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Opinioni e commenti
 

IL NUOVO CHE AVANZA
Pubblicato il 20-01-2014


Matteo Renzi-Pd-Psi

Ora la proposta c’è. La legge elettorale che viene fuori dalla direzione del PD prevede un premio di maggioranza alla coalizione che esce dalle urne con almeno il 35 per cento: un premio che, per evitare eccessiva (e incostituzionale) concentrazione di potere, potrà essere al massimo del 18 per cento. In pratica, la coalizione vincente, a cui viene assegnato il premio, si accaparra da un minimo del 53 per cento dei seggi ad un massimo del 55 per cento. Poi, quello che è stato definito il “colpo di scena”: Renzi, non si sa se per ripensamento o per calcolo mediatico, lancia l’idea del doppio turno. Se nessuno ottiene il 35 per cento, dice il segretario democratico, “c’è la possibilità di un doppio turno, più precisamente un ballottaggio non tra due candidati premier, ma tra due coalizioni, simboli o agglomerati di simboli che senza apparentamento rigiochino la partita di fronte elettori”.

Una mossa che assegna al neosegretario, in un colpo solo, tutto il merito di traghettare l’Italia verso la “Terza Repubblica”, la governabilità e la fine dei “ricatti” dei piccoli partiti come lo stesso sindaco fiorentino ha ricordato parlando dell’esperienza dell’Unione. Dopo le critiche seguite all’incontro con Berlusconi al Nazareno, Renzi ha sfoderato la carta che lo toglie dal “viale dei cecchini”: del resto, il doppio turno era il pallino del PD da tanto tempo.

Ma, il punto dolente è un altro e si chiama rappresentatività: gli sbarramenti previsti dalla proposta genziana sono alti; l’8 per cento per i partiti che corrano da soli e il 5 per quelli in coalizione. In parole povere milioni di voti. Non solo: restano le preferenze con un “listino” bloccato, pare con quattro nomi.

Non è un caso che la proposta Renziana abbia incontrato resistenze sia dentro che fuori il PD, soprattutto sulla questione preferenze e sovranità dell’elettore. Cuperlo ha lasciato la direzione e non sono mancate polemiche con Fassina.

In casa socialista, intanto, il segretario Riccardo Nencini, dopo aver incontrato Matteo Renzi per un colloquio bilaterale, ha convocato la direzione del partito martedì per discutere delle riforme. Dal colloqui con il sindaco fiorentino è emersa affinità tra i due leader nell’inquadrare la questione della legge elettorale come parte di una cornice di riforme più larga che includa la riforma del Titolo V della Carta e la trasformazione del Senato in Camera delle Autonomie e delle Regioni. Secondo Nencini, infatti, “l’Italia non ha una struttura bipartitica. Nelle ultime elezioni politiche l’elettorato si è suddiviso in quattro aree equipollenti” e, per questo, c’è bisogno di “un sistema elettorale che favorisca governabilità”: in questa cornice, secondo il leader socialista, “il bipolarismo è la strada maestra”.

Parole positive anche rispetto all’adesione alla famiglia del Socialismo europeo: “Abbiamo condiviso questi aspetti e sostenuto che lo ‘schema europeo’ delle due culture politiche di riferimento – quella socialista e quella popolare – potrebbe essere un felice approdo anche per l’Italia”, ha detto Nencini.

Per inquadrare da un punto di vista più prettamente sociologico quella che in molti descrivono come la “trasformazione” innescata dal neosegreatrio democratico, Avanti! ha intervistato Alessando Orsini, sociologo e docente di Sociologia politica nell’Università LUISS

Professor Orsini, lei ha affermato che Renzi sta affrontando un problema culturale e non politico. Che cosa intende dire?

Il primo problema che Renzi sta cercando di affrontare è di tipo culturale e pedagogico, non politico. Per vent’anni, la sinistra è stata dominata da una concezione gramsciana del dibattito con gli avversari politici, secondo cui la destra è popolata da esseri moralmente spregevoli e pertanto inavvicinabili persino sul piano fisico. Per cui anche una stretta di mano o un pranzo con Berlusconi era considerata una forma ripugnante di corruzione morale. Si tratta di un modo di porsi nei confronti della diversità culturale che ha ostacolato seriamente il mutamento politico-istituzionale del nostro Paese. Le grandi riforme hanno bisogno di decisioni condivise da entrambi gli schieramenti e la condivisione presuppone il rispetto. Nel suo discorso al Parlamento, quando fu nuovamente eletto Presidente della Repubblica, Napolitano fece un discorso pedagogico, non politico, e rimproverò i partiti politici per la loro intolleranza reciproca. Napolitano sollevava il problema turatiano della pedagogia della tolleranza, come ho proposto di chiamarlo nei miei ultimi libri (cfr. Gramsci e Turati, Rubbettino). Per vent’anni, chiunque abbia provato a legittimare la figura politica di Berlusconi è stato considerato un “traditore”.

