mercoledì, 23 maggio 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Riflettiamo sull’utilità sociale del nostro sistema bancario
Pubblicato il 13-01-2014


Sistema bancarioIl caso Cioni ci deve far riflettere sulla necessità di un cambiamento, e L’Aquila non è l’unica realtà in grave difficoltà. Questo episodio di protesta clamorosa (Celso Cioni è il direttore di Confcommercio L’Aquila che stamane si è barricato nel bagno della filiale aquilana di Bankitalia, minacciando di avere con sè della benzina e un accendino, ndr) ci induce ad alcune riflessioni sul sistema bancario nel nostro Paese e nel mondo globalizzato. Le famiglie e la piccola impresa sono i soggetti più in difficoltà durante una crisi per il semplice fatto che il sistema bancario tende a chiudere i rubenetti del credito. Il fattore cardine che non aiuta famiglie, lavoratori e piccola impresa (i soggetti cioè più vulnerabili in quanto privi di assets importanti la cui vendita potrebbe comportare riduzione di debito accumulato oppure downscaling tipico delle grandi aziende e multinazionali) ad uscire da situazioni economiche e sociali difficili è nell’inutilità sociale del nostro sistema bancario.

Oggi la produttività in tanti settori dell’economia è crollata, e con essa è aumentata la disoccupazione. Si spende troppo poco. E’ imperante rivalutare politiche keynesiane allontanadoci dalle linee guida neo-liberiste. La spesa per l’edilizia residenziale e per i beni di consumo è in calo. Sono in calo gli investimenti delle imprese. La spesa complessiva è in netto calo. Il problema risiede in una domanda troppo bassa. Quando si è immersi nella fase espansiva dell’economia due fenomeni tendono a coesistere. Un forte sviluppo dell’edilizia residenziale ed una elevata spesa per consumi. Prima della crisi del 2008 entrambi i fenomeni erano indotti dai prezzi sempre più alti delle case che avevano causato sia un boom dell’edilizia sia un eccesso di spesa da parte dei consumatori, i quali si sono sentiti più ricchi grazie ad una più alta offerta di moneta. Un aumento di spesa dei consumatori porta ad una diminuzione delle scorte dei beni prodotti, ad un aumento della produzione e, quindi, dell’occupazione.

Durante queste fasi espansive, un aumento delle capacità produttive dovute ad un aumento sostenuto della domanda porta le imprese ad espandersi, in dimensione e geograficamente, anche attingendo capitale dal sistema bancario. Il dramma per le famiglie, i lavoratori e le piccole imprese sorge quando l’innalzamento generale dei prezzi è sorretto, in una delle sue voci, da una bolla la quale, esplodendo, porta giù tutto il resto. Una bolla non significa altro che il prezzo di un bene è salito nel tempo in modo del tutto irragionevole, senza alcuna motivazione reale, coinvolgendo così, in questa salita, i prezzi di altri beni. Nel momento in cui uno di questi fattori cede, l’intero castello tende a crollare, e ci si avvia rapidamente verso il baratro.

Ognuno, nel suo campo di influenza, corre a difendere il difendibile. Le banche che sino a quel momento stavano facendo soldi prestando denaro ad altre banche, imprese e famiglie, chiudono i rubinetti del credito. Le famiglie indebitate durante la fase espansiva in cui l’offerta di moneta era alta ed in grado di ripagare i propri debiti, non riescono più a pagare soprattutto se i debiti sono elevati ed il prezzo del bene contratto cala rapidamente. Una azienda che si è obbligata contrattualmente a dedicare la maggior parte del flusso di cassa al rimborso del debito sostenuto per finanziare una acquisizione oppure una espansione aziendale, potrebbe andare in insolvenza a seguito di un calo delle vendite.

Il rallentamento repentino dell’economia dovuto allo scoppio di una crisi che coinvolge l’intera società, crea una situazione in cui quasi tutti i debitori si trovano costretti ad agire rapidamente per ridurre i propri debiti. Sta di fatto che solo chi possiede risorse monetarie aggiuntive e/o extra assets vendibili sul mercato, è in grado di far fronte al dramma di una crisi economica. Ora, quando le crisi sono gravi e vi è un congelamento forte della liquidità complessiva, il pensiero economico si rivolge alla politica monetaria mettendo in moto due strumenti essenziali:l’incremento dell’offerta di moneta e l’abbassamento dei tassi d’interesse. Si procede, quindi, con misure di politica monetaria senza toccare la leva fiscale oppure la spesa per investimenti.

