scomparso il ‘centro’, già fragile, e si consolida, come ovunque in Europa, un partito antisistema – euroscettico e destrorso – che attrae consensi da una platea vasta di scontenti.

La seconda registra lo stato di difficoltà permanente in cui si muovono partiti dal futuro incerto. Tutti tagliati a metà da crisi di leadership, da pulsioni nostalgiche, da ambizioni personali, forse, lo spero, anche dalla competizione tra progetti alternativi. Una ‘partitocrazia senza partiti’ affetta da ‘presentismo’ – l’orizzonte è stasera, forse stanotte – e da individualismo sfrenato.

‘No leader no party’ in Italia. ‘No party no leader’ altrove.

La terza investe il governo in carica. Anzi, il secondo tempo del governo in carica. Perché dopo aver riannodato il filo con l’Europa e rinnovato la cambiale della credibilità in Italia – operazioni tutt’altro che scontate – al Presidente del Consiglio resta solo una via, e sono certo che la prenderà per non restare prigioniero della palude.

Dovrà sacrificare un agnello alla ‘discontinuità’ ora che i confini della maggioranza si sono fatti più chiari e dalle larghe intese si è passati a un governo europeista.

Dovrà imporre un’agenda oltre l’IMU sì l’IMU no e rischiare il sogno dell’avventura.

Dovrà rafforzare la compagine di governo rendendola più equilibrata – quel che resta del centro conta più membri di governo che voti in parlamento – e, aggiungo, inclusiva di chi il governo lo sostiene.

Dovrà parlare alla nazione come Brandt parlò ai tedeschi nel 1967, da leader della SPD nel governo di Gross Koalitionen: ‘Questo governo serve alla Germania. Ma è una parentesi’.

Vedo trappole scattare. Più del presente, se altro non emergerà, è un passato florido di relazioni la zavorra del Ministro di ‘molta’ Grazia e Giustizia. Dovrà abituarsi anche lei al salotto delle dicerie. I calabresi le chiamano ‘cugna’. Il Devoto-Oli è più sobrio: pedata, protezione, spintarella, favore, appoggio, calcio, insomma la raccomandazione, cui segue – leggo – l’assegno della liquidazione all’erede con più zeri che mesi di lavoro …

La desertificazione della destra italiana si stempererà, prima o poi, in un’oasi. Ci sarà bisogno di tempo ma, se l’approdo europeo sarà il partito popolare, Casini e Alfano condivideranno lo stesso tetto anche in Italia. Bilocali prima di una villetta a schiera. Chiuso il ventennio, l’auspicio è che la normalità uccida la naturale tendenza al caos. B. giocherà le sue carte, ma è un uomo ferito – e non è San Sebastiano – e sa bene che gli italiani sorridono sulle olgettine, ma non perdonano il portafoglio vuoto.

Il destino immediato di Forza Italia non sarà quello del partito liberaleggiante del ’94 in cui accorsero elettori e dirigenti del pentapartito. Soffrirà la concorrenza di Lega e M5Stelle sul fronte migranti, accentuerà la sua natura antiparlamentare e si qualificherà come stampella di Putin in Europa e come guardia repubblicana del suo duce sul suolo patrio.

La progressiva scomparsa di B. non segnerà la fine della storia. Favorirà invece scomposizioni e ricomposizioni del quadro politico italiano. Né durerà all’infinito l’emergenza.

Il nuovo ciclo va preparato ora, combattendo le anomalie che ci hanno reso vulnerabili.

Una collocazione europea ondivaga, un eccesso di ambiguità sui filoni maestri della inclusione, del merito, dei diritti civili, della giustizia, la rappresentazione di divisioni che lasciano sconcertati. Solo nelle ultime settimane: caso Cancellieri appena più recente del caso kazako, F35, IMU, staminali, legge elettorale, province sì province no, applausometro quotidiano sull’esecutivo. E l’anno non è ancora finito.

