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Opinioni e commenti
 

LE OMBRE DELLA GIUSTIZIA
Pubblicato il 24-01-2014


Giustizia

La giustizia non funziona bene, ma qualcosa si muove, qualche segnale positivo c’è. È questo il senso delle osservazioni contenute nella Relazione del Primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce per l’apertura dell’anno giudiziario davanti ai vertici dello Stato nell’aula magna della Consulta.

Nella giustizia civile – ha spiegato – ci sono “miglioramenti” che “inducono a essere moderatamente fiduciosi sulla capacità di risposta del nostro sistema”. Le cause civili smaltite negli ultimi anni, ad esempio, hanno un andamento “da considerarsi statisticamente costante”, pari – al giugno 2013 – a 4.554.038 fascicoli eliminati. Il dato “associato alla tendenziale riduzione delle sopravvenienze” attestate su 4.348.902 nuove liti instaurate – che nell’ultimo anno hanno registrato un aumento seppur modesto nei tribunali – “ha dato luogo alla riduzione dei procedimenti pendenti”, pari a 5.257.693 cause in attesa di trattazione, con un calo del 4% rispetto all’anno 2012.

Se la giustizia civile presenta qualche segnale di miglioramento, per quella penale c’è solo da dire che non è peggiorata.

“L’andamento della giustizia penale – ha sottolineato – non presenta un quadro di criticità accentuato rispetto a quello degli anni scorsi, anche se non si registrano significativi miglioramenti nella durata dei procedimenti”. Gli ultimi dati rilevano che allo scorso 30 giugno, erano iscritti 3.333.543 procedimenti contro autori noti, con un aumento dell’1,8% rispetto al periodo precedente. I procedimenti definiti sono lievemente aumentati (3.195.664) ma è però cresciuto anche il numero di quelli pendenti (3.237.258). Per quanto riguarda i tempi, Santacroce ha osservato che “continua la tendenza alla riduzione dei tempi medi per le corti di appello (da 899 a 844 giorni), che sono tempi ancora troppo distanti dal parametro di due anni indicato dalla Corte di Strasburgo, a conferma che il giudizio di appello rappresenta il vero ‘imbuto’ che rallenta tutto lo svolgimento del processo penale nel circuito dell’impugnazione, rendendo indifferibili interventi organizzativi e normativi”. Nell’ultimo anno, ha rilevato ancora Santacroce, “la durata media dei procedimenti penali, dalla iscrizione della notizia di reato fino alla sentenza definitiva, è stata di circa cinque anni”. “Non sono perciò giustificate espressioni come ‘collasso’ o ‘sfascio’ o ‘stato comatoso’ di una giustizia indistintamente evocata: termini che paiono oggettivamente mistificatori della situazione che caratterizza il settore penale”.

La crisi ha lasciato comunque il segno perché “la congiuntura economica, caratterizzata da nuove povertà e dalla costante diminuzione di occasioni di lavoro, ha determinato poi un generalizzato aumento dei reati contro il patrimonio, in particolare dei furti in abitazione, mentre diminuiscono, malgrado le enfatizzazioni giornalistiche, gli omicidi, che registrano il più basso tasso di frequenza nella storia d’Italia degli ultimi 150 anni”. Diverso è il discorso relativo alla criminalità organizzata che, si legge nella relazione, “seguita a essere un’emergenza drammaticamente presente in molte zone del Paese…specie (quella) di stampo mafioso, che mostra segni di una progettualità volta alla riorganizzazione e alla realizzazione del proprio potere anche attraverso un ricambio generazionale e l’inserimento nelle attività criminali di soggetti di nazionalità straniera”.

Quanto al numero insopportabile di prescrizioni, e del sovraffollamento delle carceri: in attesa di “riforme di sistema” non c’è – ha spiegato – “altra via che l’indulto” per ridurre subito il numero dei detenuti”, scarcerando chi “non merita di stare in carcere ed essere trattato in modo inumano e degradante”.

Una notazione quest’ultima che è stata registrata con favore dai radicali. “Ci sono voluti anni, – ha commentato la segretaria Rita Bernardini – ma sulle condizioni di detenzione finalmente si comprende che, come ha detto il Presidente della Repubblica Napolitano, non si può attendere un giorno di più per rimuovere le cause dell’esecuzione di una pena totalmente illegale”.

Una questione su cui si è soffermata anche la ministra della giustizia affermando che “l’ambizione è quella di non limitarsi a una mera esecuzione burocratica della sentenza di Strasburgo” che ha condannato l’Italia per il sovraffollamento carcerario, “ma di cogliere questa occasione per avviare una profonda revisione del modello di detenzione”. Il recente decreto carceri comunque sta producendo effetti perché “le presenze in carcere al 21 gennaio sono scese a 61.619” circa 7.000 in meno di tre anni fa. “È un fatto che lo scontro politico e istituzionale – ha aggiunto – che va avanti ormai da tempo, ha contribuito a rallentare il percorso riformatore di cui il Paese ha urgente bisogno”.

Sul tema abbiamo ascoltato il senatore socialista Enrico Buemi, presidente della Commissione giustizia di Palazzo Madama.

“La questione – ha spiegato – che continua a restare davvero grave è quella della effettiva durata processi. Continuano a permanere periodi lunghissimi prima di arrivare a una conclusione e, com’è noto, una giustizia che arriva in forte ritardo, non è giustizia.

Un altro elemento su cui si continua a registrare una situazione di estrema difficoltà nonostante i provvedimenti, anche recenti, che sono stati presi, è quella del sovraffollamento degli istituti penitenziari. La ragione di fondo è che nel sistema giudiziario, influenzato anche dall’opinione pubblica, permane un filosofia sanzionatoria che ancora non è stata mitigata dall’introduzione delle pene alternative e dal processo di depenalizzazione di alcuni reati.

Occorre mitigare il sentimento dell’opinione pubblica che di fronte al reato chiede solo il carcere e ristabilire il principio che in un buon sistema giudiziario la pena deve avere prima di tutto una finalità rieducativa”.

Novità nella relazione di Santacroce?

“In quanto ha detto ho ravvisato una questione di metodo molto interessante, ovvero quella dell’’umiltà del giudice’, nel senso che il magistrato deve essere ‘lieve’ nel suo atteggiamento, ma forte nelle decisioni perché giuste”.

Rilievi invece?

“Quello che mi sembra continui a mancare è invece l’attenzione per il tema dell’obbligatorietà dell’azione penale. Com’è noto la mole delle denunce e delle notizie di reato hanno vanificato il principio dell’obbligatorietà che nei tribunali non si applica ormai più. Così l’avvio del processo giudiziario che dovrebbe essere oggettivo, diviene soggettivo. A questo punto è necessario avere un atteggiamento realistico e introdurre dei criteri di selezione nella prosecuzione dell’attività giudiziaria anche per evitare la strumentalità di alcune azioni che nascono per acquisire visibilità mediatica, che cominciano e finiscono sui giornali e sulle televisioni, ma non arrivano mai nelle aule del tribunale”.

Interventi legislativi per correggere la situazione?

“In questo momento stiamo discutendo una nostra proposta per la riforma della responsabilità civile del magistrato. A 20 anni dalla precedente riforma, si capisce bene ormai che così com’è stata concepita non è efficace. Dobbiamo correggere le norme che rendono inapplicabile l’azione risarcitoria delle vittime e nello stesso tempo garantire che divengano uno strumento per condizionare l’attività del magistrato.

Sul fondo resta comunque la necessità di un potenziamento degli organici di supporto alla magistratura, dal personale amministrativo a quello di polizia giudiziaria”.

Red. A.

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