domenica, 16 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

È quasi tregua tra Letta e Alfano?
Pubblicato il 10-01-2014


Renzi, Letta, legge elettorale

Letta e Renzi si sono incontrati stamattina a Palazzo Chigi e dopo un’ora e mezza di colloquio a quattr’occhi, sono usciti per dire che l’incontro era stato “molto utile e positivo”, che si era parlato di tutto e in modo particolare del jobs act, il piano del lavoro lanciato ieri dal segretario del PD.

A parte quanto si desume dalle versioni ufficiali, è evidente che è stata concordata una tregua, o almeno una quasi-tregua, anche perché la tensione aveva raggiunto il livello di guardia e la fibrillazione continua, condita dalle figuracce dei ministri e dai diktat di Renzi, minacciava di lasciare sul campo solo vittime e nessun vincitore. Come si poteva già intravvedere dai sondaggi, la polarizzazione e l’attivismo del sindaco di Firenze, se da una parte aiutano la lista del PD in termini di consensi strappati a indecisi e grillini, dall’altra annunciano la vittoria della coalizione di centrodestra. Tutto questo gran daffare di Renzi per ora è infatti servito a sottolineare le insufficienze del governo di cui il PD è il maggiore azionista e a far dimenticare i clamorosi e ripetuti fallimenti del centrodestra e del suo leader Silvio Berlusconi.

Di quello che si sono detti davvero Letta e Renzi, non si nulla, soprattutto non si sa se sia stata trovata una soluzione alla questione principale, quella della legge elettorale. Si dice che il segretario del Pd abbia già incontrato segretamente Silvio Berlusconi e che con il leader dell’opposizione di centrodestra abbia trovato anche un’intesa che porterebbe dritti dritti alle urne il 25 maggio. Come il suo predecessore Veltroni nel 2006, anche Renzi insomma avrebbe ceduto alle lusinghe del grande comunicatore, convinto di poter trasformare in voti sonanti nelle urne, le preferenze delle primarie e i gradimenti espressi nei sondaggi. Una scommessa pericolosa, ma plausibile visti i precedenti.

Apparentemente, raccontano, Renzi e Berlusconi si troverebbero vicini sul sistema spagnolo (che però richiede tempi lunghi perché vanno ridisegnati i collegi), distanti anni luce sul doppio turno mentre per il sindaco d’Italia serve prima la riforma costituzionale e, dunque, sostanzialmente d’accordo su una riedizione del Mattarellum (che andrebbe bene anche a Grillo).

Inoltre c’è da registrare la scadenza fissata del 27 gennaio – un’accelerazione frutto delle insistenze renziane – per la discussione in Aula della legge elettorale. Per quella data, anzi molto prima, la Consulta avrà reso note anche le motivazioni della bocciatura senz’appello del Porcellum. Una volta chiariti quali sono i paletti entro cui muoversi, sparisce l’ostacolo principale per qualunque discussione costruttiva sulla materia. Insomma ci sarebbero i presupposti per considerare come possibile il voto politico anticipato come chiede a gran voce (anche oggi) Berlusconi e come vuole, ma non lo ammetterà neppure sotto tortura, Renzi che invece sostiene pubblicamente il contrario.

Certo è che i tempi del 27 gennaio sono strettini assai. Il capogruppo alla Camera del Nuovo Centro Destra, Enrico Costa, si augura che “non sia una data spot. Vorrei sgomberare il campo – ha detto – da ogni equivoco: noi aderiamo a qualsiasi decisione sui tempi. Ma con la discussione che inizia il 20 gennaio la commissione avrà pochi giorni di tempo per varare il testo e dunque il rischio è che si sia fatto un calendario dell’aula in contraddizione con i tempi della commissione”. Diciamo “sì alla modifica, ma non pensiate con i tempi così stretti di far fuori le nostre istanze”. La preoccupazione degli alfaniani in politichese viene tradotta efficacemente dal ministro per le riforme Gaetano Quagliariello: “No ai calci nel sedere. Siamo un partito di profonda ispirazione cristiana, ma non presteremo l’altra natica”.

Per il socialista Riccardo Nencini, c’è “troppo caos attorno al governo. Troppi cucinieri che sfogliano l’Artusi”. Stamane, su ‘Radio Anch’io’, il segretario del Psi aveva detto: “L’esecutivo è guidato da un presidente del consiglio eccellente e da taluni ministri che sembrano i protagonisti del film ‘I pirati dei Caraibi’, molto improbabili…”. Un chiaro riferimento all’ultimissima vicenda sugli aumenti agli insegnanti che ha visto contrapposti il ministro dell’economia e quello dell’istruzione. Uno scontro che aveva fatto tornare di attualità il tema del rimpasto, ma poi non se n’è saputo più nulla.

Fare un rimpasto significherebbe coinvolgere Renzi nella responsabilità del governo, impedendogli di comportarsi come faceva Berlusconi negli ultimi mesi del governo Monti, cioè ‘quello che non funziona è colpa del governo, quello che va bene è merito nostro’, nella più classica delle posizioni da campagna elettorale.

Comunque per stare ai fatti e non alle voci, è giusto registrare quanto ha detto il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, enumerando i punti di un ‘nuovo patto di governo’ dopo il ‘vertice utile’ con il segretario del suo partito cui hanno fatto seguito altre consultazioni con gli alleati della maggioranza.

«Io e Renzi – ha detto a Rai News 24 – ci applicheremo». «Stamane abbiamo ribadito questo concetto. Siamo entrambi determinati ad andare avanti. Sappiamo che applicarsi è la nostra priorità, abbiamo il ruolo e la determinazione per farlo». «Dobbiamo costruite il contratto di coalizione, il Pd ha eletto un segretario determinato, con tanta voglia di fare che darà un contributo importante».

«L’aggressione alle lentezze della burocrazia – ha aggiunto riferendosi alla vicenda degli insegnanti – dovrà essere il cuore di uno dei punti del nostro contratto di coalizione». «È paradossale quanto è avvenuto. Abbiamo dato un messaggio terribile alla categoria degli insegnanti che è maltrattata dal punto di vista delle retribuzioni. Quella vicenda è la dimostrazione del fatto che il nostro Paese ha il serissimo problema di burocrazie che non si parlano tra loro e con i livelli politici, e che sono troppo lente».

Non è mancato anche l’annuncio del «cambio di passo». «Dobbiamo dare un messaggio molto chiaro agli italiani, all’inizio del 2014, dopo tre anni di emergenze finanziarie, si parte con un altro passo per far ripartire il Paese. È passato il tempo in cui la politica poteva permettersi di passare il tempo a litigare e a contare il grado di disgelo. I problemi sono altri, primo di tutti la disoccupazione». «Negli ultimi 5 mesi è stata una continua scossa tellurica che ci ha fatto faticare. Oggi dobbiamo essere conseguenti» alla formazione di una nuova maggioranza «e realizzare un cambio di passo».

Infine anche la promessa di un codice di comportamento per i ministri: «Nel contratto di coalizione introdurrò codici comportamento molto chiari: ci deve essere rispetto reciproco e un luogo permanente nel quale assumiamo decisioni con spirito di leale collaborazione tra alleati». «Sono convinto che questa regola funzionerà».

Nessuno ha riso e tutti, almeno a parole, apprezzano lo sforzo per i segnali di una tregua che era davvero necessaria.

Armando Marchio

 

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