domenica, 20 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Renzellum,
una strada sbagliata
Pubblicato il 29-01-2014


La discussione sulla riforma della legge elettorale che dovrà sostituire il  vituperato Porcellum, il Renzellum,  si è iniziata in una grande confusione di voci e prosegue  sulla medesima linea ora che il testo della proposta di legge, concordato nei suoi punti nodali e qualificanti da Renzi e Berlusconi, è stato presentato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera. Appena reso pubblico, esso ha rivelato il suo contenuto che non è esagerato definire scarsamente democratico.

Una prima cosa abbiamo subito rilevato, che conferma quanto nella fase iniziale della discussione s’era cominciato a evidenziare, e cioè il capovolgimento della posizione che, salvo rare eccezioni, era apparsa di gran lunga prevalente ed era stata difesa con accanimento negli anni più recenti. Avevamo infatti sentito i rappresentanti di molti partiti dichiarare che tra le cose assolutamente da fare perché il Parlamento fosse espressione diretta dei cittadini e non più imposto c’era la restituzione agli elettori del diritto di scelta tra i candidati di cui a suo tempo erano stati privati.

Giustamente in questa  espropriazione si vedeva uno dei motivi per cui gli elettori si sono sempre più allontanati dalla politica ed è cresciuto in misura preoccupante il fenomeno dell’astensionismo. Reintrodurre le preferenze, dare a tutti i partiti la possibilità di eleggere propri rappresentanti, elevare in misura notevole la soglia necessaria per accedere al premio di maggioranza, sì da impedire la ripetizione di quanto avvenuto nelle ultime elezioni; riformare insomma la legge in modo che i cittadini tornino ad avere fiducia nella politica e nei partiti. Questo si affermava e si prometteva, mentre cresceva l’attesa per il lieto evento. Il parto ha però fortemente deluso e, unito al perdurante sfrontato comportamento immorale di numerosi rappresentanti della classe politica (e della società civile), ha accresciuto ulteriormente il rifiuto della politica da parte dei cittadini.

Tutto dimenticato, infatti, sordità assoluta alla istanza di base. Da un incontro tra i leader di due dei maggiori partiti, attuato in anticipo rispetto all’accordo “aperto” tra i partiti che sostengono il governo,  che a nostro parere sarebbe stato doveroso e necessario, è venuto fuori un accordo (presentato come immodificabile) che prevede uno sbarramento del 5% per le liste se coalizzate, dell’8 %  se non coalizzate,  un premio di maggioranza al partito o alla coalizione di partiti  che  superano il 35” dei voti, le liste bloccate, il ballottaggio tra i due maggiori partiti in campo nazionale.

Se approvato dalle due Camere, un accordo di questo tipo porterebbe i tre partiti maggiori, PD, FI, M5S, a spartirsi i seggi in palio, e i partiti minori comunque presenti nella competizione a scomparire dalla Camera e ad essere semplici portatori di voti in favore del partito-pilota. La protesta, com’era inevitabile, si è subito levata forte e netta.

FI, però, non intende minimamente modificare la legge concordata. Il PD, dopo una netta chiusura a imitazione di FI, ha aperto uno spiraglio relativamente allo sbarramento e alla soglia di accesso al premio di maggioranza, su cui si dice disposto a discutere. Nessuna concessione, però, in merito alle preferenze, la cui reintroduzione, dice, sarebbe “un errore enorme” foriero di “corruzione, voti di scambio e spese elevatissime”.

Affermazione, quest’ultima, che non possiamo accettare. Gradiremmo sapere da chi la fa perché mai le preferenze sono da temere per le elezioni nazionali e da accettare invece per le elezioni comunali, provinciali, regionali e per la scelta dei rappresentanti nel Parlamento europeo.  Non si offenda l’intelligenza degli elettori, e si ascolti la voce della base che chiede la restituzione di un diritto sacrosanto. Lo vuole la democrazia, che è possibilità di libera scelta dei rappresentanti nelle istituzioni e respinge tra le altre cose il tono sprezzante ripetutamente usato nei confronti dei partiti minori, visti come un intralcio al potere dei maggiori, che si vuole  assoluto. In caso diverso si provocherà un danno questa volta non più riparabile allo svolgimento di una regolare vita  democratica nel nostro  Paese con la  crescita non più frenabile dell’astensionismo e la rottura, questa volta definitiva, del rapporto tra cittadini e politica.
Giuseppe Miccichè

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