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Opinioni e commenti
 

2 gennaio 1960:
muore Fausto Coppi
Pubblicato il 02-01-2014


Fausto CoppiIl 2 gennaio del 1960 Fausto Coppi, all’età di 40 anni, si spegne alle 8.45 all’ospedale di Tortona. Sulla morte del Campionissimo, trascorsi 54 anni, sono ancora molti i perché e restano aperte una infinità di domande. Ma è ormai appurato che la tragedia si consumò per un errore dei medici che sbagliarono la diagnosi ritenendo che Coppi fosse afflitto da una influenza più robusta del solito. I dottori somministrano al paziente antibiotici e cortisonici, ma il Campionissimo, che in realtà aveva contratto la malaria durante una battuta di caccia in Africa, nell’Alto Volta (oggi Burkina Faso), non reagì a quelle cure sbagliate, così molto rapidamente entrò in coma e altrettanto velocemente morì.

Il triste giorno che si trasformò in lutto nazionale avrebbe potuto essere evitato con la semplice assunzione del chinino, sostanza ormai di largo consumo e che certamente Coppi aveva in casa, visto che durante la seconda guerra mondiale e il periodo trascorso in prigionia aveva già contratto una infezione simile. Ma tutto fu inutile. Anche le telefonate dell’entourage di Raphael Geminiani, ciclista professionista che era stato in Africa con Coppi, dove aveva contratto a sua volta la malaria, ma che per sua fortuna fu salvato per i capelli. Così nel gennaio del 1960 tutto il mondo del pedale, e non solo, si ritrovò a piangere la scomparsa del Campionissimo sulla collina che sale verso il camposanto del piccolo comune di Castellania.

Fausto Coppi, “l’uomo solo al comando”, era riuscito a fare sognare l’Italia povera e contadina che tentava faticosamente di scrollarsi di dosso il fardello della guerra. Nell’immaginario popolare l’Airone e la sua bicicletta si saldarono per sempre in una cosa sola. E a ben pensarci non poteva essere altrimenti. Tanto è vero che Coppi non riuscì mai a staccarsi dalle corse e dal ciclismo, anche negli ultimi tempi, quando i giorni della gloria erano ormai sbiaditi e quelle gambe esili usate come prodigiose leve, per  sua stessa ammissione, avevano perso la potenza e lo smalto delle imprese migliori.

Il Campionissimo era nato il 15 settembre del 1919 nel piccolo comune di Castellania, oggi circa 85 anime, in provincia di Alessandria. Quartogenito di una famiglia contadina, Fausto ben presto capì che il suo futuro non apparteneva ai campi. Mentre giovanissimo faceva il garzone in una bottega di alimentari si ritrovò a pedalare a tutta birra sulle strade polverose del tempo e ci provò gusto sognando di emulare le imprese del suo idolo Girardengo.
Qualcuno notò subito che il ragazzo quando saliva a cavallo della sella era tutta un’altra cosa e così lo presentò al già conclamato santone del pedale Biagio Cavanna. Questi cieco, ma solo dagli occhi, afferrò le gambe del nuovo discepolo e si narra che bastò il tatto per vaticinarne il grande futuro. E così fu. Il giovane prodigio aveva un fisico che poteva apparire a prima vista sgraziato: cassa toracica schiacciata e larga, arti inferiori lunghi ed esili. In realtà quel corpo nascondeva una macchina perfetta.

La capacità polmonare di Coppi era di 7 litri e mezzo, mentre le sue gambe erano così potenti da fare il vuoto sia in salita e sia in pianura. Doti rare che emersero per la prima volta nel 1937 con la vittoria a Baffalora, dove il predestinato  corse da dilettante non tesserato. Dopo alcuni buoni risultati nel 1939 si confrontò con i professionisti  al Giro del Piemonte, arrivò terzo alle spalle di Gino Bartali e Del Cancia. La Legnano, la squadra di Bartali, gli mise subito gli occhi addosso e presto gli fece fare il salto nel mondo del professionismo. Dopo un periodo di scarsi acuti il debuttante Coppi si presentò al Giro d’Italia e fu da quel grande palcoscenico naturale che suonò il primo grande squillo di tromba.

Approfittando di qualche caduta di troppo del suo capitano Bartali, vinse la corsa rosa piantando il punto esclamativo nella tappa di Modena, impreziosita con uno show da solista nella salita tosco-emiliana dell’Abetone. Archiviata la prima maglia rosa, passò a nuovi traguardi. Si cimentò nella specialità dell’inseguimento diventando campione italiano e poi, mai sazio di vittorie, trionfando in lungo e in largo in ogni riunione. Nel 1941 incrementò ancora il bottino su strada tagliando per primo il traguardo al Giro della Toscana, in quello dell’Emilia, del Veneto, imponendosi anche alla Tre Valli varesine. Nel 1942 invece vestì la maglia tricolore a Roma. Cadde infine sulla pista del Vigorelli, e inaugurando una lunga scia di infortuni che contraddistinse e costellò la sua carriera, si fratturò una spalla.

