sabato, 22 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Renzi-Berlusconi e la crisi della democrazia
Pubblicato il 21-01-2014


C’è chi ha parlato della nascita del “Renzusconi” e chi ha evocato il cosiddetto “Patto della crostata” (che distanza siderale anche nominalistica, ad esempio, con l’”Alleanza ciellenistica” tra le forze antifasciste, dell’immediato dopoguerra!), del Cavaliere e di D’Alema, altri commentatori invece, hanno attribuito una forte valenza democratica all’incontro tra Renzi e Berlusconi, auspicando che da esso scaturisca un accordo sulla legge elettorale e, più in generale, sulle prospettive politiche del nostro paese. Addirittura, c’è chi si è spinto oltre, rappresentando il colloquio tra il segretario del Pd e il leader di Forza Italia sulla stessa linea delle grandi intese tra forze politiche diverse, che hanno segnato la democrazia in Italia: i governi di Alcide De Gasperi tra Dc, socialisti e comunisti; il primo centrosinistra tra Moro e Nenni; il “compromesso storico” tra lo stesso Moro e il Pci di Berlinguer.

Ciò che evidente, al di là delle valutazioni positive o meno dell’incontro tra il sindaco di Firenze e l’ex premier, è che i nostri i leader della politica nazionale si muovono secondo lo schema elitistico, slegati dal rapporto con i cittadini nella stipula dei loro accordi, che prescindono da ideologie, valori, ideali e programmi, e si fondano sulle personali ipotesi di potere e carriera politica, nel solco della “crisi della democrazia”!

Quasi un anno or sono, su “Foreign Affairs” dedicato agli Stati Uniti, uno studioso del pensiero unico globalista, Fareed Zakaria, ha parlato di “nuova crisi della democrazia”, con un esplicito riferimento al rapporto The Crisis of Democracy della Trilateral Commission del 1975, preparato dal gruppo di politologi e sociologi formato da Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki. Zakaria ha sottolineato nel saggio le oscillazioni degli Stati Uniti nell’affrontare i problemi economici e di bilancio, e di tutte le democrazie occidentali destinate, arrivate secondo Zakaria, “non alla morte, ma alla sclerosi”.

Quando nel 1975 la Trilateral si chiese perché i governi del mondo industrializzato avevano cessato di funzionare, incombevano la crisi petrolifera e il conflitto con il mondo arabo; di lì a poco l’Unione sovietica si sarebbe preparata a invadere l’Afghanistan e Komehini a realizzare la rivoluzione teocratica e integralista in Iran. Nel 1984 la Commissione Trilaterale (ritenuta espressione del presunto “governo occulto” del Mondo, secondo le teorie sulla sinarchia) pubblicò un nuovo rapporto intitolato “La democrazia deve funzionare”, preparato da David Owen, leader del partito socialdemocratico britannico (di orientamento centrista e, quindi, diverso da quello storico laburista), Saburo Okita ex ministro degli esteri giapponese e Zbigniew Brzezinski già assistente per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter e fondatore della Trilateral. Le crisi del decennio precedente erano passate, Ronald Reagan aveva rilanciato gli States secondo la dottrina liberista, mentre in Unione sovietica covava l’implosione, Deng Jiaoping stava introducendo il mercato nella Cina maoista, la democrazia si espandeva nel mondo, e cinque anni dopo sarebbe caduto il muro di Berlino.

Se nel 1975 il problema in occidente era la ricerca del consenso e l’estensione della democrazia, a metà degli anni ’80 diventava l’efficienza capitalistica. Insomma, si trattava di gettare le basi della globalizzazione, anche se allora non la si chiamava così e di sostituire al potere della politica rappresentativa quello delle tecnocrazie al servizio della finanza, il cui ruolo oggi in economia è preponderante rispetto a quello della produzione e del lavoro.

Nel nostro Paese il paradigma è stato il governo di Mario Monti, che ha sospeso la democrazia e la cui onda lunga arriva sino ai giorni nostri, impoverendo la società italiana con l’esplosiva miscela più tasse, meno Welfare, più mercato, espressiva proprio della visione della “crisi della democrazia”, basata su élites politiche che possono essere in competizione o in accordo, ma, comunque, subalterne al pensiero unico globalista.

Maurizio Ballistreri

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