lunedì, 10 dicembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Fuori dall’Euro? C’è chi vuole entrarci
Pubblicato il 21-01-2014


EURO-PoloniaLa Polonia, “terra di sangue” dell’Europa dell’Est, è stata la protagonista tra le economie ex socialiste di un vero miracolo economico, che ne ha trasformato la struttura, perdendo rapidamente i caratteri propri dei Paesi dell’area sovietica, per approdare nel novero dei Paesi industriali. Tuttavia, come sempre accade nei processi di rapida crescita e sviluppo, sono nati molti problemi che attualmente agitano la società polacca. Tra questi, il più grave è quello dovuto al fatto che la rapida crescita non ha investito omogeneamente l’intero Paese, ma ha originato profondi squilibri territoriali. Allo stato attuale gli osservatori parlano dell’esistenza di due Polonie: una di serie A, includente la parte nord-occidentale, ed una di serie B, includente la parte meridionale e centro-orientale.

Per unanime parere di molti analisti, come risulta dalla lettura dei numerosi articoli contenuti nel n.1/2014 di “Limes”, totalmente dedicato alla Polonia, l’ideale linea di demarcazione interna del territorio polacco ricalca in modo sufficientemente preciso una ripartizione di fine Settecento; questa modella oggi la realtà economica e sociale del Paese, nel senso che sul piano culturale la Polonia A è portatrice dei valori culturali delle terre prussiane, mentre la Polonia B riflette prevalentemente i valori culturali delle terre russe. Sul piano economico, la Polonia A, popolata da persone meno dotate di radici locali, è sensibile a valori meno tradizionali ed è favorevole alla modernità ed alla crescita, mentre la Polonia B è popolata da persone con minori radici locali, dotata di un forte senso comunitario e propensa ad accettare uno Stato forte a sufficienza per garantire la sua sicurezza sociale.

La suddivisione delle aree territoriali polacche, è di conseguenza l’esito di un “impianto divisorio di lunga durata”, che ha regolato la spartizione del territorio della Polonia tra le potenze limitrofe (soprattutto Russia e Germania) e che ha trovato il suo definitivo accoglimento finale negli accordi internazionali sanciti a Potsdam nel 1945. Gli accordi hanno legittimato variazioni territoriali di vasta portata, sia ad Est che ad Ovest, cui sono seguite le “pulizie etniche” del dopoguerra, che negli anni successivi hanno fatto della Polonia uno Stato etnicamente omogeneo; nel 2014, il 97% degli abitanti si è dichiarato polacco, con le minoranze residue ridotte a poco più di 1,5 milioni di persone.

Dopo il crollo dell’URSS, nel 1989, un più disteso rapporto tra la maggioranza nazionale e le minoranze rimaste nel Paese ha consentito di cogliere al balzo le opportunità che la nuova situazione ha contribuito a creare, sino a favorire la rapida transizione dell’economia polacca da economia pianificata a economia di mercato. La transizione, come si è detto, ha assicurato alla Polonia una crescita sostenuta, che ha contrassegnato la società e l’economia polacche con una profonda contraddizione, espressa da una crescita impetuosa, da un lato, e da una diminuzione radicale dell’occupazione, dall’altro. Questa contraddizione, percepita inizialmente come anomalia, è stata spiegata successivamente sulla base della considerazione che, mentre la crescita iniziale è stata originata dal processo di razionalizzazione del settore industriale, negli anni successivi questo processo ha causato una crescente espulsione della sottoccupazione che affollava i comparti industriali nel periodo precedente il crollo dell’URSS.

Il processo di crescita dell’economia polacca è stato sostenuto da un forte aumento delle esportazioni; queste, pur trainando la crescita degli anni Novanta, hanno originato in seguito un aumento delle importazioni, dovuto ai maggiori consumi e alle attività d’investimento, con i crescenti disavanzi commerciali resi sopportabili dalla permissività delle istituzioni internazionali. Infatti, dopo la transizione all’economia di mercato, il Fondo Monetario Internazionale ha promosso ripetute cancellazioni del debito estero polacco e l’affievolimento dei vincoli per il deficit pubblico e per la dinamica salariale; fatti, questi ultimi, che hanno incoraggiato l’afflusso di investimenti esteri in Polonia più che negli altri Paesi dell’Europa orientale. In tal modo, è stato possibile fare della Polonia un esempio positivo di transizione all’economia di mercato, così come in seguito si è fatto della Grecia il paradigma negativo della “cattiva” politica monetaria e fiscale.

Nelle modalità con cui la Polonia ha trasformato la propria economia e la propria società devono essere rinvenute le caratteristiche sottostanti la posizione attuale della Polonia rispetto al suo atteggiamento riguardo all’Unione Europea e soprattutto riguardo all’euro. Uno degli aspetti che più hanno influenzato l’esperienza polacca è stato il legame dell’economia del Paese con quella tedesca. La particolare relazione stabilitasi tra la Germania e la Polonia si è affermata in alcuni settori produttivi industriali e, in particolare, in quello automobilistico; negli anni, si è così realizzata un’integrazione verticale in cui la Germania si è specializzata nella produzione delle componenti a più alto valore aggiunto, lasciando alla Polonia quelle a valore aggiunto più basso.

In presenza di questa situazione, le autorità e i gruppi di interesse in cui si articola la società polacca hanno avvertito la necessità di integrare a livello europeo l’intera economia anche in campo monetario, con l’adesione all’area dell’euro; allo scopo così di scongiurare il pericolo che la Polonia possa essere esposta agli esiti negativi di “shock monetari asimmetrici”, considerato che le azioni intraprese dalla Banca Centrale Europea, nelle situazioni di crisi come quella attuale, non possono che essere subordinate agli interessi dei giocatori dominanti all’interno dell’eurozona. Ora, perciò, in Polonia si assiste ad una reazione al vuoto dei media intorno all’“integrazione europea“; al coro si è recentemente unita anche l’Alleanza della Sinistra Democratica che, nel corso del 2012, ha sostenuto la necessità di una rapida adozione dell’euro.

In conclusione, la Polonia è l’esempio paradigmatico di un Paese controcorrente; malgrado abbia subito anch’essa gli effetti negativi della crisi che ha colpito l’intera eurozona e malgrado i molti squilibri territoriali interni che la crescita sostenuta ha creato, ora chiede di entrare a fare parte del novero dei Paesi europei che hanno adottato la moneta unica; essa mostra così d’essere consapevole che l’interdipendenza tra le economie può essere meglio governata adottando l’euro, piuttosto che conservando la propria moneta nazionale, nell’illusione che questa possa preservarla dalle influenze negative esterne. Un momento come quello attuale, in cui il permanere delle crisi provoca una crescente disaffezione dall’Unione Europea e dall’area delle moneta unica per chi già ne fa parte, l’aspirazione ad entrare nel “club dell’euro” sembra smentire nel modo più assoluto il triste logo che si aggira in Italia: “Paese che vai, Grillo o Berlusconi che trovi”.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento