giovedì, 24 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Ariel Sharon: un eroe
o un criminale di guerra?
Pubblicato il 16-01-2014


Ariel SharonRipercorrere la vita di Ariel Sharon significa seguire la storia militare di Israele dai suoi albori, compresi tutti i chiaroscuri legati alla eterna, e sempre più intricata, questione delle relazioni israelo-palestinesi. Nato nel 1928 in una cooperativa agricola di stampo socialista, nell’allora Mandato britannico in Palestina, da una famiglia di ebrei bielorussi fuggiti dai pogrom, già a 14 anni è membro dell’Haganah, la forza paramilitare che agì nell’area del “focolare” dal 1920 al 1948, anno della nascita di Israele.

Appena ventenne si distinse nella battaglia di Gerusalemme contro le forze irachene per le capacità di resistenza e di organizzazione di guerriglia che tenne in scacco i nemici; nel 1953 fonda e guida l’Unità 101, il gruppo di forze speciali di Tsahal (forze di difesa israeliane), su autorizzazione del primo ministro David Ben Gurion per sopprimere i continui attacchi provenienti dai fedayn con una contro-guerriglia spietata; l’operazione Shoshana contro i ribelli della Cisgiordania culminò con il massacro di Qibya, quando gli uomini di Sharon attaccarono questo villaggio causando 69 vittime tra i palestinesi (secondo le ricostruzioni le case vennero prima colpite da scariche di proiettili e fatte saltare in aria con la dinamite).

Accusato di avventurismo l’allora comandante rispose come egli avesse agito secondo la logica migliore, ovvero infliggere ai nemici un numero di perdite tale da disincentivare la loro guerriglia.

Generale a 28 anni sarà la Guerra dei Sei Giorni (1967) a dargli definitivo prestigio in Israele, impartendo cocenti sconfitte agli egiziani.

Il 1973 sarà l’ultimo conflitto (Yom Kippur) a vederlo operante sul campo, riuscendo abilmente a tagliare i rifornimenti e le comunicazioni delle armate egiziane inserendosi tra di esse, portando le truppe israeliane a una distanza tale da poter porre sotto tiro Il Cairo.

Nello stesso anno inizia la sua carriera politica e viene nominato, nel 1977, Ministro dell’Agricoltura dal governo del Likud, presieduto da Menachem Begin (tra i fondatori del gruppo terroristico Irgun); ebbe, così, la possibilità di avviare la sua campagna in favore degli insediamenti, legandosi al gush emunim (movimento sionista che mira ad agevolare la formazione di insediamenti agricoli ebraici in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Golan, ovvero le parti integranti di Eretz Israel);     da qui verrà soprannominato “ministro bulldozer”.

Nel 1983 diventa Ministro della Difesa nel secondo governo Begin, avallando l’operazione “Pace in Galilea” volta a sopprimere i continui attacchi provenienti dal Libano meridionale da parte dei profughi palestinesi. Nonostante la promessa di non oltrepassare il fiume Litani per punire i fedayn e dare un governo a guida cristiana al paese, strappandolo alla nefasta influenza della Siria, gli uomini di Tsahal inseguirono i militanti dell’OLP nel resto del paese.

È durante questo conflitto che si consumò una delle tragedie maggiori che la storia ricordi: gli uomini della Falange cristiano-maronita al comando di Gemayel tra il 16 e il 18 settembre 1982 penetrano nel campo profughi di Chatila e nel quartiere di Beirut Sabra, massacrandone liberamente i palestinesi e gli sciiti libanesi (le vittime si aggirano tra le 800 e 3500) grazie alla non reazione dell’esercito israeliano, rimasto senza ordini in proposito.

Sharon venne giudicato dalla Commissione Kahan indirettamente responsabile in quanto ignorò il pericolo di spargimento di sangue e di vendetta e per non aver adottato misure appropriate per evitare spargimento di sangue, in quanto la popolazione civile di Beirut si trovava sotto il controllo israeliano. Fu così costretto a rassegnare le dimissioni da ministro, ma il Likud lo sostenne affidandogli vari ministeri senza portafoglio per mantenerlo a galla fino alla sua elezione nel 2001 a primo ministro, rafforzata da un gesto compiuto l’anno precedente che ebbe del clamoroso.

Ancora una volta emerse l’attivismo esasperato dell’uomo il quale decise di surriscaldare ulteriormente la diatriba con gli arabi passeggiando presso la spianata delle moschee a Gerusalemme (scatenando così la Intifada di Al Aqsa).

Dinanzi alle azioni dei kamikaze palestinesi Sharon inaugura, nel 2002, il security fence, o muro della vergogna, una barriera di 700km attorno alla Cisgiordania per impedire l’ingresso dei “nemici di Israele”. Decide di confinare Arafat a Ramallah, mentre sempre nel 2002 rischia un processo al Tribunale Internazionale dell’Aja per crimini di guerra relativi al suo ruolo nel massacro di Sabra e Chatila, ma il suo principale accusatore, l’ex falangista libanese Elie Hobeika, muore in circostanze misteriose, facendo decadere le accuse.

A sorpresa nel 2005 avvia il ritiro dalla Striscia di Gaza, espellendo forzatamente 10.000 coloni israeliani così da conferire ai palestinesi un primo nucleo per il loro stato, ma tutto ciò gli costa il proprio partito. Ne fonda uno nuovo, il centrista Kadima, ma poche settimane dopo è vittima di un ictus dal cui coma non riuscirà più a svegliarsi.

Se ne va così un pezzo di storia di Israele, un padre fondatore per età e contributo dato al paese. Al Fatah esulta per la morte di “un criminale di guerra che meritava di essere giudicato davanti alla Corte Penale Internazionale” per le gross violations avvallate nel 1982; gli fa eco Hamas che “non potrà mai versare lacrime per la sua morte”.

Anche in Israele Sharon è stato capace di spaccare in due, come ai tempi della guerra del Kippur, i pareri su di lui: “era l’uomo metà di noi amava odiare e l’altra metà odiava amare”.

Certamente l’avventurismo spericolato costò la vita ai suoi uomini ai tempi della carriera militare, ma il suo forte sentimento sionista lo confermò alle elezioni con uno schiacciante 63%. In ogni caso non si può dimenticare l’effettiva responsabilità, che ebbe in quanto Ministro, durante i massacri in Libano o durante la passeggiata alla spianata delle moschee che scatenò la furia araba o, ancora, gli sterili effetti del ritiro da Gaza (anche per ragioni economiche), un piano non inserito in alcun progetto di pace e quindi di per se inutile e fine a se stesso.

Il bulldozer di Israele lascia ora il suo centrodestra in grave declino, cannibalizzato da formazioni più estremiste come Israel Beitenu e il paese ancora a dibattersi sulla soluzione all’interminabile conflitto con gli Arabi.

 Luca Boschini

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