venerdì, 19 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

SENZA L’EURO
I POVERI PIU’ POVERI
Pubblicato il 28-12-2013


Italia-fuga-euro

L’ultimo articolo comparso su questo giornale sui costi dell’uscita dell’Italia dall’euro si concludeva col dire che la scelta di entrare a fare parte dell’eurozona è per i Paesi che l’hanno effettuata irreversibile, nel senso non è più possibile tornare indietro, in quanto l’euro è una costruzione che, anche se è frutto della creatività dell’uomo, rappresenta oggi una realtà la cui rottura può costare solo “sudore, lacrime e sangue” per lo Stato o per gli Stati che dovessero decidere di recedere unilateralmente da quell’istituzione.

Certo, sia pure col senno di poi, come osserva Piero Ottone su “la Repubblica” di venerdì 13 dicembre, si può essere propensi a credere che l’adesione dell’Italia alla Moneta Unica Europea sia stata prematura e che oggi, assieme ai molti vantaggi, produca anche danni allora sottovalutati o non previsti; ma i danni derivanti da un’uscita unilaterale dall’euro sarebbero disastrosi, soprattutto sul piano sociale. Di questo, l’opinione pubblica, prima di farsi catturare dalle chimere sventolate da presunti “guru” politici improvvisati, deve rendersi conto, anche perché dei danni non sarebbero certo i “guru” a risentirne dall’alto dello loro sicurezza economica, ma i cittadini che, a causa della crisi e dell’austerità praticata ormai da anni, sono ridotti ad uno stato esistenziale che non consente loro di “sbarcare il lunario” mensile.

I “guru” che, solo per motivi elettorali, propagandano la fuoriuscita dell’Italia dall’euro, mancano di dire onestamente all’opinione pubblica alla quale si rivolgono in che cosa consisterebbero i danni sociali conseguenti all’abbandono della moneta comune; nel migliore dei casi essi si limitano ad affermare  che in questo modo l’Italia ricupererebbe la propria sovranità monetaria, fiscale e di bilancio alla quale ha rinunciato, aderendo al progetto della Moneta Unica Europea e compromettendo la possibilità di governare il proprio sistema economico-sociale nella stabilità, così come aveva sperimentato negli anni anteriori alla costituzione dell’eurozona.

Essi a sostegno della loro tesi fanno riferimento a quanto alcuni economisti nazionali e stranieri, con in testa Edward Nicolae Luttwak (un economista, politologo e saggista rumeno naturalizzato statunitense, molto conosciuto al pubblico televisivo italiano per il realismo dei suoi commenti riguardo alla situazione politica ed economica mondiale), secondo i quali all’Italia converrebbe tornare alla situazione precedente l’introduzione dell’euro, perché potrebbe così avvalersi della tradizionale politica economica inflazionistica a sostegno delle esportazioni nazionali. Questi economisti, però, al pari dei “guru” politici che si avvalgono del loro giudizio, nulla dicono sugli effetti sociali che si avrebbero se l’Italia dovesse ritornare alla vecchia prassi di proteggere la capacità competitiva della propria base produttiva unicamente ed esclusivamente attraverso l’inflazione della propria moneta nazionale.

Ma, come si è già avuto modo di osservare, se l’Italia uscisse dall’euro, per aumentare attraverso l’inflazione la capacità competitiva delle imprese nazionali darebbe il via ad un insostenibile circolo vizioso fra inflazione e svalutazione, che metterebbe capo a crescenti disavanzi dei conti pubblici e alla crescente esigenza di contenerne l’espansione attraverso la leva fiscale, ovvero attraverso una rigorosa austerità. A pagare il prezzo dell’abbandono unilaterale dell’euro sarebbero dunque i cittadini; non proprio tutti, ma quelli dotati di un reddito sicuramente non paragonabile con quello di chi sostiene l’opportunità dell’abbandono dell’euro.

Il motivo per cui sarebbero i gruppi sociali economicamente più deboli a pagare il costo della fuoriuscita dall’euro dell’Italia sono sempre sottaciuti, o mistificati attraverso tesi “ad hoc”, come quella che, dopo un periodo iniziale di assestamento e di disagio dovuto agli effetti inflazionistici, tutto si sistemerebbe. Già; ma quanto dura il periodo iniziale? E che cosa avviene in termini reali per effetto dell’inflazione praticata a sostegno delle esportazioni?

Per rispondere a questi interrogativi, occorre considerare che l’inflazione volta a permettere alle imprese nazionali di competere sui mercati internazionali, per garantendo al sistema economico nazionale i necessari surplus valutari coi quali pareggiare i conti con l’estero, altro non è che un “regalo”, sotto forma di sconto, o di vendita sottocosto, che l’economia nazionale effettua nei confronti degli importatori stranieri; ma il costo di tale “regalo” non grava sulle imprese che lo elargiscono, ma sui cittadini, soprattutto quelli a basso reddito che più risentono della diminuita capacità d’acquisto.

Chi propone la fuga dall’Italia dall’euro sostiene anche, banalmente, che fra i benefici della pratica di una politica monetaria inflazionistica vi sarebbe quello di erodere il valore reale del debito pubblico dei paesi indebitati, in quanto con l’inflazione il debito sarebbe reso più sostenibile nel lungo periodo. La maggior sostenibilità, si afferma, andrebbe a beneficio dei cittadini dei paesi indebitati ed a scapito delle grandi banche di investimento che detengono i bond di tali paesi. Un discorso, questo, privo di senso, se fatto in una prospettiva dinamica, considerando che i finanziatori esteri non sono poi così ingenui da non riuscire ad evitare che ciò avvenga, come minimo minacciando di rifiutare il rinnovo dei prestiti alla scadenza dei precedenti. Si sostiene ancora che, in fin dei conti, a “rimetterci” sarebbero i cittadini più abbienti, in quanto portatori di titoli del debito pubblico; ciò nella presunzione che, in questo modo, i cittadini più facoltosi sarebbero coinvolti nel ristabilimento dell’equilibrio dei conti pubblici, ma nell’ignoranza che questi “cittadini facoltosi” sono per lo più le banche. E’ da presumere che queste, come i creditori esteri, si guarderebbero bene dal continuare a sottoscrivere titoli del debito statale a fronte di una politica monetaria che le dovesse penalizzare.

In ultima istanza, quali che siano le giustificazioni addotte a sostegno della fuoriuscita dell’Italia dall’Unione Monetaria Europea, esse non riescono a fugare la certezza che a pagarne il costo siano solo coloro che, al presente, stanno peggio.

Gianfranco Sabattini

 

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Commenti all'articolo
  1. io non sono un economista, ma il danno dell’euro per noi italiani è stato aver lo scambio a 1€=1000Lire. Compravi una camicia a 20.000 lire e ora a 20 € e così via. L’organo che doveva fare controlli non è mai partito perché il governo Berlusconi di quel periodo non l’ha mai fatto partire. I commercianti, gli artigiani, tutte le partite iva si compiacevano di essere diventati “ricchi” con il cambio valuta. E pantalone pagava! Io mi chiedo: perché, invece di pensare di abbandonare l’€ e ritornare alla Lira, non si obbliga il commercio (causa principe del tracollo,) a dare il giusto valore alla moneta europea e cioè quel 1,927 con cui doveva partire?

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