giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

1921-2014:
dopo Gramsci
il ‘mods style’
Pubblicato il 02-01-2014


Berlusconi continua a definirsi vittima del “complotto della sinistra”, dei giudici comunisti. Si tratta di una stanca riproposizione dell’esistenza dell’“egemonia” della sinistra in Italia sulla società.

Ma ai giorni nostri appare poco aderente alla realtà politica e sociale la tesi dell’esistenza di un’ideologia a sinistra, basata sull’egemonia culturale in Italia. Certo, essa è esistita ed è stata praticata, considerato che nel dopoguerra per volontà di Togliatti, dal 1945 sino alla metà degli anni ’80, il Partito comunista ha messo in pratica scientificamente le teorie del fondatore del comunismo italiano, Antonio Gramsci, elaborate negli anni che precedono la scissione di Livorno del 1921 dal corpo del socialismo italiano.

Il politico e pensatore sardo, come è noto, elaborò una originale Kulturkampf italiana, rovesciando il tradizionale rapporto struttura-sovrastruttura di Marx, conferendo una sorta di primato autonomo alla sovrastruttura culturale, identificata nella società civile di stampo borghese. Da qui la teoria e la prassi politica di “rivoluzione finale” da attuarsi attraverso l’inquinamento ideologico nelle “casematte” della borghesia, in primo luogo quelle della cultura, come le case editrici ma anche il teatro e il cinema, e dell’informazione, a partire dai grandi giornali, con uno straordinario potere di fascinazione sugli intellettuali cosiddetti “organici” e dell’engagement abbacinati dal mito della Rivoluzione proletaria e del Terzomondismo, nel settore della giustizia, con la nascita di “Magistratura democratica”, e con la “cinghia di trasmissione” leninista sui sindacati, attraverso la Cgil, per utilizzare le masse operaie nella “ginnastica rivoluzionaria” in attesa dell’ora X del crollo del capitalismo. Una egemonia non più proponibile a causa del crollo del comunismo mondiale e delle sue varianti, compresa la cosiddetta “via italiana”, e che Eugenio Scalfari (fu il senso anche dello scontro con il riformismo socialista del Psi e con l’elaborazione teorica degli intellettuali impegnati nell’esperienza della rivista socialista Mondoperaio, diretta da Luciano Pellicani) avrebbe recuperato nella sua prospettiva politica e culturale neo-azionista. Il fondatore di “Repubblica” infatti, sostenne in senso democratico-borghese e illuministico l’ipotesi politica del compromesso storico, per l’alleanza tra Moro e Berlinguer con la benedizione della grande finanza laica organizzata dalla Mediobanca di Cuccia e politicamente rappresentata da Ugo La Malfa e un “patto tra i produttori”, tra Agnelli e Lama.

Oggi, semmai, sono i magistrati e gli intellettuali che vengono dall’ideologia della sinistra di classe, non solo del vecchio partito comunista, a volere egemonizzare ciò che rimane del filone Pci-Pds-Ds confluito nel Partito democratico; un partito, si potrebbe dire, passato dall’egemonia gramsciano-togliattiana, permeata dal “pensiero forte” dell’hegelismo di sinistra, allo stile Mods, i ragazzi che, negli anni ‘60’ del secolo scorso, vestivano con i pantaloni a sigaretta e portavano i capelli corti sulle Lambrette, all’insegna dello slogan “siamo i giovani che non diventano vecchi”.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Acuta e interessante l’analisi di Ballistreri. Mi chiedo se a sinistra ci toccherà riscoprire, per qualcuno scoprire, quel gran disco, ma opera rock è senz’altro la definizione più appropriata, che è stato “Quadrophenia” degli Who, per prepararci al futuro. Per adeguarsi allo stile mods….

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