lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Inps, assegno di invalidità: stop ai non residenti
Pubblicato il 07-01-2014


Le prestazioni per invalidità civile possono essere corrisposte dall’Inps solo se il soggetto interessato abbia dimora effettiva, stabile e abituale in Italia. Lo ha recentemente precisato lo stesso Ente di previdenza nel messaggio n. 20966/2013 in risposta ad alcune richieste di chiarimenti formulate da parte delle proprie strutture territoriali. Questi i dubbi avanzati. Numerosi uffici periferici, viene riportato nella nota, hanno chiesto chiarimenti e indicazioni in merito al requisito della residenza ai fini del riconoscimento delle prestazioni d’invalidità civile (pensioni, assegni e indennità agli invalidi civili; pensioni e indennità ai sordomuti e ai ciechi civili). Al riguardo, ha osservato la sede centrale dell’Istituto, ai sensi dell’art. 43 del codice civile, la residenza è il luogo in cui la persona ha la dimora abituale.

L’interpretazione giurisprudenziale ha sempre privilegiato la situazione di fatto, intesa come l’effettiva presenza del soggetto in un determinato luogo, rispetto all’elemento soggettivo, cioè all’intenzione di dimorarvi, che viene presunta fino a prova contraria. Pertanto, il requisito della residenza deve ritenersi soddisfatto in caso di dimora effettiva, stabile e abituale in Italia del soggetto interessato. Peraltro, continua il messaggio, (con riferimento alla normativa europea diramata in proposito) anche in ambito comunitario (art. 70 del Regolamento Ce n. 883/2004) viene confermato il carattere dell’inesportabilità di tali prestazioni, che possono essere erogate esclusivamente nello stato membro in cui gli interessati risiedono, in base ai criteri prescritti dalla legislazione nazionale, e che sono a carico dell’istituzione del luogo di residenza.

Gli uffici periferici dell’Inps sono quindi espressamente tenuti alla verifica e al controllo dell’effettiva dimora dell’interessato in Italia e devono necessariamente procedere alla sospensione eventuale della prestazione di invalidità civile in caso risulti la permanenza fuori dal territorio italiano per un periodo superiore a sei mesi, a meno che non ricorrano gravi motivi sanitari idoneamente certificati da parte del soggetto coinvolto (per esempio, interventi terapeutici, ricoveri, cure specialistiche da effettuarsi presso strutture sanitarie estere; esigenza di assistenza continua da parte di un familiare residente all’estero; esigenza di acquisire farmaci disponibili fuori dal territorio italiano ecc.). Ai fini della verifica di cui si tratta vanno opportunamente esperiti accertamenti presso il comune in cui risulta l’iscrizione anagrafica dell’assistito, con l’ausilio della polizia locale.

Occorre inoltre effettuare verifiche e riscontri tramite l’acquisizione di documentazione attestante la permanenza o meno sul territorio italiano (visti d’ingresso o di uscita sul passaporto, dichiarazioni del consolato), richiedendo, ove fosse indispensabile, la collaborazione dell’autorità di pubblica sicurezza. Decorso un anno dalla sospensione e verificato il permanere della mancanza del requisito della residenza, si deve formalmente procedere alla revoca del beneficio.

Randstad: nel 2014 il 54% degli addetti italiani si aspetta aumento stipendio

Oltre metà dei lavoratori italiani quest’anno si aspetta di ricevere un aumento di stipendio (54%) o un bonus finanziario una tantum (55%). Attese in linea con la media globale (in cui nel 2013 il 58% dei lavoratori si attende un aumento e il 48% un bonus), ma in contrazione rispetto allo scorso anno, quando un aumento di stipendio era previsto dal 64% degli italiani e il bonus una tantum dal 56%. Sono alcuni dei risultati del Randstad Workmonitor, l’indagine sul mondo del lavoro realizzata nel quarto trimestre 2013 da Randstad, seconda azienda al mondo nel mercato delle risorse umane, attraverso un sondaggio sottoposto a lavoratori dipendenti di età compresa tra 18 e 65 anni, impegnati per un minimo di 24 ore alla settimana, in 32 paesi del mondo. Quanto alle prospettive economiche, secondo il Randstad Workmonitor, il 59% degli italiani si aspetta che la situazione del paese migliori nel corso del 2014.

Un dato che dimostra un ottimismo superiore alla media a livello mondiale (49%) e ben superiore a quella dell’Europa meridionale (35%). L’Italia, infatti, si colloca al 9° posto nella graduatoria dei Paesi che prevedono un 2014 economicamente migliore del 2013, a pari merito con la Danimarca e appena dietro la Svizzera, in una classifica dove molti degli altri paesi europei si collocano nella parte prudentemente bassa delle aspettative. A livello globale, in Nord America vede in positivo esattamente metà dei lavoratori, mentre in Asia la situazione appare molto eterogenea, divisa tra il grande ottimismo dell’India, dove l’84% dei lavoratori si aspetta miglioramenti, e i timori del Giappone, con il 40%. L’ottimismo italiano, però, dopo anni di crisi, mostra un calo evidente.

Dal 2011 al 2013, si nota un’erosione del 10% di coloro che prefigurano una situazione economica migliore nel paese l’anno successivo. Sul fronte del lavoro, la grande maggioranza dei lavoratori italiani (84%) dichiara di essersi impegnato in prima persona per accrescere le proprie abilità e competenze professionali nel corso dell’ultimo anno, una percentuale che vale all’Italia la decima posizione sui 32 paesi oggetto di indagine. Nel 59% dei casi, questo ha significato la partecipazione a corsi di formazione e programmi di apprendimento. Ma solo in poco meno della metà dei casi (45%) il datore di lavoro ha contribuito al progetto di crescita professionale (29ma posizione su 32). Una tendenza comune a livello globale: nella media dei 32 Paesi oggetto d’indagine è lo sforzo personale il driver più forte per lo sviluppo professionale (79%), ma nel 55% dei casi i datori di lavoro abbiano contribuito. L’indagine analizza anche l’impatto dell’immigrazione: gli italiani si dividono sulle opinioni circa l’immigrazione di stranieri occupati.

La metà dei lavoratori (49%) ritiene che l’immigrazione di lavoratori stranieri abbia influito positivamente sul proprio sviluppo lavorativo (una percentuale di poco inferiore alla media globale, pari al 52%), mentre un terzo (33%) pensa che abbia influito negativamente. In ogni caso, il 39% pensa che la sicurezza del proprio posto di lavoro sia diminuita per effetto dell’immigrazione (il 25% a livello globale). “Il Randstad Workmonitor fotografa un cauto ottimismo – ha affermato Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad Italia – per le prospettive del 2014 nel mondo del lavoro italiano.

Alla fiducia nella ripresa, si accompagna un forte attaccamento al lavoro, che comporta investimento nella crescita professionale e aspettative sul fronte economico, ma anche timore di perdere il posto e allerta costante in un periodo di incertezza e cambiamento di modelli organizzativi tradizionali. Dopo anni di crisi, il lavoratore italiano sembra sentirsi più solo, anche se pronto ad affrontare con impegno personale – ha proseguito Ceresa – il miglioramento professionale: uno stato d’animo che emerge dall’84% di occupati pronto a darsi da fare in prima persona nello sviluppo di conoscenze e competenze”.

Carlo Pareto

                                                                                         

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