La legge elettorale è la coda non il capo. Se fossimo una coalizione coesa, l’effetto sarebbe diverso. Intanto perché l’Italia viene prima di ciascuno di noi. Dico subito come la penso: restituire ai cittadini il diritto di scegliere i loro parlamentari, prediligere il sistema bipolare, pensare al semipresidenzialismo come soluzione istituzionale. Proponemmo in giugno la Costituente e non fummo ascoltati. Vediamo cosa partoriranno litigi e pazienza.

Se le modifiche al Porcellum saranno parziali, il PSI chiederà l’apparentamento e avrà il proprio simbolo sulla scheda elettorale. Il contrario di quanto accadde a febbraio. E non per nostra responsabilità. A domanda, la risposta del PD fu inappellabile: nessun apparentamento.

Se invece torneremo al Mattarellum o comunque a leggi elettorali a tendenza uninominale, il PSI sarà uno dei soci fondatori della coalizione e come tale camminerà sulle sue gambe.

‘Italia Bene Comune’ non era un’idea sbagliata. L’universo riformatore non è un arcipelago senza confini.

Ripartire da PD, SEL e PSI, intanto nel sostegno alla candidatura di Martin Schulz ai vertici della Commissione Europea. La candidatura è più forte se nella testa di Martin ci saranno quegli Eurobond che Spd e Angela Merkel hanno espunto dal loro programma (perché aveva ragione Thomas Mann: ‘La Germania vive se si europeizza’. L’Europa muore se si “germanizza”).

L’occasione si presenterà tra cinque giorni, quando il Senato discuterà la nostra mozione che invita i partiti a dire prima del voto a quale casa europea intendano aderire e chi intendano sostenere alla guida della Commissione. Insomma, non ci si può più nascondere.

Sottoscrivere pubblicamente in Italia il programma del PSE varato a Lipsia e farlo a Milano, patria del riformismo municipale e faro italiano sull’Europa.

Considerare il congresso PSE del prossimo febbraio, che organizzeremo a Roma assieme al PD, l’avvio della campagna elettorale.

Coinvolgere nel patto quanti si riconoscono nel progetto di una nuova Europa, siano i figli di tradizioni liberalrepubblicane e radicali, gli eredi laici di Scelta Civica o i movimenti democratici che fioriscono nelle città.

Infine, costruire l’ “Alleanza del fare”, la casa italiana del socialismo europeo, e candidarla alle elezioni europee del maggio 2014.

Non un’alleanza elettorale e basta ma un patto politico per il futuro, la condizione migliore perché il semestre di presidenza italiano dell’U.E. possa sortire effetti benefici.

L’organizzazione congiunta del Congresso PSE conforta questa tabellina di marcia.

Va in questa direzione l’attività in corso per allargare gli organismi internazionali a partiti e movimenti provenienti da culture democratiche. Urge aprire un dialogo tra Internazionale Socialista e Alleanza Progressista. Meglio un unico soggetto autorevole che due entità che si guardano in cagnesco.

Va in questa direzione la presentazione sul territorio di coalizioni che si richiamano a questo indirizzo. Domani l’Abruzzo e i comuni chiamati al voto di primavera, ieri la Basilicata, con il partito all’8%, la percentuale più alta dal 1992.

So che i compagni lucani hanno chiesto di essere rappresentati alle Nazioni Unite. Facciano in fretta perché il vento torna a gonfiare e presto non saranno da soli.

Va in questa direzione la proposta, che formulo ai nostri ospiti, a Guglielmo, a Nichi ed a Stefania Giannini, neosegretaria di Scelta Civica, di dare vita a un ‘osservatorio parlamentare’ che tratti le questioni di più alto profilo prima che approdino al lavoro d’aula.

Questo cammino ha un’alternativa: il disordine e l’ennesima sconfitta.

Nessuna legge elettorale, con il radicamento di un forte partito antisistema, consentirà mai ad un solo partito autosufficienza tale da coincidere con la vittoria elettorale. Nemmeno le grandi potenze vivono in splendido isolamento. Il presidente Wilson dichiarò superata la ‘dottrina Monroe’ e Veltroni non ha fatto cambiare idea ad Obama. Non sarà l’età a tradire Renzi, il predestinato. Sono le coalizioni coese, con un’idea concreta dell’Italia e con la capacità di trasmettere fiducia, impeto, speranza, le alleanze destinate a vincere.

La più rivoluzionaria delle virtù, nell’Italia della politica, è la normalità. La creatività, per una volta, lasciamola alle arti.

La fine del ventennio coinciderà con l’accettazione del canone politico europeo.

Alfano, Mauro e Casini – non fidatevi, colpiranno uniti – faranno carte false per accreditarsi nel PPE e obbligheranno la sinistra riformista a fare altrettanto nella casa socialista. Conviene anticipare, non aspettare. Determinare gli eventi, scrivere l’agenda, discutere ora la nostra mozione parlamentare per dire agli italiani chi siamo e dove vogliamo stare in Europa, insomma battersi perché larga parte della sinistra italiana non resti apolide. Se Fioroni si lamenta, sorrideranno Viterbo e la Tuscia.

Mezzo secolo fa, a Venezia si intensificarono i preparativi che portarono alla formazione del primo governo di centro-sinistra. L’allora vescovo della città, futuro pontefice, indirizzò al congresso un messaggio che si rivelò uno straordinario segno di apertura. Molti anni dopo, Angelo Scola, patriarca di Venezia e prima ancora vescovo di Grosseto, mi ha ricordato la storia di suo padre, camionista, socialista, nenniano.

Venezia porterà bene anche a noi.

I partiti vivono quando la memoria nutre un’idea di futuro e quando hanno qualcosa da dire nell’interesse generale. Tertium non datur.

Dei partiti nati tra la fine dell’ 800 e il ‘900, siamo l’unico movimento ancora vivo.

Della quindicina di partiti sorti dopo il ’92, due terzi si sono estinti ma noi ci siamo ancora. Con il vantaggio di chi ha rappresentato la buona storia del Novecento, quella che ha reso Italia ed Europa più civili e più libere. Con la difficoltà che hanno i partiti più piccoli a coesistere con sistemi bipolari disseminati di sbarramenti elettorali.

Le radici ci hanno aiutato a conservare il nome. L’azione politica è indispensabile per farlo vivere.

Perché non basta il richiamo al passato per attrarre consenso. Rifugiarsi nel passato è un formidabile errore, la giustificazione alle nostre inadempienza, una cantilena di nessuna utilità su come eravamo bravi, giovani e belli. La politica, invece, è passione, presente, sporcarsi le mani.

Restiamo vivi solo se interpretiamo i sentimenti di parti di una comunità. Con l’azione e non con i soli comunicati stampa o, peggio, con una battuta su facebook.

Bisogna parlare agli italiani prima ancora che ai socialisti e bisogna parlare loro lingue comprensibili. Come i nonni e i bisnonni quando convincevano un bracciante, un operaio, una maestra a iscriversi al sindacato di Bozzi e della Altobelli o al partito di Turati e di Matteotti.

La storia del socialismo italiano va divisa in tre tempi. Dalle origini al 1992; dal 1994

al fallimento della Costituente socialista; dall’uscita dal Parlamento – non era mai successo dal 1887, accadrà solo nel ventennio fascista – a Venezia.

Possiamo affrontare questo terzo tempo raccogliendo attorno a noi tutte le energie.

Quelle nuove se sapremo valorizzarle. Quelle più ricche di esperienza se sapranno essere generose. Loro c’erano quando il partito è caduto. Poi, da qualche parte, ho letto che la colpa era solo di quel diavolo di Bettino e che dal ’92, in Italia, dicono loro, di un partito che si richiami al socialismo non si può più parlare. Spudoratamente bugiardi!
Bugiardi quelli che ancora oggi si fanno campare dal centro-destra e quelli che, per far dimenticare le loro responsabilità, hanno fermato l’orologio alla XI Legislatura. Le nostre responsabilità, sì, e il berlusconiano “Panorama” con in copertina “Di Pietro facci sognare” ad aprire la strada alle trombe del giustizialismo di sinistra.

Ringrazio tutti i compagni che sono venuti a darci una mano, e non sono pochi, e chiedo di tornare a “casa” a quanti vogliono dare senza nulla pretendere.

