martedì, 25 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

11 gennaio 1944: fucilati Ciano
e gli altri a Verona
Pubblicato il 09-01-2014


Processo_verona_fucilazioneL’11 gennaio del 1944 nel poligono di tiro di Forte San Procolo, fortezza ottocentesca eretta per ordine del feldmaresciallo austriaco Radetzki a Verona, un plotone di esecuzione formato da 30 militi in camicia nera crivellò di proiettili cinque membri del Gran consiglio del fascismo. Dopo il sibilare dei colpi a giacere al suolo sull’erba brinata rimasero i corpi esanimi di Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi. Il marcia su Roma Tullio Cianetti, invece, che dopo avere votato la mozione Grandi scrisse una lettera al duce nella quale si dichiarò pentito, se la cavò con una condanna a 30 anni di reclusione.

Altri 13 imputati erano stati giudicati colpevoli dal tribunale di Verona e quindi ritenuti meritevoli della pena capitale, ma furono tutti giudicati in contumacia in quanto riuscirono a fuggire prima del processo e ognuno di loro sopravvisse alla guerra. Si trattava di Dino Grandi, Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Cesare Maria De Vecchi, Umberto Albini, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Giuseppe Bastianini, Annio Bignardi, Giovanni Balella, Alfredo De Marsico, Alberto De Stefani ed Edmondo Rossoni.

Il processo lampo di Verona, città allora sotto la giurisdizione della Repubblica sociale, ebbe sede a Castelvecchio, nella sala da concerto degli ‘Amici della musica’, e cioè nello stesso luogo e nelle stesse stanze in cui nell’ottobre del 1943 si celebrò il Congresso del Partito fascista repubblicano, di cui gran cerimoniere fu il neosegretario Alessandro Pavolini. Gli intervenuti all’assise veronese chiesero una condanna esemplare per i gerarchi che il 25 di luglio precedente votarono l’Ordine del giorno elaborato da Dino Grandi che di fatto mise la parola fine sul ventennio di Benito Mussolini, poco dopo arrestato per ordine del re Vittorio Emanuele III a margine dell’incontro che avvenne a Roma a Villa Savoia. La rabbia e la voglia di vendetta dei fascisti ancora fedeli al duce e alla nuova Repubblica sociale fu soddisfatta alcuni mesi dopo, nel gennaio del 1944.

Fu appunto in quei giorni che il Tribunale speciale per la difesa dello Stato della Rsi, pubblica accusa rappresentata dal pm Andrea Fortunato, giudice istruttore Vincenzo Cerosimo, giudicò 19 alti papaveri del disfatto regime fascista, tutti accusati di alto tradimento. Il giudice istruttore Vincenzo Ceronimo tentò di ricostruire i fatti basandosi sui verbali del Gran Consiglio. Ma le ricerche delle carte non andarono a buon fine, tanto che non  venne rintracciato alcun  documento ufficiale. Il magistrato pensò così di recarsi direttamente nel carcere degli Scalzi dove erano reclusi alcuni degli imputati per raccogliere almeno le testimonianze dirette dei protagonisti.

Quando però giunse il momento di ascoltare il conte Galeazzo Ciano, i militari tedeschi si opposero. Così Cerosimo, dopo una protesta avanzata nei confronti delle SS, per completare le partiche e sentire l’ex ministro degli Esteri e genero di Mussolini, dovette ribussare alle porte della casa di detenzione. Conclusa la fase istruttoria tutto il materiale fu rimesso al ministro della giustizia Piero Pisenti, succeduto da poco ad Antonino Tringali Casanova. Dopo l’esame delle carte Pisenti concluse che mancavano le prove di una collusione tra i firmatari dell’Ordine del giorno Grandi e casa Savoia, mentre anche l’accusa di tradimento non era dimostrabile in quanto anche il duce era stato messo a conoscenza del documento di cui si discusse il 25 di luglio del 1943.

Ma ormai, per Benito Mussolini, la macchina giudiziaria non si poteva più fermare. E infatti, rispose al ministro che le sue erano eccezioni da giurista, mentre la questione era diversa, tutta politica. ”Voi, Pisenti, vedete nel processo solo il lato giuridico. Giudicate, in altri termini, questa faccenda da giurista. Io devo vederla sotto il profilo politico. E ormai bisogna andare fino in fondo “.

Tutto questo accadeva mentre sullo sfondo della vicenda giudiziaria e politica con la quale si tentava di dare vigore alla neonata Repubblica sociale si dipanava anche la trama della cosiddetta “Operazione Conte”. Edda Ciano, moglie di Galeazzo e primogenita del duce, tentò in tutti modi di liberare il marito dal carcere degli Scalzi nel quale era rinchiuso dall’ottobre del 1943. E la cosa sembrò avere qualche speranza di successo quando i diari segreti dell’ex ministro degli Esteri vennero offerti in cambio della sua salvezza ad alcuni gerarchi nazisti. Ma la cosa arrivò anche alle orecchie di Adolf Hitler, il quale bloccò tutto.

