mercoledì, 24 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Istruzione e occupazione:
la “Neet generation” senza studio nè lavoro
Pubblicato il 10-01-2014


Neet GenerationDa molto tempo ormai ci troviamo di fronte a uno scenario politico-sociale in cui i giovani stentano a inserirsi tanto nel mondo del lavoro quanto in determinati corsi universitari. Purtroppo il numero di giovani impossibilitati allo studio e al lavoro è in crescente aumento, gli studiosi l’hanno definita la generazione “Neet” (Not in Education, Employment or Training). Si tratta di ragazzi di età compresa tra i 15 e i 29 anni, che non trovano un’occupazione, nè precaria, che non tentano più di cercarla e non partecipano a nessun processo né di formazione, né di inclusione sociale. Secondo il Rapporto “Economie regionali” della Banca d’Italia, nel nostro Paese sono in questa situazione due milioni e duecentomila under 30: il 3,4% in più rispetto a due anni fa.

L’aumento è stato più marcato nelle regioni del Centro-Nord, e meno pronunciato nel Mezzogiorno, dove però storicamente il tasso d’inattività giovanile risulta essere più alto. Nel triennio 2007-2009, all’alba della crisi, il 32% di coloro che potevano essere annoverati nel Neet potevano uscire da questa condizione in una media di 12-14 mesi. Nel triennio successivo il tempo di permanenza è aumentato esponenzialmente: solo il 28,8% dei giovani trovava un’occupazione lavorativa e poco più del 30% si inscriveva a corsi universitari o di formazione professionale. La probabilità di uscita dalla condizione d’inattività è calata di più al Nord Est e al Centro, cioè proprio in quelle aree che presentavano i più alti tassi di uscita prima della crisi.

Più critica è la situazione tra le donne la cui percentuale di inattività supera il 26%, contro il 20% degli uomini. In Italia, oltre alla crisi, è la preparazione universitaria a rappresentare uno dei principali motivi di limitazione della propria carriera. Tra i più richiesti ci sono i corsi di laurea cosi detti “professionalizzanti” ovvero quelli che, al compimento dell’iter di studi, permetto di sostenere un esame di stato e avere quindi una professione vera e propria con cui inserirsi nel panorama lavorativo.

Prima tra tutti naturalmente c’è Medicina e Chirurgia, i cui test d’ingresso a numero chiuso sono un incubo per molti studenti, che devono iniziare a prepararsi già dell’ultimo anno di liceo oppure devono pagare profumatamente per frequentare il primo anno universitario in altri paesi dell’Ue dove la concorrenza è nettamente minore. Seguono i corsi di Professioni Sanitarie e Psicologia, anch’essi limitati dal numero chiuso, Ingegneria e Giurisprudenza. Le facoltà scientifiche, capeggiate dai corsi di Statistica ed Economia, permettono di avere certamente una possibilità di impiego maggiore, così come tentare di acquisire un titolo di studio all’estero. Una buona parte dei giovani che terminano il liceo tendono ad abbandonare gli studi convinti che l’università non influirà in modo fondamentale sul lavoro futuro.

Se dieci anni fa questo poteva sembrare un punto di vita un po’ limitato, oggi certamente non è così. Difatti tra gli impieghi più redditizi oggi troviamo figure come quelle dell’elettricista, l’idraulico ed i meccanico/carrozziere. Non diamo per scontato che per queste professioni non servano importati conoscenze di base, ma anche qui troviamo istituti di formazione che non insistono efficacemente sulla formazione pratica che queste figure professionali richiederebbero. Secondo uno studio della Cisl un lavoratore dipendente laureato guadagna mediamente il 34% in più rispetto a un altro che si è fermato alla scuola dell’obbligo. Il problema rimane la bassa domanda di giovani laureati se non per qualche classe di laurea. Senza un nuovo e serio progetto per il reinserimento dei giovani nel mondo del lavoro non sarà possibile tirare fuori il nostro Paese dal baratro economico attuale.

Allo stesso tempo è necessario cercare di creare vere e proprie scuole di perfezionamento per le professioni tecniche attraverso una formazione secondaria improntata su di una forte integrazione scuola/ mondo del lavoro: l’orario mattutino a scuola, il pomeridiano in officina e sul posto lavorativo. In questo modo si potrebbe disporre di personale formato capace di entrare da subito operativamente nei processi produttivi. Allo stesso modo bisognerà tentare di ampliare l’ingresso alle facoltà a numero chiuso evitando una migrazione formativa all’estero, anzi facendo divenire il nostro Paese fonte di attrazione per la formazione universitaria, particolarmente quella di secondo livello, e formando così cittadini capaci. Capaci anche di migliorare il nostro Paese.

Alessandro Munelli

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