Bisogna trasformarsi nel partito di chi ha coraggio e nello scudo di chi è senza tutele.

Scegliere i ricercatori e gli associati contro i baroni universitari. Meglio i ragazzi che si dividono un panino mentre traducono un incunabolo, dei presidi di facoltà rieleggibili per tre mandati di fila come fossimo nella Corea del Nord.

Scegliere gli imprenditori ‘fai da te’ contro gli assistiti dalla mano pubblica. Meglio chi collauda un brevetto di chi usufruisce per la propria azienda di cassa integrazione e poi si scopre con i soldi in un paradiso fiscale.

Scegliere i pensionati che hanno versato ogni centesimo contro i beneficiari di pensioni d’oro dai contributi fallaci. Non tagliare un centesimo a chi si riprende in vecchiaia ciò che ha versato; chiedere un giusto sacrificio a chi vive con pensioni pregiate cui non hanno corrisposto uguali versamenti.

Scegliere i magistrati che esercitano il loro mestiere nel silenzio contro quei magistrati che utilizzano le inchieste per candidarsi. Meglio Falcone del sindaco di Napoli.

Il partito avrà un impianto organizzativo di taglio federativo. Comitati regionali coinvolti nella direzione, organismi più snelli e quindi più autorevoli, apertura delle nostre sezioni a circoli tematici e soprattutto ad associazioni insediate sul territorio. Meglio una sede tenuta aperta ogni giorno da chi si occupa dei problemi della gente che la luce accesa una volta a settimana.

Movimenti politici e liste civiche con cui condividiamo le campagne potranno federarsi con noi.

Le ‘primarie delle idee’ verranno rese obbligatorie per stilare i programmi di governo locale, regionale e nazionale, e obbligatorie dovranno essere le ‘primarie di coalizione’ quando si tratterà di scegliere candidati a sindaco, presidente di regione e, naturalmente, a capo del governo.

Le vicende estive ci inducono infine a muovere con fermezza in una doppia direzione.

Il dibattito nelle assemblee provinciali e il voto espresso sulle tre mozioni hanno chiarito gli obiettivi e definito la linea politica. I congressi non sono fatti per cancellare gli errori, ma per non ripeterli. Anch’io non ne sono immune, ma il partito oggi siede nel parlamento italiano, ha delegazioni autonome alla Camera e al Senato per sua libera scelta, presenta i suoi emendamenti e i suoi disegni di legge senza chiedere il permesso a nessuno.

I gruppi dirigenti prima provano a correggere insieme gli errori poi, ma solo poi, se non ci riescono, se la politica li separa, si dividono. Quando accade il contrario, perlomeno non se ne faccia motivo di vanto. Chi cambia idea ha il dovere di dire che ha cambiato idea. Si chiama trasparenza.

Ho ragione di pensare che il congresso possa ricomporsi in una unità piena.

È l’appello che rivolgo ai 600 delegati e ai compagni che rappresentano gli altri documenti congressuali. C’è l’opportunità di tornare a parlare agli italiani ora che il disgelo è alle porte. Sanare le ferite e dedicarci alla ‘politica del fare’ è il nostro dovere.

Domenica dobbiamo stipulare un patto associativo nel segno dell’unità interna e dell’apertura verso un mondo socialista che si è allontanato dal partito.

Una campagna straordinaria di adesione che ci consenta di allargare i nostri confini ben al di là dei 25.000 iscritti attuali. Adesione al manifesto del PSE ed al programma del PSI così come verrà sancito dal Congresso di Venezia.

È tempo di favorire un secondo ‘Midas’ se vogliamo realizzare un programma ambizioso. Tra domenica e il prossimo febbraio, dobbiamo assumere l’impegno pubblico a utilizzare al meglio le energie fresche che si sono formate nelle università, nel lavoro e nelle istituzioni. Io lo farò e voi dovrete fare altrettanto. È un innesto necessario ad assicurare continuità alla forza più antica d’Italia ed a rinnovarla.

Buon congresso compagni»»

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