martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Città metropolitane, province, comuni
Pubblicato il 28-01-2014


Carta-autonomie localiCon sentenza n. 220 del 19 luglio 2013, la Corte costituzionale decretò il definitivo nulla di fatto rispetto al confuso, caotico e velleitario tentativo di estinzione/accorpamento/riordino delle province – messo in atto dai due governi precedenti l’attuale. L’attuale Governo ha reagito alla sentenza della Corte costituzionale approvando, nel Consiglio dei Ministri del 5 luglio 2013 un disegno di legge di revisione costituzionale, “a stralcio” rispetto alla riconosciuta necessità di rivisitazione del Titolo V, col quale sono soppresse le province e le città metropolitane dall’elenco dei soggetti costituenti la Repubblica.

L’approvazione da parte del Parlamento di questa legge costituzionale avrebbe consentito agli interessati – Stato, regioni, province e comuni – l’attento esame dei vari compiti delle province e l’assegnazione dei medesimi ai vari livelli istituzionali assieme al personale, ai mezzi, alle risorse finanziarie in modo da arrivare al superamento degli enti con la certezza e chiarezza di un progetto serio e attuabile.

Piuttosto che avere enti di secondo grado, con confusioni di compiti, sovrapposizione di funzioni, sicuramente conviene procedere al loro completo superamento espungendo dalla Carta costituzionale, eventualmente inserendoli, come forme di aggregazione volontaria dei comuni, nella tanto attesa nuova Carta delle autonomie locali; solo in questo modo potranno essere valutate le vere economie, eliminare funzioni superflue, uscire dalla demagogia che individua nel superamento delle province forti economie, come ha rilevato anche la Corte dei Conti che ha raccomandato di affrontare il problema partendo dalle funzioni e non dagli enti, ivi compresi quelle degli oltre 5.500 di servizi pubblici e strumentali.

Ma era troppo semplice seguire questa giusta strada e il Governo, probabilmente preoccupato per i tempi lunghi di una riforma costituzionale, ha, colpito da “ansia da prestazione” (ove la prestazione, se eseguita sotto l’effetto dell’ansia, non sempre riesce bene) presentato il disegno di legge recante “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, approvato dalla Camera dei deputati il 1°/12/2013 e oggi all’esame del Senato.

Non quindi eliminazione delle province, come si vuol far intendere, ma “svuotamento delle province” dato che per riuscire ad abolirle bisogna modificare la Carta costituzionale.

Il disegno di legge mantiene, a parere di parecchi esperti, lacune, incongruenze, disfunzioni e vizi d’incostituzionalità; una volta approvata definitivamente con ogni probabilità assisteremo a vari ricorsi alla Corte costituzionale, soprattutto da quelle Regioni contrarie al provvedimento, con il rischio di dover rivedere il tutto.

Per evitare questo rischio, sarebbe necessario iniziare l’iter parlamentare della modifica costituzionale arrivando alla sua approvazione almeno in prima lettura prima del varo della legge ordinaria.

Occupiamoci ora della Città metropolitana, che, una volta approvata la legge, è costituita, in prima applicazione, sul territorio dell’omonima provincia, assorbendone tutte le funzioni. il patrimonio, il personale e le risorse strumentali succedendo a titolo universale in tutti i rapporti attivi e passivi, ivi comprese le entrate provinciali.

Sarebbe auspicabile che il Parlamento evitasse la creazione di un ente di secondo grado; solo l’elezione diretta da parte di tutti i cittadini può portare ad un ente di governo che assuma una forza, un’autorità, una dignità propria per un livello decisionale che risponda tempestivamente ed efficacemente ai problemi della globalizzazione, della crisi finanziaria, economica e occupazionale, un’autorità politica e istituzionale forte di governo del territorio, rifuggendo dal rischio del frazionamento della sua area, possibilità non remota.

L’altra strada per giungere all’elezione diretta degli organi, ipotesi realizzabile dalla normativa (elevazione a comune delle circoscrizioni, ecc.), è di difficile percorribilità e soggetta comunque alla volontà non dei territori ma del legislatore statale e regionale.

Indipendentemente dall’istituzione della città metropolitana e dal destino delle province,  è opportuna un’accelerazione di tutti i processi di unioni comunali, in funzione propedeutica alla loro fusione, che abbiano come tratto distintivo l’omogeneità territoriale e realizzino delle vere e proprie economie, dimostrabili e documentabili, al netto dei vari incentivi che dovrebbero essere riservati principalmente alle fusioni stesse.