E poi che cosa è successo?

È successo che, quando il Partito Democratico, a causa dei risultati elettorali, della chiusura di Grillo e del monito di Napolitano, è stato costretto a collaborare con Berlusconi, i capi della sinistra si sono accorti di essere vittime di se stessi e sono caduti, uno dopo l’altro. Questi uomini avevano bisogno di ricorrere al riformismo, ma, di fatto, lo avevano reso inservibile, privandolo della sua base fondamentale: il rispetto verso gli avversari politici. Il riformismo richiede un’ampia possibilità di movimento, ma i capi della sinistra si erano paralizzati con le proprie mani.

Che cos’è il riformismo, secondo la sua interpretazione?

Prima di essere una tecnica di governo, il riformismo è una cultura politica, un modo di porsi nei confronti della diversità culturale basato sulla pedagogia della tolleranza. Nonostante le voci minoritarie, che sono sempre esistite, il PdS prima e i Democratici di Sinistra poi non hanno mai abbracciato il modello pedagogico di Turati.

Che cosa rappresenta Renzi nella sua concezione del riformismo?

In questi giorni, stiamo vivendo uno dei pochi momenti della storia dell’Italia repubblicana in cui la cultura politica di Filippo Turati sta prendendo il sopravvento sulla cultura politica di Antonio Gramsci. Renzi si incontra con Berlusconi e cerca di scrivere con lui le regole del gioco, ma non bisogna mai dimenticare che, sotto il profilo culturale, il progetto pedagogico di Renzi resta minoritario nel popolo della sinistra, come è sempre stata minoritaria la cultura politica di Turati rispetto a quella di Gramsci. Stiamo vivendo un “momento riformista”, ma non è affatto detto che questo momento sfoci in una “fase”. Affinché abbia inizio una fase riformista, occorre che Renzi incassi dei risultati concreti. Turati ne era consapevole: il riformismo è diverso dal verbalismo rivoluzionario. Il riformismo avanza se aiuta le persone a stare meglio nella loro vita quotidiana. Non promette il Paradiso in Terra o l’eliminazione degli avversari politici. Promette che gli operai e i lavoratori possano mandare i figli all’Università, che possano istruirsi, avere una casa, un lavoro e smettere di essere sfruttati. Renzi lo ha capito e infatti ha dichiarato che, se dovesse fallire, la sinistra precipiterà. Se l’Italia uscirà dalla crisi economica e politica attraverso la pedagogia della tolleranza, nuove pagine arricchiranno la storia della sinistra.

 

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Commenti all'articolo
  1. Siamo sicuri che è il “nuovo” che avanza?
    O è l’ennesima manifestazione di presunzione, arroganza e incompetenza giovanile che in questi venti anni è stata abilmente manipolata dalle forze economiche e tecnocratiche che vogliono utilizzare la democrazia per i loro scopi a danno dei “cittadini” pardon della “gente” infatti i cittadini non ci sono più.
    Come socialista mi batterò fine alla fine dei miei giorni per una legge elettorale proporzionale senza limiti con il voto di preferenza e non con quella buffonata che sono le primarie.
    Non bisogna dimenticare mai che in questo paese il primo partito è il partito dell’astensione vorrà pur dire qualcosa.

  2. Non è il nuovo che avanza, ma solo un decisionismo difronte a tanti anni di parole, parole, parole. Tutti, anzi ogni individuo che si trova là sopra è portatore della sola verità: non c’è più l’umiltà del patito inteso come gruppo di sintesi. Se si ritornasse a pensare, questo sì che sarebbe il nuovo che avanza…

  3. Non so se si può parlare di incostituzionalità, ma certo una stortura lo è sicuramente. L’alleanza dei partiti concorre al raggiungimento del quorum (a mio avvso troppo basso) del 35% per ottenere il premio di maggioranza, (a mio avviso troppo alto) di 18%. Ora se i partiti minori non superano nessuno lo sbarramento del 5% restano fuori dal Parlamento, ma se è stato raggiunto il 35% dalla coalizione il premio scatta solo per il partito maggiore, mentre gli alri restano con un palmo di naso e devono stare solo a guardare. Non mi dilungo su altre questioni che oggettivamente questa legge è peggore del porcellum, perchè anche il più sprovveduto se ne rende conto, della mancanza di democrazia sulla facoltà degli eletori di scegliersi il proprio candidato, preferendo i listini bloccati che in definitiva saranno redatti da due persone e saranno insindacabili anche se qualcuno parla di primarie ma non per tutti.

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