domenica, 23 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Invalidità, novità
per i pensionati
Pubblicato il 27-01-2014


Fuorigioco gli invalidi in giudizio con l’Inps sul riconoscimento del trattamento d’invalidità valutato in base al requisito reddituale personale e non familiare: hanno solo titolo alla pensione, non anche agli arretrati per i periodi antecedenti al 28 giugno 2013. Lo ha recentemente spiegato la Corte di Cassazione nella sentenza n. 27812/2013 interpretando la norma del dl n. 76/2013 che, non senza «qualche ambiguità», stabilisce appunto che il diritto alla prestazione d’invalidità si basa soltanto sulla situazione reddituale personale. Stessa sorte tocca alle istanze d’invalidità presentate prima del 28 giugno 2013 e non ancora decise: il diritto a pensione è valutato sulla base del solo reddito personale, ma l’erogazione fino al 28 giugno sulla base del reddito familiare. Per capire meglio la decisione della suprema Corte occorre fare un passo indietro.
La pronuncia in questione infatti scrive un nuovo capitolo sulla vicenda sorta all’inizio dello scorso anno. A gennaio 2013 l’Inps di punto in bianco modificò il criterio fino ad allora seguito per la verifica del requisito reddituale ai fini dell’accertamento del titolo alla pensione d’invalidità: anziché prendere in considerazione solamente il reddito dell’invalido (come aveva normalmente fatto fino all’anno precedente (2012)), stabilì che dal 2013 dovesse rilevare la situazione reddituale familiare (si veda in proposito la relativa circolare di rinnovo delle pensioni di quell’anno). Il cambio d’indirizzo veniva giustificato dall’orientamento giurisprudenziale (anch’esso inedito) ma ebbe vita breve. Con messaggio n. 717/2013, infatti, l’Inps sospese l’applicazione della nuova modalità prefigurata su espressa indicazione del ministero del lavoro che annunciò al riguardo una circolare di chiarimento.
Ma quella circolare non è mai arrivata, mentre il 28 giugno è formalmente entrato in vigore il decreto lavoro (dl n. 76/2013) che all’art. 10, comma 5 detta al momento la soluzione normativa alla questione sancendo che la soglia reddituale “per il diritto alla pensione d’inabilità … è calcolata con riferimento al reddito prodotto agli effetti dell’Irpef con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte». Sul controverso argomento è stata adita anche la Corte di Cassazione. La nuova norma è stata difatti presa in considerazione dalla Corte di Cassazione che ha dovuto decidere il ricorso dell’Inps avverso una sentenza della corte di Appello di Messina che ha riconosciuto il diritto alla pensione a un invalido da dicembre 2006 sulla base dei soli proventi personali.
La Corte ha osservato, tra l’altro, che la «nuova norma si applica anche alle domande … e ai procedimenti giurisdizionali non conclusi con sentenza definitiva alla data di entrata in vigore», cioè al 28 giugno 2013, limitatamente al riconoscimento del diritto a pensione a decorrere dalla medesima data, senza il pagamento di importi arretrati», né «recupero delle somme corrisposte prima…». Nonostante «l’intervento del legislatore presenti qualche ambiguità», la magistratura interpellata ha ritenuto che possano trarsi alcuni principi «che dovranno indirizzare sia l’attività amministrativa che quella giudiziaria». Praticamente gli ermellini hanno precisato che, secondo la nuova normativa, le posizioni in essere al 28 giugno 2013, per domande d’invalidità inoltrate prima di tale data e per contenzioso pendente alla stessa data, vanno valutate in questo modo:

a) il diritto alla pensione è accertato sulla base del solo reddito personale;

b) l’erogazione della pensione dal 28 giugno 2013 è attribuita sulla base del reddito personale;

c) l’erogazione della pensione prima del 28 giugno spetta sulla base del reddito familiare.

Dunque il dl n. 76/2013 ha finito per dare ragione all’Inps: prima del 28 giugno 2013, la pensione è concessa sulla base del requisito «familiare». Poiché la disposizione legislativa vieta all’Istituto di chiedere la restituzione degli importi già corrisposti, la novità volge a sfavore soltanto delle posizioni ancora aperte al 28 giugno 2013 (domande o ricorsi). Come quella dell’invalido ricorrente della sentenza in esame, il quale vedrà una nuova Corte di Appello decidere la sua posizione con il riconoscimento del diritto alla pensione da dicembre 2006, ma con erogazione assegnata a partire solamente dal 28 giugno 2013.