Si arrivò così ai giorni del dibattimento in aula. La vicenda giudiziaria si consumò per intero in sole tre giornate: la prima udienza si tenne l’8 gennaio del 1944 alle ore 9 e fu aperta al pubblico che ascoltò le dichiarazioni degli imputati. Nel corso della seconda udienza, che si celebrò il giorno successivo, il 9 di gennaio, con un colpo di scena apparve in aula il memoriale del generale e senatore Ugo Cavallero, morto apparentemente suicida ma in circostanze che lasciarono spazio a dubbi. Tra le carte svelate in pubblico emerse una sorta di complotto per deporre Benito Mussolini, al quale avrebbero partecipato anche i nazisti, con il fine di rinsaldare maggiormente l’alleanza con la Germania.

Nel memoriale, poi, compariva spesso il nome dell’ex potente ras di Cremona, Roberto Farinacci, che però non era imputato a Verona in quanto nel luglio del 1943 non firmò l’Ordine del giorno incriminato preferendo presentarne uno tutto suo che votò da solo. Il processo del Tribunale speciale era invece rivolto solo contro i firmatari del documento di Grandi.

Così si passò al terzo e ultimo giorno, il 10 di gennaio. Il dibattimento in aula iniziò verso le 10 della mattina. L’avvocato di Tullio Cianetti ricordò che il suo assistito non collegò la propria firma apposta sull’Ordine del giorno con la possibile caduta del fascismo, tanto che il gerarca si affrettò a recapitare per iscritto le proprie scuse al duce. Gli altri imputati invece decisero di non dovere rilasciare ulteriori dichiarazioni, così la corte si ritirò per deliberare la sentenza. Dal punto di vista tecnico pare che la giuria si espresse utilizzando dei foglietti: in un primo voto venne stabilito se l’imputato fosse da ritenere colpevole o innocente, in seconda istanza la pena da comminare. Sarebbe bastata una lunga condanna alla detenzione forzata per avere salva la vita, come Tullio Cianetti, che rimase in carcere per poco, visto come andavano le cose della guerra. Ma al contrario in cinque vennero condannati a morte.

Lo stesso giorno della sentenza, ancora prima che venissero firmate le domande di grazia, il segretario del partito Alessandro Pavolini, accompagnato dal collaboratore Puccio Pucci, si recò a Gargnano per comunicare l’esito processuale a Benito Mussolini. Il duce disse di non avere mai avuto alcun dubbio sulla decisione del Tribunale speciale. “Con questa condanna si chiude un ciclo storico. Come capo dello stato e del fascismo, non dunque come parente di uno dei condannati, ritengo che i giudici di Verona abbiano fatto il loro dovere”. Dopo quelle parole, le domande di grazia, che erano rimaste sul tavolo del prefetto di Verona, passarono in secondo piano. Pavolini si oppose anche al fatto che venissero recapitate al duce. Così, verso le 8 del mattino del giorno 11 di gennaio, le cinque richieste di avere salva la vita vennero rigettate definitivamente.

I condannati, erano circa le 9, abbandonarono per sempre il carcere degli Scalzi per giungere al Forte di San Procolo, il capolinea delle loro vite. Qualche momento dopo, legati alle sedie e fucilati alla schiena come in uso ai traditori, caddero sotto i colpi del plotone di esecuzione Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi. La cruda cerimonia dell’esecuzione fu filmata per intero da un cineoperatore tedesco. Quelle immagini, poi dimenticate, furono ritrovate molto tempo dopo dallo storico Renzo De Felice e rese di pubblico dominio. Le riprese testimoniarono che il genero del duce, Galeazzo Ciano, nei suoi ultimi istanti terreni si comportò con coraggio. Mentre il suo compagno di sventura, il quadrumviro Emilio De Bono, commentò così il momento del trapasso: “Mi fregate di poco, ho settantotto anni”.

Ferruccio Del Bue

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Commenti all'articolo
  1. E fu così che il fascismo scelse di farsi odiare per l’eternità ..
    Qui fu messo a nudo il peggio di Mussolini che poco tempo prima a villa Gancia di Feltre quasi voleva comunicare a Hitler l’intenzione di far uscire l’Italia dalla guerra salvo poi recedere dal farlo personalmente delegando appunto il Gran Consiglio, che da lì a poco avrebbe riunito, sulle cui decisioni, pur potendolo fare, non battè ciglio (del resto ottenne quello che in cuor suo sperava).
    Quando le cose assunserro una piega diversa da quella sperata (arresto e detenzione di Mussolini, fuga del re e Badoglio a Brindisi, ecc.) non appena i tedeschi “rialzarono” Mussolini dalla caduta chiesero tuttavia conto a quest’ultimo su come andarono le cose .. Mussolini allora scaricò la responsabilità sul Gran Consiglio colpevole, in realtà, di aver per l’ennesima volta sottostato agli ordini del Duce ..
    Pertanto quei poveri cinque disgraziati furono sacrificati da Mussolini per salvare le proprie apparenze di fronte a Hitler ..
    Questo fatto, che vide ripartire nuovamente il fascismo sia pur sottoforma di Repubblica Sociale Italiana, tuttavia non bastò a impedire lo scatenarsi della guerra civile che si concluse ufficialmente il 25/04/1945 !!

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