martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Lavoro che non c’è. Non basta qualche pezza a colore
Pubblicato il 15-01-2014


RIFORMA_LAVORO_ECONOMIAI socialisti italiani hanno presentato nel pomeriggio del 14 u.s. nell’aula del Senato della Repubblica un disegno di legge volto a sconfiggere la piaga della disoccupazione, con particolare riferimento a quella giovanile. I dati sulla piaga sociale della perdita del lavoro e dell’impossibilità di fruire di nuove opportunità occupazionali esprimono la dimensione di una catastrofe a livello dell’intera Unione Europea e dei singoli Paesi che ne sono membri.

In Italia, all’ottobre 2013, il tasso di disoccupazione era del 12,5% della popolazione attiva, mentre il numero dei disoccupati ammontava a 3 milioni e 194 mila. Il tasso di disoccupazione dei giovani della fascia di età compresa tra i 14 ed i 25 anni sul totale di quelli attivi era del 41,2%, pari a 663 mila unità, mentre il numero degli “scoraggiati” (cioè di quelli che non cercavano lavoro perché convinti di non trovarlo) ammontava a 1,9 milioni circa di unità e il numero dei precari occupati era pari a 2,6 milioni circa.

Per porre rimedio alla crisi occupazionale, il PSI ha individuato due versanti di “attacco”: il primo verso la disoccupazione strutturale, provocata dalla caduta della domanda globale, a sua volta originata dalle politiche di stabilità monetaria e di austerità; il secondo nei confronti dell’assenza in Europa di una strategia per l’occupabilità, finalizzata al perseguimento di tre obiettivi ineludibili: pieno impiego, migliore produttività del lavoro e maggiore tenuta della coesione sociale.

A livello nazionale, l’attacco ai due versanti del problema occupazionale, i socialisti propongono sia assicurato dalla definizione ed istituzione di un “Servizio Nazionale del lavoro” (SNL) il quale, oltre ad elaborare una strategia per l’occupabilità, in particolare crei le condizioni (offerta di opportunità di lavoro, oppure in alternativa offerta della possibilità di proseguire gli studi o di frequentare corsi di formazione nell’ambito di un “sistema duale” d’istruzione) per contenere e, al limite, rimuovere la disoccupazione giovanile; obiettivo, quest’ultimo, il cui perseguimento deve tradursi in un obbligo legale

La proposta del PSI prevede che il SNL sia affiancato da un’“Agenzia Nazionale del Lavoro” (ANL), da istituirsi presso il Ministero del Lavoro, con l’obiettivo di attuare politiche attive per l’occupazione attraverso, soprattutto, l’organizzazione entro il 2020 di un sistema duale di istruzione, i cui programmi, concertati con il Ministero del lavoro e con quello dell’Università e della Ricerca, devono includere l’offerta di contratti di lavoro a tempo indeterminato da parte di imprese opportunamente incentivate all’assunzione di giovani al termine dei loro percorsi formativi.

Ma il “fiore all’occhiello” del disegno di legge del PSI è rappresentato dalla proposta di introdurre in Italia un “reddito di cittadinanza”, “non a carattere universalistico, ma riservato a chi si trova sotto la fascia di reddito di povertà e a chi ha perso il lavoro o lo sta cercando, sostitutivo di tutti gli attuali ammortizzatori sociali e sussidi di disoccupazione”. Il reddito minimo di cittadinanza, così com’è definito nel disegno di legge, non è legato a minimi contributivi, ma alla mancanza di lavoro o alla perdita di esso e non riguarda le pensioni di invalidità totale a vario titolo erogate; inoltre, è previsto che il reddito di cittadinanza sia erogato solo quando ricorrano cause di esclusione sociale dovuta allo status di disoccupato e legato, a pena di decadenza dal beneficio, alla ricerca attiva di un’occupazione e alla sua accettazione quando trovata, nonché alla frequenza di corsi di formazione utili al reinserimento nel mercato del lavoro. Tutto ciò, è detto nel disegno di legge, al fine di introdurre nel sistema sociale ed economico nazionale un modello di sicurezza sociale flessibile, idoneo ad assicurare il passaggio della forza lavoro dallo status di inoccupazione/disoccupazione a quello di forza lavoro più aggiornata sul piano della formazione per un suo successivo reinserimento produttivo.

Pur comprendendo la necessità e l’urgenza di offrire credibili soluzioni al problema della disoccupazione, forse converrà dare alla bozza definitiva del disegno di legge un fine che possa essere assunto anche come strategia di lungo periodo del partito, avendo cura soprattutto di ricuperare il ruolo innovativo che sul piano dell’azione politica può essere assegnato al reddito di cittadinanza; quando questo, però, sia inteso non come reddito minimo garantito, ma come strumento di sicurezza sociale alternativo al welfare State esistente e quando si tenga conto del fatto che il sistema di sicurezza sociale attualmente operante è stato realizzato dopo il secondo conflitto mondiale. Esso era basato originariamente sulla premessa che l’economia potesse funzionare in corrispondenza del pieno impiego, o ad un livello molto prossimo al pieno impiego, cosicché una parte delle contribuzioni produttive della forza lavoro acquisite dallo Stato potesse bilanciare le erogazioni effettuate in suo quando in difficoltà.

La comparsa del fenomeno della disoccupazione strutturale e l’inadeguatezza delle riforme e delle integrazioni cui il sistema di sicurezza sociale è stato sottoposto dopo la sua realizzazione, hanno orientato l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale abbia principalmente lo scopo di garantire una costante flessibilità del mercato del lavoro e non quello di compensare la crescente insicurezza reddituale. Il modo per rendere tra loro compatibili la flessibilità del mercato del lavoro e la sicurezza reddituale individuale, da un lato, e l’efficienza del sistema economico, dall’altro, è stato individuato nell’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza. Il fine ultimo assegnato a questa forma di reddito è quello di erogare a favore di ogni singolo soggetto, in quanto cittadino (o residente), un reddito incondizionato rispetto a qualsiasi forma di utilizzazione e di controprestazione, per creare un sistema di sicurezza sociale più flessibile, efficiente ed ugualitario, di quanto non sia possibile realizzare con il sistema di sicurezza sociale del welfare State.

In particolare, deve essere tenuto presente che la maggior flessibilità del mercato del lavoro, realizzata con una maggiore sicurezza reddituale, e la maggior equità distributiva ridurrebbero la necessità di attuare programmi pubblici volti ad avviare “attività socialmente utili”, al solo scopo di creare un alto numero di posti di lavoro fittizi; ma esse stimolerebbero anche la propensione a svolgere un’autonoma attività lavorativa. Pertanto, l’introduzione del reddito di cittadinanza incondizionato rappresenterebbe un valido obiettivo di lungo periodo, il cui perseguimento potrebbe essere facilitato dall’introduzione di un “reddito minimo garantito”, da finanziarsi e da erogarsi secondo le modalità previste dal disegno di legge del PSI.

Le brevi considerazioni critiche sin qui svolte si fondano sulla convincimento, peraltro ampiamente condiviso, che non è possibile combattere la piaga della disoccupazione attraverso qualche “riforma di facciata” dell’attuale sistema di garanzia sociale soggetto a vincoli; la piaga può essere combattuta, con qualche possibilità di successo, solo se si riforma radicalmente nel medio-lungo periodo il welfare State esistente.

Gianfranco Sabattini

 

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