sabato, 20 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Invecchiare 20 anni in 20 giorni
Pubblicato il 22-01-2014


Matteo Renzi procede a passo spedito nel funambolico circo mediatico che padroneggia a meraviglia: si fa beffe di una minoranza interna senza strategia, mentre ne ripercorre in maniera molto più smart la strategia dei rottamati leader storici, D’Alema e Veltroni.

All’inizio fu D’Alema, accusato di ogni peggiore sconceria e “inciucismo” ai limiti della connivenza mafiosa per aver scommesso sulla strada maestra di una discussione bicamerale sulle riforme, la quale al di là delle ragioni del metodo democratico scelto ha nel merito cominciato a mostrare la corda della Seconda Repubblica: unico effetto la riforma del Titolo V, rinnegata dalle scorribande di un rampante Berlusconi e dalla storia dei successivi dodici anni. Il turno di Veltroni ha segnato il trapasso alla religione bipolarista, alla cui ruota gira l’attuale segretario, mentre nella realtà essa crollava sotto il peso delle contraddizioni del Porcellum che si è rivelato non in grado di dare stabilità ai Governi.

Le ragioni del fallimento sono due, proprio quelle su cui pervicacemente si insiste nel ritenerle soluzioni: la prima è che se il Senato ha, come per Costituzione ha, una base regionale (di primo o secondo livello, ovvero eletto o nominato da enti eletti) avrà una maggioranza diversa rispetto alla Camera sulla quale viene impuntato qualsivoglia premio di maggioranza, mentre la seconda è che il premio di maggioranza (quale esso sia) rende conveniente guadagnarsi l’alleanza dei piccoli partiti prima del voto, in cambio ovviamente di posti sicuri che si tradurranno in instabilità dopo.

Il piagnisteo berlusconiano sugli alleati infedeli, e comunque il desiderio di candidature blindate, rende evidente quanto queste velleità decisioniste siano incompatibili con la libera sovranità dei parlamentari e i dettami della nostra Carta, ben salda nel principio liberale della tripartizione dei poteri e quindi piuttosto restia ad ammettere che il Parlamento possa essere puntellato da un drappello imposto in base a una fantomatica maggioranza di Governo nemmeno prevista in Costituzione.

Questa riforma elettorale mostra dunque alcuni tratti salienti del cosiddetto nuovo corso, le cui parole d’ordine sono ben salde nel ventennio precedente: sostanziale indifferenza per le procedure democratiche, sostituite da una trattativa privata tra leader ; premio di maggioranza e sbarramenti per dare la maggioranza a un partito senza eleggere direttamente il governo; assenza della preferenze come incentivo alle primarie volontarie, per le quali non si pensa neanche di stanziare un budget per pagare chi lavora ai seggi. Niente di nuovo sotto il sole, salvo il fatto che se non verrà cancellato il voto di fiducia da parte del Senato l’effetto netto sarà di non aver cambiato nulla.

Lasciatemi dunque redarguire I baldanzosi giovani d’oggi quando con disprezzo del ridicolo, continuano a utilizzare il termine “giochini da Prima repubblica”, ignorando che le regole della democrazia impongono dei limiti ai propri personali desiderata:  meglio farebbero a sciacquarsi la bocca prima di nominare la Prima Repubblica, al cospetto della quale nulla ancora hanno dimostrato e al di sotto della quale ancora si muovono, ignoranti come sono dei dettami costituzionali e delle prassi di gestione democratica di un Paese.

Emendamento: diritto di tribuna e governabilità

Date le carte da parte di Renzi, si tratta ora di capire se la legge elettorale – così come per il Job Act –  saranno disponibili agli emendamenti popolari all’hashtag #emendiamolaleggeelettorale: troverei strano che un accordo segreto con Berlusconi possa cancellare la partecipazione, e tanto più che tale anomalia non venisse sanzionata dai media.

La proposta è che per le forze che si coalizzano (presentando più di un simbolo nella stessa coalizione) per raggiungere il premio di maggioranza sia imposto uno sbarramento di ingresso più alto rispetto a chi non si coalizza: così facendo si incentiva chi non si coalizza sia che vinca (riducendo il rischio di maggioranze di governo in balia dei tanti temuti partiti minori), sia garantendo un diritto di tribuna ai partiti minori (per i quali rimarrebbe una soglia di sbarramento implicita dipendente dal minore numero di deputati a disposizione di tutte le coalizioni eccetto quella vincente) che li incentiverebbe a non doversi coalizzare per sopravvivere, rendendo la competizione elettorale più serena.

Tobia Desalvo

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