domenica, 19 agosto 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Piemonte, il Tar
e la certezza del diritto
Pubblicato il 13-01-2014


La sentenza del Tar del Piemonte di annullamento delle elezioni regionali del 2010, che portarono il leghista Roberto Cota alla presidenza, è davvero paradigmatica di uno dei più grandi problemi del nostro paese: la certezza del diritto.

Infatti, dopo 45 mesi e mezzo dal voto piemontese (ma adesso c’è da attendere i tempi dell’appello al Consiglio di Stato e la eventuale sospensiva che il Tar potrebbe accordare a Cota), la tardiva sentenza dei giudici amministrativi ferisce la democrazia, contribuendo a generare nuovo discredito per la politica e per le istituzioni nazionali.

E’ evidente che l’incertezza nell’applicazione delle leggi, la lentezza dei tempi della giustizia e la tortuosità kafkiana della macchina burocratica (all’ombra della quale si annidano spesso corruzione e concussione!) sono fattori che allontano il cittadino dallo Stato, ingenerando vieppiù sfiducia in un quadro di per sé drammatico quale è quello della gravissima crisi economica e sociale che stiamo vivendo, e contribuiscono, tra l’altro, a quelle diseconomie di sistema che allontanano la convenienza all’investimento. Mesi per ottenere un permesso amministrativo, blocchi di opere pubbliche, tempi infiniti per la giustizia civile, nel mentre le sentenze penali vengono eluse dai “decreti svuotacarceri”, le inchieste vengono bloccate da provvedimenti “ad personam” quando non si verificano clamorosi errori giudiziari.

Per non parlare dei legislatori (nazionale e delle Regioni), con le loro norme incomprensibili alla stragrande maggioranza delle persone e di difficile applicazione per la farraginosità che le caratterizza, con seri problemi per gli interpreti: studiosi del diritto, magistrati e avvocati, fatte apposta per la italica burocrazia pachidermica e paludosa. E si pensi alla circostanza che dopo anni di dibattiti inconcludenti sulla riforma del “Porcellum”, è dovuta intervenire la Consulta per dichiarare incostituzionale la legge elettorale dei “nominati”, costringendo le forze politiche a confrontarsi seriamente sul tema.

I rimedi? Leggi semplici, con una massiccia delegificazione fatta di abrogazione di quelle norme che sostengono il primo nemico degli interpreti: la stratificazione normativa e i conflitti di competenze; codici di rito, civile, penale e amministrativo, riformati, con la previsione di termini perentori per le istruttorie e le sentenze sul modello del diritto anglosassone; snellimento amministrativo con l’uso generalizzato del “silenzio-assenso”, libera licenziabilità dei dirigenti pubblici, come avviene nel settore privato, e fine dei “bonus”: i cosiddetti “premi di risultato” dei managers (?) del pubblico impiego, che appaiono paradossali considerati i risultati della nostra burocrazia.

La certezza deldiritto quindi, che come ricordava il grande giurista e padre costituente Piero Calamandrei, è il valore che primariamente è in gioco, un valore strettamente intrecciato alla sicurezza del singolo, affinché possa “vivere in laboriosa pace la certezza dei suoi doveri, e con essa la sicurezza che intorno al suo focolare e intorno alla sua coscienza la legge ha innalzato un sicuro recinto dentro il quale è intangibile, nei limiti della legge, la sua libertà”.

Maurizio Ballistreri

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento