giovedì, 24 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

L’incensurabilità
della Magistratura
Pubblicato il 15-01-2014


Sulla grande stampa e nei talk show si dialoga finalmente sul rapporto fra politica e magistratura. Lo hanno fatto, come ricorda il mio vecchio amico Eugenio Scalfari nel suo articolo domenicale (La Repubblica, 12 gennaio 2014), Paolo Mieli e Stefano Rodotà conversando amabilmente ad “Otto e mezzo”, il salotto di Lilli Gruber. Lo ha fatto anche Luciano Violante nell’intervista rilasciata a “La Stampa” sabato, 11 gennaio.

Scalfari riassume da par suo il punto cruciale dell’analisi incrociata di Mieli e Rodotà: si tratta del giudizio severo nei confronti della politica ”che avrebbe dovuto provvedere da sola a costruire e ricostruire il Paese e invece ha chiamato in supplenza la magistratura”.

Il fondatore di “Repubblica” critica questa tesi con la seguente motivazione: la magistratura non poteva non essere protagonista – dunque, non è stata supplente – nella lotta contro il terrorismo. Questa stessa “obbligatorietà” imponeva le condanne a carico di Silvio Berlusconi, a fronte delle sue plurime violazione del codice penale. Tace, però, il columnist del quotidiano diretto da Ezio Mauro, sul protagonismo delle Procure negli anni della “grande slavina” (così l’ha chiamata Luciano Cafagna) più nota come Tangentopoli.

Su quest’ultimo tornante delle nostra storia patria c’è ormai un giudizio storico consolidato. La corruzione nell’intreccio fra affari e politica c’era e doveva essere stroncata. Ma è altrettanto certo che lo straripamento della magistratura c’è stato, anche perché ha colpito in una sola direzione, determinando la scomparsa degli storici partiti di governo della prima Repubblica.

È stato anche osservato che quando tutti i mutamenti politici di rilievo “epocale” sono la conseguenza di decisioni gravemente punitive della Magistratura nei confronti di qualche protagonista della vita pubblica, c’è qualcosa che non funziona nel nostro sistema democratico. Certo, se Berlusconi ha commesso uno o più reati deve esser processato. Ma sta di fatto che la politica, e nel nostro caso la politica della sinistra, non è stata capace in vent’anni di liquidare Berlusconi. Di più: forse non lo ha ancora liquidato, malgrado la recente condanna della Corte di Cassazione. Dunque, per usare il linguaggio sportivo caro a Nicolò Carosio, quando la politica, come il bel gioco nei campi di calcio, “latita”, si manifesta la “supplenza” della Magistratura.

Ma non basta. È la politica che è inerte nei confronti dell’amministrazione della Giustizia, se è vero che l’Italia colleziona condanne dalle Corti Europee per l’operato della magistratura in campo penale, e se è altrettanto vero che le industrie straniere non investono in Italia perché la lunghezza dei procedimenti civili ha distrutto il principio stesso della certezza del diritto.

Da sempre la politica preferisce “glissare” sul punto, riconoscendo di fatto l’incensurabilità della magistratura.

Non si può, inoltre, non constatare, proprio di fronte agli ultimi eventi giudiziari, l’indifferenza, o almeno la scarsa attenzione, delle Corti giudicanti rispetto agli effetti dei lunghi tempi di incubazione di loro decisioni, malgrado le rilevantissime ripercussioni di questa inefficienza sulla vita pubblica. Viene anche alla mente la lunga gestazione della pronuncia della Consulta che ha sancito l’incostituzionalità della legge elettorale denominata ‘Porcellum’, seguita dal non breve intervallo per il deposito della motivazione. E che dire della interdizione del “Caimano” dai pubblici uffici, che rimarrà inapplicata fino a quando la Corte d’Appello di Milano, con i suoi ritmi caratterizzati dalla lentezza, non deciderà in via definitiva. E già si affaccia la previsione del tempo necessario al Giudice di sorveglianza per stabilire se e come un protagonista della vita politica sarà ammesso a scontare la pena ai “servizi sociali”.

È forse un eversore chi avverte il disagio ed i guasti che sul nostro non più ordinato e razionale vivere civile provoca questa Giustizia al rallentatore?

Viene allora a proposito una riflessione sull’intervista di Luciano Violante a proposito della sentenza del Tar del Piemonte che, impiegando ben quattro anni, ha stabilito che i piemontesi dovranno tornare alle urne per eleggere il Consiglio Regionale. Così ha dichiarato solennemente l’ex Presidente della Camera, transitato dalla toga alla politica: “L’autorità giudiziaria non può decidere in relazione alle scadenze politiche, né in Italia, né altrove.”.

Insomma, secondo questa concezione, il potere giudiziario è come un “corpo separato”, evoca la monade di Gotfried Wilhelm Liebniz, senza porte e senza finestre: dunque incurante degli effetti che le sue statuizioni, insieme alle lunghe attese di ciascun verdetto, provocheranno nella carne viva della Nazione. Un teorema, quello enunciato da Violante, che a me pare la negazione del dovere di cooperazione virtuosa fra i poteri dello Stato. Una strategia dell’attenzione che non è affatto incompatibile con l’autonomia e l’indipendenza di ciascuno dei poteri sui quali, da Montesquieu in poi, si incardinano e si sviluppano gli ordinamenti liberal-democratici.

Sono dunque a dire poco inescusabili la noncuranza e il silenzio della politica a fronte della “mala giustizia”, resa manifesta non solo dalla propensione al protagonismo, più volte censurata dal Capo dello Stato, ma soprattutto dall’uso improprio della carcerazione preventiva e dai tempi pluriennali dei processi, penali e civili. Il sommo Calamandrei ricordava che giustizia ritardataria equivale a denegata giustizia.

O si deve tacere su questa drammatica realtà, su questo piombo nelle ali del nostro sistema istituzionale perché, se si affronta la questione, “si fa il gioco di Berlusconi”?

Fabio Fabbri

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