Ma nel mese di novembre arrivò ancora un altro acuto. Con la volontà di allontanare la partenza per il fronte e sotto la sapiente regia del santone Cavanna si cimentò nel record dell’ora. Coppi cavalcò una bicicletta speciale, spinse un rapporto 52 x 15 e la magia prese forma: corse in un’ora 45,798 chilometri, un record granitico che non fu battuto prima del 1956 da un certo Anquetil, alias il maestro indiscusso della prova con il cronometro. L’impresa valse a Coppi un buon portafoglio, ma non l’immunità dal fronte di guerra dove fu spedito a combattere e il 13 aprile del 1943 fatto prigioniero in Tunisia.

Rientrò in Italia solo nel febbraio del 1945, afflitto da lieve malaria, da subito stentò a ritrovare la sensazione giusta sulla strada. Ma come l’Italia tentava di risorgere dalla polvere, Coppi riprovava a montare in sella conquistando alcune vittorie di secondo piano e nel tempo libero convolando a nozze con Bruna Ciampolini con cui avrà poi una figlia, Marina. Nel 1946 fu assunto dalla Bianchi e tagliò per primo il prestigioso traguardo della Milano-Sanremo. Ingigantita dalla stampa fu di quel periodo l’inizio della rivalità che divise l’Italia: da una parte i coppiani, dall’altra i bartaliani. E se in quella stagione l’Airone si impose al Giro di Romagna, al Gran Premio delle Nazioni, al Criterium e al Giro di Lombardia, Bartali gli rese la pariglia facendo suo il Giro d’Italia per soli 47 secondi.

Nel 1947 il Campionissimo tornò però a macinare la polvere e a solcare il fango conquistando ancora una volta il Giro di Romagna e poi il Giro d’Italia con singoli acuti distribuiti su tre tappe: Prato, Trento e Napoli. Seguirono i successi ai giri del Veneto, dell’Emilia e Lombardia. Il tutto impreziosito dal titolo tricolore e da quello mondiale di inseguimento. Anche su pista in quei tempi si rivelò imbattibile. Ma pagò l’anno successivo:  il 1948, infatti, fu un periodo avaro di soddisfazioni per Coppi che vide il rivale di sempre, Gino Bartali, imporsi al suo secondo Tour de France e tornare in patria accolto come un messia per avere salvato il Paese da una possibile rivoluzione dopo gli spari esplosi contro Palmiro Togliatti.

L’Airone ritrovò la gloria nel 1949: primeggiò ancora alla classica di primavera, la Milano-Sanremo, e poi si impose nei giri di Romagna, del Veneto e di Lombardia. E ancora si aggiudicò il campionato italiano su strada e quello mondiale di inseguimento. Ma l’apoteosi  arrivò con la conquista  della maglia rosa (con le gemme di tappa a Salerno, Bolzano e Pinerolo) e poi della maglia gialla (sigilli a La Rochelle, Aosta e Nancy). Prima di lui nessuno aveva mai messo a segno la doppietta Giro e Tour. A rendere unica l’impresa ci pensò anche il primo degli avversari sconfitti: secondo, alle spalle del fuori classe piemontese, si piazzò sempre il ‘toscanaccio’ Gino Bartali.

In quel magico 1949 sbocciò definitivamente il fenomeno Coppi ormai dipinto dalle cronache come “corridore soprannaturale”, atleta “sublime” dalla pedalata “area” e dallo stile “perfetto”, ineguagliabile. Di volta in volta nelle sue imprese veniva paragonato a un airone, rapace come un’aquila e aggraziato nel volo come un gabbiano. La sua pedalata entrata nella leggenda dell’immaginario popolare si era trasformata in un volo ricco di inarrivabili evoluzioni. Le sue fatiche erano considerate invece come una ascesa  verso una sorta di beatificazione che con un rito del tutto pagano la folla adorante gli tributava al taglio di ogni traguardo.

Come scrisse Gianni Brera la “figura del Coppi dava l’impressione di una invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta”. Nel 1950 il Campionissimo mostrava una schiacciante superiorità, ma a sua insaputa il destino gli riservò un biennio orribile. Il calendario sportivo si aprì al meglio, Coppi trionfò al Giro della Provincia di Reggio Calabria, alla Parigi-Roubaix e alla Freccia Vallone. Ma poi cadde al Giro d’Italia, si fratturò il bacino, e la stagione andò in fumo. Nel 1951 fu peggio. L’Airone sbatté alla Milano-Torino fratturandosi la clavicola. Riprese al Giro d’Italia, vinse due tappe, e giunse quarto nella classifica finale. Nel mese di giugno, al Giro del Piemonte, il fratello Serse a un chilometro dal traguardo cadde sbattendo la testa su un marciapiede. Era già morto, ma ancora non lo sapeva. Concluse infatti la corsa in bicicletta. Poche ore dopo, fatta la doccia in camera, perse conoscenza e si spense stroncato da una emorragia cerebrale.

Il Campionissimo si trasformò in una statua di marmo scolpita dal dolore e più volte meditò il ritiro dalle corse. Ma la passione per la sua bicicletta ancora una volta lo sopraffece. In condizioni psicologiche precarie si presentò ai nastri di partenza del Tour, dove arrivò decimo con il solo acuto nella tappa di Briagnon.
Ma poi arrivò il 1952 e si voltò pagina. Fu un’altra stagione spettacolare, quella della seconda doppietta Giro e Tour. In maglia rosa si impose nelle tappe di Rocca di Papa, Bolzano e Como, in maglia gialla fece suoi i traguardi di Nancy, Alpe d’Huez, Sestriere, Pau, Puy-deDóme.

Il ciclista più forte di sempre bussò alla porta del Giro d’Italia anche nel 1953, con i successi parziali di Roccaraso, Modena, Bolzano e Bormio si aggiudicò la quinta e ultima maglia rosa. Mitica l’impresa sullo Stelvio quando piegò il pettinato Koblet che godeva dei favori del pronostico e che fu poi il primo straniero a vincere la corsa a tappe della Gazzetta dello Sport. Lo stesso anno si coronò con l’impresa del mondiale che conquistò nella prova in linea disputata a Lugano. E fu proprio sotto il podio iridato che irruppe sulla scena la ‘dama bianca’, Giulia Occhini, la donna che cambiò il corso della vita del Campionissimo.

Nel 1954, Coppi, che non entusiasmò per prestazioni, dopo un anonimo Giro d’Italia, lasciò la moglie per andare a vivere con la Occhini, donna a sua volta sposata con un medico acceso tifoso del campione. Fu un grande scandalo per l’Italia di allora, Paese un po’ provinciale e un po’ bigotto nel quale prevalse uno spirito becero e moralista che censurò la vita privata del mito sportivo con una organizzata caccia alle streghe sotto la forma della maniacale ricerca della flagranza dell’adulterio. Entrambi denunciati per abbandono del tetto coniugale, dopo una irruzione nella villa di Novi da parte dei carabinieri, Giulia Occhini finì addirittura in carcere e fu in seguito spedita al confino ad Ancona mentre era incinta del figlio Angelo Fausto. Il vescovo di Loreto giunse persino al punto di scoraggiare i pellegrini, e forse tifosi, dal frequentare l’albergo in cui convivevano i due amanti.

Sbranato da pettegolezzi e nel mirino di milioni di scandalizzati le imprese sportive di Fausto Coppi passarono in secondo piano, proprio mentre il Campionissimo aveva imboccato la strada della lunga e mai accettata discesa sportiva. Il suo fisico un tempo inscalfibile e instancabile era ormai avvelenato dalla fatica e minato dalle tante fratture. Nel 1955 vinse ancora il Giro dell’Appennino, le Tre Valli varesine e il Trofeo Baracchi. Poi nel 1956 rovinò di nuovo sull’asfalto del Giro d’Italia e fu immobilizzato per due mesi a causa dell’incrinatura di una vertebra. Ma Coppi non voleva saperne del ritiro. La passione per la bicicletta e la competizione erano essenziali per vivere, come respirare l’aria. E questo fino ad accettare nel 1958 di giungere 32esimo al Giro d’Italia arrancando a 59 minuti dal primo.

Ai funerali che si celebrarono  il 4 di gennaio a Castellania il colpo d’occhio fotografò una folla imponente. Si capiva che tutta quella gente si portava dentro una marea di emozioni: commossa sì, ma anche un po’ stordita e incredula per quella morte tanto banale che pareva non centrare proprio nulla con l’immagine del mito sportivo ed eroe popolare che la stampa e tutti i mezzi di comunicazione avevano contribuito a radicare nelle masse. E anche per questo, quando l’Airone chiuse per sempre le ali, ognuno diede una propria interpretazione personale al triste evento. Il giornalista Gianni Brera ne vergò una particolarmente suggestiva:  “Troppo intensamente aveva vissuto per poter reggere alla vita. In quarant’anni ha letteralmente bruciato se stesso. Ha sofferto l’esistenza dei poveri e le si è ribellato con sacrifici di epica imponenza… Quando ha capito che sopravvivere a se stesso non era impossibile, ma certo sconveniente, per uno come lui, con infinita tristezza ha deciso di abdicare e di lasciarci”.

Ferruccio Del Bue

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