giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

FIAT LUX?
Pubblicato il 30-01-2014


Fiat Europa-Londra

«Secondo me, per capire il problema della FIAT, si deve partire dal presupposto che la cosa più importante è che manca una politica industriale sia all’interno dell’Europa che dei singoli Paesi». Sergio Cofferati, ex leader della CGIL guarda con una prospettiva ampia al polverone sollevato dopo la decisione del Lingotto di trasformare a storica industria automobilistica di Torino in Fiat Chrysler Automobiles con sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale a Londra. E’ la globalizzazione, bellezza.

Una decisione che arriva a poche ore dall’altro caso che ha fatto scalpore, quello della svedese Electrolux che, pena la delocalizzazione della produzione in Polonia, chiede ai lavoratori il dimezzamento del salario.

Electrolux, FIAT e Alitalia, una sorta di trittico che incarna la fine di un’epoca: la compagnia di bandiera (o quello che ne rimane) ha, infatti, aperto le procedure per la cassa integrazione che riguarda duemila esuberi, quasi tutti su Roma. Sono passati pochi anni da quando una cordata di “capitani coraggiosi” si propose di risollevare le sorti della compagnia. Di coraggio, ma soprattutto di competenze imprenditoriali se ne sono visti davvero pochi.

Di fronte ad uno scenario del genere non resta che interrogarsi, cercando di pensare fuori da quegli schemi che, gli eventi degli ultimi anni, hanno fatto saltare.

Cofferati, il caso FIAT come quello Electrolux impongono una riflessione, l’ennesima, sul ruolo della contrattazione sindacale. Possibile che non si possa opporre una logica diversa a quella dell’abbassamento dei diritti?

Il problema ha molteplici aspetti. Il nodo centrale però, io credo, è che l’Europa ha subito un inesorabile processo di deindustrializzazione. Un processo che ha avuto un impatto molto forte acuitosi con la crisi cominciata nel 2008. Una parte consistente della produzione manifatturiera europea o non esiste più o è stata trasferita altrove. Tutto questo è avvenuto nella sostanziale indifferenza delle istituzioni.

Si riferisce alle istituzioni europee o a quelle nazionali?  

Entrambe. Il fenomeno europeo del resto è composto dalle tessere di un mosaico fatto dai singoli Stati membri. È mancata l’azione, ma prima ancora l’elaborazione di un’idea di cosa debba essere un sistema economico comune, di quali siano le priorità e di cosa debba essere difeso con tutti gli strumenti disponibili.

Errori irrecuperabili?  

In realtà, sembra che l’Europa qualche passo avanti lo stia facendo su questo aspetto. Per la prima volta, dopo anni, sembra essersi aperta una discussione intorno all’assetto futuro dei settori strategici per il Continente. C’è finalmente un documento impegnativo che riguarda i settori della cantieristica, dell’acciaio e dell’auto che invita gli stati a seguire delle linee guida. Naturalmente si tratta di documenti che non hanno contenuti vincolanti, ma è importante che si cominci a costruire un’idea di quali debbano essere le priorità per l’industria europea, i presidi sui quali si deve investire a partire dalla ricerca, fino alla produzione.

Si ritorna al nodo di sempre, manca l’Europa politica?

Certo, per fare seriamente interventi di questo tipo ci vuole un’autorità politica e le istituzioni europee hanno uno spazio limitato. Questo lavoro è piu semplice nei singoli Stati dove esistono governi che hanno autorità, funzioni e poteri. Però, proprio questi poteri hanno permesso alle forze di centrodestra in Europa di avviare quell’inversione di tendenza di cui parlavo poco fa, hanno cancellato l’idea stessa di una politica industriale inseguendo il mito di affidare tutto al cosiddetto libero mercato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Le sinistre hanno saputo fare di meglio, sono riuscite a proporre un’alternativa?

Io credo cha la sinistra, con tutti i limiti e contraddizioni che sono insite nel lavoro degli uomini, abbia avuto la tendenza ad affrontare diversamente la problematica.

A sinistra si era intuita la portata della mutazione in atto nella divisione mondiale del lavoro?

Io credo che la sinistra abbia colto il cambiamento e abbia provato a misurarsi con esso. Se pensiamo, ad esempio,  al documento elaborato subito prima del trattato di Lisbona del 2000 capiamo che si è cercato di esplorare questo nuovo territorio. Quel documento di altissimo livello, in gran parte dovuto elaborazione teorica Jacques Delors, dava una linea che poi non è stata seguita: diceva sostanzialmente che, nel mondo che si globalizza, l’Europa deve proporre un modello di produzione legato alla qualità prodotto come del processo. Il cuore di questo approccio doveva essere la conoscenza perché la competizione sul mercato globale non va fatta sui costi del lavoro e su un profilo basso di produzione che porta rotture sociali e cancellazione dei diritti, ma sull’innovazione e la ricerca sotto il cappello della conoscenza.

Poi cosa è successo?

È successo che, negli anni successivi, in Europa i governi socialisti sono stati scalzati da governi di centrodestra che hanno cancellato qual progetto straordinario sostituendolo con approcci neoliberali.

Come mai la destra è riuscita a fare breccia nell’elettorato?

In larga parte perché proponeva scappatoie facili di fronte a processi complessi che, oggettivamente, presentavano delle criticità nella messa in atto e degli impegni di lungo periodo.

Cosa si può fare oggi?

Riscoprire il valore e l’importanza della politica industriale agendo su due versanti: quello della creazione di un’infrastruttura materiale e immateriale dei territori per renderli attrattivi, da un lato, e dell’incentivazione della conoscenza e del sapere che possa dare un valore aggiunto tanto al prodotto che al processo, dall’altro. La conoscenza deve essere legata alla professionalità del lavoro e, in questo, il sistema educativo gioca un ruolo chiave.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Condivisibile l’analisi. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Martin Schulz, visto che si candida alla presidenza Commissione europea e il PSI ha già dichiarato che lo appoggerà.

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