Ci si accorge allora, come durante l’ultima crisi, che un contesto di trappola di liquidità è seriamente possibile. Questo significa che la domanda è ancora troppo debole e le grandi banche (coloro beneficiare tra l’altro dei vari quantitative easing) non prestano per l’inconvenienza (o mancaza di profitto) di farlo a tassi troppo bassi ed in un contesto sociale (alta probabilità di insolvenza) troppo incerto. E’ evidente, allora, come sia necessario, soprattutto per la sua utilità durante le fasi di crisi economiche e sociali, riconvertire o parallelizzare un sistema bancario strutturato “per fare profitto” con uno che sia un servizio socialmente utile. Un sistema bancario che aggredisca e risolva il problema del credito soprattutto per le famiglie e le piccole imprese e che, quindi, abbia l’effetto di agire direttamente sulla ripresa economica agendo sui consumi ed investimenti.

La vita delle banche non è semplice durante prolungate crisi economiche anche perchè gli azionisti richiedono sempre un profitto tramite una crescita del prezzo delle azioni e/o una continuità nel pagamento dei dividendi. Il ruolo di una banca è quello di emettere un debito a breve scadenza nella forma di deposito o conto corrente e, con esso, finanziare prestiti a lungo termine. Quando vi è una rottura del mercato causato da una rottura delle capacità delle banche di generare investimenti di lungo periodo, la società è forzata a sostenere livelli di produttività strategica minori e meno efficienti e, di conseguenza, un livello inferiore di ricchezza complessiva.

Naturalmente, affrontare il problema di come creare un tessuto bancario “statutariamente” al servizio delle collettività non è semplicissimo e richiede, prima di tutto, una metamorfosi culturale notevole. Da un punto di vista, invece, prettamente politico, evitare crisi di natura finanziaria che successivamente si tramutano in crisi economiche e sociali ci costringe ad affrontare il ruolo attuale delle grandi banche. Le cosidette too big to fail (troppo grandi per farle fallire). Dirò subito che lo snellimento di questi elefanti del sistema bancario globale è una delle condizioni per evitare, in futuro, ulteriori crisi e gravi danni sociali.

Prendiamo, per esempio, in considerazione il patrimonio complessivo di alcune delle banche più grandi al mondo (Giugno 2013, FMI):

1. J.P. Morgan Chase & Co., $2.389 miliardi
2. Bank of America Corp., $2.175 miliardi
3. Citigroup, $1.882 miliardi
4. Wells Fargo & Co., $1.437 miliardi
5. Goldman Sachs Group, $959 miliardi
6. Morgan Stanley, $801 miliardi

L’ammontare totale è di $9.643 miliardi, pari al 60% del P.I.L. degli Stati Uniti d’America. Volendo avere, ora, una idea approssimativa delle dimensioni di questi istituti bancari, basta dire che (dati 2013 per PIL nominale):

1. il patrimonio complessivo di J.P. Morgan Chase & Co. si colloca tra il P.I.L. del Brasile ($2.253 miliardi) e il P.I.L. del Regno Unito ($2.477 miliardi);
2. il patrimonio complessivo di Bank of America Corp. si colloca tra il P.I.L. della Russia ($2.030 miliardi) e il P.I.L. del Brasile ($2.253 miliardi);
3. il patrimonio complessivo di Citigroup si colloca tra il P.I.L. dell’India ($1.842 miliardi) e il P.I.L. dell’Italia ($2.014 miliardi).

Di questo si è dibattuto a lungo nel mondo, soprattutto negli Stati Uniti, ed il ridimensionamento dei grandi gruppi bancari e finanziari rimane uno dei temi principali su cui operare.

Manuel Santoro

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi siria UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Il mondo ha la memoria corta.
    Per rimediare alla crisi degli anni ’30, negli USA, si impose la divisione tra banche d’affari e banche commerciali.
    Una cosa simile avvenne anche in Italia, con la Legge Bancaria, che durò una sessantina d’anni, a far tempo dal ’34. quando, dietro allo sviluppo dell’economia finanziaria, le banche pretesero di finire con questa norma che impediva loro di realizzare i profitti che desideravano. E così fu fatto, non solo in Italia.
    Ora, con una nuova crisi la necessità di finanziare le imprese riporta in auge la separazione tra banche d’affari e banche commerciali. Va fatta alla svelta, pur sapendo che forse, stavolta, può non bastare per raddrizzare la situazione.

Lascia un commento