domenica, 23 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Più poveri: l’ultimo atto dell’assalto ai beni dello Stato
Pubblicato il 27-01-2014


Istat Italiani poveriIl n. 3/2013 di “Economia Italiana”, il periodico di Unicredit, è totalmente dedicato al tema del tornare a fare crescita l’Italia; di particolare interesse è la lettura congiunta dell’editoriale di Paolo Guerrieri, economista, senatore del PD nonché membro di diverse Commissioni parlamentari, e di due articoli scritti “in controluce” da Nicola Rossi, il primo, e da Giulio Sapelli, il secondo.

Per Guerrieri, la via della crescita (“una sorta di imperativo categorico per l’Italia, in quanto solo una crescita sostenuta potrà consentire di rilanciare l’occupazione e smaltire l’elevato stock di debito pubblico accumulato nel tempo”), può essere “imboccata” solo rimuovendo il dato negativo rappresentato dal ristagno della produttività dell’economia e, in particolare, dalla cosiddetta “produttività totale dei fattori”.

La dinamica futura della crescita italiana dipenderà perciò dal “deciso miglioramento del trend della produttività nei prossimi anni”. A tal fine, saranno necessarie, sia riforme importanti per la rimozione delle rigidità strutturali del sistema produttivo, sia il miglioramento della congiuntura europea e internazionale per il sostegno delle esportazioni nazionali.

Secondo Guerrieri, tre macro-aree d’intervento appaiono rivestire un’importanza strategica: innanzitutto l’area della finanza pubblica, dove s’impone la necessità di conservare l’equilibrio dei conti pubblici e di ridimensionare l’alto livello dell’indebitamento; in secondo luogo, l’area della domanda interna (consumi e investimenti), per contrastare il fatto che la diminuzione dei consumi verificatasi negli ultimi due anni abbia più che compensato la crescita delle esportazioni; in terzo luogo, l’area della base industriale, per fermare la sua crescente erosione, al fine di agganciare la ripresa della crescita a quella europea.

Tuttavia, osserva Guerrieri, “fare bene i ‘compiti a casa’” non sarà sufficiente, se non sarà promossa e sostenuta l’interazione dell’economia italiana con quella dell’Europa; un’Europa, però, diversa da quella che si è conosciuta in questi ultimi anni di crisi, sempre più divisa tra paesi creditori e debitori, in presenza di un aumento delle disuguaglianze distributive, della povertà e dei livelli di disoccupazione. Per il superamento della congiuntura europea, pur tenendo conto che in parte è una conseguenza della crisi dell’economia globale, non dovrà essere trascurato il fatto che essa è il risultato di una terapia sbagliata, che ha trovato nelle diagnosi errate dell’irresponsabilità fiscale dei paesi più indebitati e nelle medicine sbagliate delle politiche di austerità attuate il viatico per imbrigliare tali paesi nelle spire di un circolo vizioso, in cui “aumenti di imposte e riduzioni di spese hanno depresso il reddito e impedito al rapporto Debito/Pil di ridursi”.

Per rimuovere l’ostacolo dalla bassa produttività totale dei fattori occorreranno risorse, pubbliche e private; secondo Guerrieri, tali risorse potranno essere trovate modificando gli accordi sulle politiche di rigore, la struttura della spesa pubblica per diminuire le spese correnti a vantaggio di quelle in conto capitale; ma soprattutto potranno essere trovate modificando le regolamentazioni europee che premiano e favoriscono le speculazioni finanziarie. Tutto ciò, conclude Guerrieri, potrà essere portato a compimento solo se ci sarà “più Europa”, ovvero se sarà realizzata soprattutto un’integrazione a livello bancario e fiscale, tenendo conto che di fatto in Europa tutti i singoli stati membri non hanno più gli strumenti adeguati per governare le loro economie, perché divenuti troppo piccoli rispetto alla nuova economia-mondo, impostasi con la globalizzazione.

In controluce, Nicola Rossi osserva, sia pure a sostegno dell’analisi di Guerrieri, che per portare l’Italia su un sentiero di crescita non lontano da quello sperimentato in molti altri Paesi europei occorrerà una “nuova stagione di liberalizzazioni”; ciò in considerazione dell’evidenza ormai consolidata che esiste una relazione positiva tra concorrenza e crescita della produttività, da un lato, e tra crescita della produttività e crescita generale, dall’altro. Di converso, politiche di liberalizzazione senza un aumento della concorrenza, come è avvenuto in Italia, non solo tenderanno a generare tassi di crescita contenuti, ma potranno anche generare ritardi nel superamento delle situazioni di crisi. La verità di quest’ultima considerazione, per Rossi, non è mai stata opportunamente apprezzata in Italia, anche se la realtà si è incaricata di ricordare che la politica di sostegno della crescita non è l’intervento pubblico, ma la combinazione di “tanta concorrenza e buona regolazione”. Questa situazione, secondo Rossi, giustifica l’empasse in cui versa ora il Paese, che non riesce ad allineare la ripresa ai ritmi con cui essa tende a manifestarsi negli altri Paesi europei.

Di diverso tenore è il “controluce” di Giulio Sapelli, il quale si pone polemicamente l’interrogativo: “Lo Stato regolatore e liberalizzatore. E dopo?” Sapelli risponde all’interrogativo osservando che, se si continua di questo passo, finiremo tutti col morire “per eccesso di regolazione e carenza d’investimenti”; ciò perché dagli anni della deregolamentazione finanziaria (che è anch’essa una forma di regolazione) e delle “privatizzazioni senza liberalizzazioni”, il patrimonio industriale italiano, che sino ad allora aveva costituito l’“economia mista” con cui era stato possibile rimediare alle carenze del settore privato, è stato acquisito dai “soliti noti”, i quali, anziché contribuire a potenziare il settore industriale nazionale, hanno preferito ridursi a rent-seeking, senza creare innovativamente le condizioni per nuovi investimenti. Conseguentemente, conclude giustamente Sapelli, con l’assalto ai beni dello Stato, si è consumato l’ultimo atto col quale è emerso il vero “volto della società tribale in economia, che penalizza la nuova crescita e aumenta il rischio del declino irreversibile”.

Per quanto severa, la conclusione di Sapelli è nello stesso tempo ottimistica, considerato che essa contiene il sottinteso che il “rischio del declino irreversibile” del Paese potrebbe essere rimosso, se si riuscisse ipoteticamente a ricuperare l’imprenditorialità italiana alla sua funzione schumpeteriana. Ma i tempi lunghi che sarebbero necessari sconsigliano la strada del ricupero dell’imprenditorialità, passando dalla ricerca della sola rendita alla produzione di profitto reale; perciò non resta che ricorrerete alla ricostruzione, sia pure in parte, di ciò che stato distrutto, anche per porre rimedio agli ingiustificati arricchimenti realizzati a “vil prezzo” con le privatizzazioni dei beni dello Stato.

Gianfranco Sabattini

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