Servidori, lavoro: “Occorrono servizi che funzionano”

“La complessità del sistema italiano non è generata solo dall’articolo 18 che ancora oggi è vissuto come un intoccabile strumento, poiché se vi fosse una cultura della flessibilità agita e non un ossessivo orientamento ancestrale della giurisprudenza italiana per motivi economici, e soprattutto se avessimo servizi per il mercato del lavoro che funzionano, tutto il turnover del mercato del lavoro funzionerebbe assolutamente meglio”. Così si è recentemente espressa Alessandra Servidori, consigliera nazionale di parità che ha riflettuto sui nodi del mercato del lavoro italiano, anche in relazione al “Jobs act” di Matteo Renzi.

“Fino ad ora – ha ricordato – tutto il dramma dell’articolo 18 si è risolto con l’eccesso di cassa integrazione, evitando così il licenziamento, una coperta che è ormai distrutta: la crisi sta devastando l’economia e non si può andare avanti così e bisogna trovare il coraggio di cambiare passo e sistema. Avanti dunque con la riforma della cassa integrazione originaria, che ha il compito di sostituire il trattamento di disoccupazione, e che è servita per non procedere ai licenziamenti per giusta causa per paura dei ricorsi in giudizio”. “L’Italia vive su un sistema di protezione del lavoratore ancora di fatto centrato sull’ingessatura del posto di lavoro e dunque è troppo difficile il passaggio dei lavoratori da un’impresa che riduce l’attività o chiude a una che ha bisogno di manodopera qualificata”, ha avvertito.

Per questo, ha osservato la consigliera nazionale di parità, “occorre agire contemporaneamente su sei punti fondamentali”. “Il primo è la semplificazione normativa con un codice semplificato del lavoro che unifichi anche il lavoro pubblico e privato; il secondo è la riduzione del cuneo fiscale e contributivo, per abbassare il costo del lavoro; il terzo è la riduzione dei disincentivi normativi all’assunzione a tempo indeterminato” ha spiegato. “Il quarto – ha proseguito – è il miglioramento dei servizi nel mercato del lavoro, attraverso la cooperazione con le agenzie private: qui lo strumento cardine è costituito dal contratto di ricollocazione. Il quinto è istituire subito a livello nazionale un sistema di Fondo bilaterale sia per il pubblico che privato, da avviarsi con una razionalizzazione delle risorse che a livello nazionale sono state stanziate per la conciliazione e la flessibilità tempo di vita e di lavoro (poche ma essenziali).

Il fondo poi si può implementare a livello contrattuale per applicare subito nei contratti le prassi individuate come ottimali per flessibilità e conciliazione delle lavoratrici e dei lavoratori e che possono così rappresentare un ‘fondo salariale’ di sostegno al reddito in caso di necessità di ulteriori congedi parentali”. “Il sesto – ha concluso Servidori – è di andare avanti con la riforma degli ammortizzatori sociali già compiutamente delineata nella legge Fornero entrata in vigore nel luglio 2012, che ha istituito un’assicurazione universale contro la disoccupazione di livello europeo e ha previsto la riconduzione entro tre anni della cassa integrazione alla sua funzione originaria. Bisogna attuare questa riforma, completandola con la possibilità di un trattamento complementare di disoccupazione incardinato sul contratto di ricollocazione, e avviando il discorso sul reddito minimo di inserimento, che dovrà sostituire tutti i rivoli dell’assistenzialismo con cui oggi in Italia si risponde, in modo socialmente poco produttivo ed economicamente distorsivo, alla necessità di combattere le povertà”.

Turismo, nel 2013 10mila lavoratori in meno negli hotel

Il 2013 ha chiuso con una diminuzione pari al 4% di lavoratori occupati (fu del -3% nel 2012), quantificabile nel solo comparto alberghiero in 10 mila unità ed in qualcosa come 40 mila unità a livello aggregato di settore. Sono i dati relativi al sistema turistico-alberghiero del 2013 diffusi da Federalberghi. Il 2013 ha registrato una variazione del +0,27% di presenze alberghiere tra italiani e stranieri. Il calo delle presenze alberghiere degli italiani è stato pari ad un -2,9%. Per quanto invece riguarda la componente straniera si è registrata una crescita pari ad un +3,7% di pernottamenti. Nonostante il contributo apportato dalla clientela straniera, il totale dei pernottamenti del 2013 si attesta ad un valore inferiore a quello del 2011 (-1,39%). I dati sul turismo alberghiero nel 2013 sono di Federalberghi.

Carlo Pareto
 

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