Franco Ecchia

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Commenti all'articolo
  1. L’area metropolitana è un grande capoluogo coi suoi satelliti, quindi più vicino all’Unione di comuni che alla provincia.
    E comunque il dualismo tra metropoli e non-metropoli provocherà scontri infiniti

  2. L’invenzione ad Hoc per mascherare 20 anni di malamministrazione.

    Il decreto Monti che voleva abolire le Province e istituire le città Metropolitane, nonostante le bocciature per incostituzionalità, per molti sembra ancor oggi essere la ricetta per risolvere i numerosi problemi che affliggono il nostro paese. Ci crede anche la Regione Lazio che a tal proposito ha approvato una delibera.
    Immaginare che possa esistere “la Città Metropolitana di Roma” come Ente di secondo livello (non eletta dai cittadini) la quale assume le funzioni dell’attuale Provincia è solamente un alibi per qualche abile politicante che nella confusione hanno ben chiaro il loro progetto e cioè:
    togliendo la funzione Politica alla Provincia attraverso il commissariamento di fatto si è dato un indirizzo politico incontrastabile alla Provincia stessa la quale, pur non essendo più un’Ente i cui amministratori erano scelti dai cittadini, determina scelte sciagurate in tutto il territorio (vedi il pasticcio sui rifiuti, le centrali a biogas e biomasse autorizzate, la quota Tares versata alla Provincia, lo stato delle strade e delle scuole, il mercato del lavoro).
    Un documento dell’UPI denuncia in maniera scientifica e inopinabile che con l’abolizione delle Province i costi aumenteranno più del doppio. Infatti con le Unioni dei Comuni: si creeranno inevitabilmente delle macchine gestionali di questi nuovi Enti con i relativi costi; aumenterà inevitabilmente il voto di scambio in quanto, la Città Metropolitana sarà un Ente di Secondo livello in cui ad essere rappresentati saranno soprattutto i Comuni più popolati e le Unioni dei Comuni;
    In questo quadro esiste anche un luogo comune e cioè il fatto che molti politicanti paventano che “questo ce lo chiede l’Europa”.
    L’Europa non chiede nulla di tutto questo semplicemente per il fatto che l’Europa non potrebbe assolutamente chiederci questo.
    Quello che invece ci critica l’Europa intera sono una serie di funzioni che, in teoria, dovrebbero essere assolte dalle Province (come edilizia scolastica, organizzazione e offerta nel mercato del lavoro, maunutenzione delle strade, inquinamento atmosferico dei riscaldamenti domestici) che nella triste realtà non vengono assolte nonostante gli alti costi.
    Il grande problema stà nel non riconoscere che, specialmente negli ultimi 20 anni, vi è stata una mala amministrazione dovuta da una parte alla forte presenza e egemonia di alcuni grandi Partiti politici i quali hanno sostenuto gli interessi di pochi “grandi elettori” e dall’altra alla capacità trasformista di alcuni professionisti dall’arraffamento della cosa pubblica.
    Pensare che chi ha male amministrato in questi anni possa oggi riformare le Province senza farlo a proprio uso e consumo significa non voler ammettere che quella che oggi vuole essere la grande riforma è in realtà l’inizio di una nuova era di mala amministrazione.
    A tutto questo aggiungiamo che (cosa ben provata) gli stessi grandi Partiti hanno in mano la macchina elettorale e sono in grado di manovrarla a loro uso e consumo soprattutto con i voti di preferenza.
    La maggior parte dei presidenti di seggio appartengono ai grandi partiti, molti di questi sono gli stessi che hanno fatto i “noti brogli” alle primarie, come possone essere onesti con i cittadini coloro che non sono onesti neanche con gli aderenti allo stesso partito?
    Per dirla in maniera bonaria “si parla dell’effetto per non affrontare la causa”
    sicuramente in buona fede anche parte della dirigenza del Partito Socialista Italiano e caduta nel tranello. in particolare l’ex Dipietrista ed ex PSDI Tortosa che, nella sua funzione di Commissario Regionale del Partito Socialista, ha utilizzato l’argomento della città metropolitana per assoggettare un partito politico a una nuova geografia strutturale in funzione dell’inesistente e quindi dell’immaginario, argomentazione supportata anche da buona parte di quella dirigenza del partito che vuole far finta di non essere responsabile di quanto accade o è accaduto nel Partito soprattutto nell’ultimo periodo.
    Molto più facile è trovare il Capro Espiatorio nei segretari di Federazione arrivando addirittura all’insinuazione e all’infamazione paventando accordi sotterranei per fini personali di cui ci si accorge, casualmente e senza contraddittorio, solo ora. Ma la dirigenza del Partito nel frattempo cosa faceva…dormiva o ne era complice?
    le decisioni del congresso di Vicovaro rappresentano un’esigua minoranza del Partito e rappresentano quella parte del partito che poco o nulla ha fatto affinché alle elezioni comunali di Roma venisse ripetuto il risultato politico ottenuto 3 mesi prima in occasione delle elezioni Regionali.

    C’erano solo tre giovani e l’età media era di 55/60 anni, le donne non hanno parlato se non un intervento per dire che loro non erano rappresentate, è stata diffidata la riunione legittima della federazione Romana partecipata soprattutto da giovani…….Il Partito Socialista non ha bisogno ne dell’ipocrisia dei dirigenti né dei Rottamatori, l’unica necessità per il nostro Partito è trovare il minimo comune denominatore per una sintesi corretta…….Prima che sia troppo tardi

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