giovedì, 24 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Renzi l’ennesimo “gattopardo” della politica?
Pubblicato il 23-01-2014


Matteo Renzi e la politica italiana Paolo Flores D’Arcais sul n. 9/2013 di “Micromega” ha pubblicato un interessante articolo, prefigurando la potenziale “agenda politica” del nuovo segretario del PD, Matteo Renzi, nelle vesti di futuro capo del governo. D’Arcais, nello scriverne i contenuti dilata l’agenda a tal punto da indurre anche il più professionale tra i rivoluzionari a temere di fallire nel perseguire contemporaneamente tutti gli obiettivi, indicati come “conditio sine qua non” per il ricupero delle politica e il rilancio dell’economia nazionale. Ciò va detto, non perché non siano condivisibili gli obiettivi che D’Arcais indica nel suo articolo per un possibile futuro capo del governo, ma per i dubbi sull’efficacia delle alleanze politiche da lui ipotizzate con cui realizzare il rinnovamento dell’attività politica ed economica del paese. Per rendersi conto di ciò basta seguire il filo conduttore del discorso di D’Arcais.

Riferendosi alle aspirazioni di Renzi di diventare presto capo dell’esecutivo italiano, il direttore di Micromega osserva che il nuovo segretario del PD ha “fin qui certosinamente evitato di prendere impegni sulle tre questioni cruciali che da un ventennio dominano la scena politica e hanno costituito per fattiva e pervicace omissione, il cemento del regime berlusconiano e dell’inciucio: il conflitto d’interessi, il monopolio televisivo, la rivoluzione della legalità”. A questi tre problemi del ventennio berlusconiano si sono aggiunti quelli economico-sociali dovuti a una crisi che ha nelle bolle speculative della finanza tossica la sua origine, ma “nell’incancrenirsi di un’esplosiva disuguaglianza…la sua ragione strutturale”; disuguaglianza, questa, che può essere contrastata attuando una politica di radicale ridistribuzione della ricchezza, sia per rilanciare la produzione, che per sostenere il consumo. Ciò perché, secondo D’Arcais non è possibile promuovere l’incremento delle produzione e dei consumi, senza innovare e razionalizzare i metodi produttivi e senza una radicale attenuazione delle disuguaglianze distributive nate e cristallizzatesi nell’ultimo ventennio.

In altri termini, non è possibile rilanciare l’economia e migliorare la coesione sociale senza che, contemporaneamente alla soluzione delle tre questioni cruciali prima indicate, la meritocrazia prevalga sul diffuso familismo amorale e la ricerca del profitto reale sia sostituita alla ricerca della rendita da speculazione finanziaria, attraverso una “quasi guerra” al mondo finanziario e alle banche non disponibili a tornare “alla funzione primaria di erogare credito in funzione della produzione e dei consumi”. Occorre trasformare il capitalismo italiano, “ammanicato col potere politico e non disdegnoso di quello mafioso, con un capitalismo weberiano, che premi capacità innovativa e propensione al rischio”; un capitalismo cioè che in Italia, secondo D’Arcais, è sempre mancato, in quanto “incubato” nella forma che ha assunto nel paese la rivoluzione industriale. Per rimuovere questa anomalia, sostiene D’Arcais, occorre che Renzi, da liberale quale egli si vanta di definirsi, faccia proprio un suggerimento del liberale Piero Gobetti, per invocare e promuovere un’alleanza tra i settori weberiani della borghesia italiana e le forze più consapevoli e libertarie del movimento operaio e con gli “innumerevoli movimenti di lotta della società civile…di resistenza al capitalismo ammanicato che Renzi dice di voler “pensionare’”, acquisendo i voti del PDL e di quelli del M5S.

Se Renzi, conclude D’arcais, pensa che basti la disponibilità della borghesia à la Mackie Messer (il nome preso dall’“Opera da tre soldi” di Bertolt Brecht, per indicare un lestofante “incallito” che usa un folto gruppo di mendicanti per coprire e portare a buon fine le sue malefatte), anziché fare assegnamento su quella “luterana, illuminata e propensa al cambiamento, commette un grande errore di valutazione che lo possono portare ad essere protagonista solo di una politica di annunci, in luogo di fatti reali; solo le alleanze fra le forze riformiste in senso radicale possono aiutarlo a portare a compimento la rivoluzione liberale preconizzata da Gobetti, che l’Italia ancora attende sia realizzata, per sostituirla a quella “taroccata” che si è tentato di compiere con la Seconda Repubblica.

All’analisi e agli auspici di D’Arcais possono essere mosse due osservazioni critiche. La prima riguarda il “blocco sociale” su cui Renzi dovrebbe fare affidamento per portare a compimento l’agenda politica confezionata dal direttore di Micromega; la seconda concerne le cause dell’involuzione e della crisi sociale, politica ed economica della società italiana. Riguardo al blocco sociale, occorre tenere presente che le ”ammucchiate” di forze sociali diverse ed eterogenee, perché portatrici di interessi concorrenti e spesso anche contrastanti, anche se possono costituire un valido “maglio” iniziale per incrinare uno satus quo politico, sociale ed economico non più tollerabile, può tradursi, però, come la storia sta ad indicare, in un ostacolo all’attuazione del riformismo necessario; senza trascurare che la natura del sistema istituzionale del quale l’Italia è dotata impedisce “risposte forti” alla eterogeneità delle pretese “post-rivoluzionarie”. Ciò significa che le forze sociali eterogenee devono essere rese prima omogenee se le si vuole “utilizzare” per il raggiungimento di uno scopo condiviso; compito, questo, che nella fase attuale non si sa bene da chi e come possa essere attuato.

La seconda osservazione critica riguarda il perché la borghesia italiana attuale non sia di tipo weberiano o luterano, ma sia natura parassitaria, al punto da privilegiare la rendita speculativa in luogo del profitto reale. E’ vero che l’origine del fenomeno è da ricondursi al fatto che in Italia è sempre mancata una “rivoluzione liberale”, ma le ragioni più immediate e recenti di questa mancanza sono da ricondursi alle scelte politiche ed economiche compiute nel corso della prima repubblica; non quelle assunte nell’immediato dopoguerra, ma quelle risalenti al periodo successivo alla ricostruzione, assunte in funzione della priorità riservata al “piccolo è bello” che, oltre ad aver appiattito la produttività e la capacità competitiva del sistema-paese, ha anche favorito quel capitalismo ammanicato che è la causa prima per cui oggi il paese stenta a fuoriuscire dalla crisi.

Inaugurare una politica che ponga rimedio alla debolezza strutturale dell’economia italiana, quindi alla disgregazione della società civile, sembra andare al di là delle capacità di governo di chiunque; soprattutto se costui, pur attorniato da personale “esperto” (e non sempre ciò accade) e pur dotato dell’entusiasmo e della determinazione richiesti dalla situazione, intenda impersonare, come fa Renzi, il ruolo di “un uomo solo al comando”, con la pretesa di rottamare tutte le risorse umane, pur scadenti, ereditate dal passato.

Gianfranco Sabattini

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