giovedì, 13 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Senza Europa niente futuro
Napolitano si confessa
Pubblicato il 10-01-2014


Giorgio NapolitanoIn un libro-intervista, “L’Europa e il ruolo dell’Italia nel mondo. La via maestra”, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano confessa i suoi due “amori” che “gli hanno ragionato nella mente” durante il primo settennato da Presidente: l’Europa, appunto, e il prestigio dell’Italia nel mondo. Il libro, nato da un’idea di Federico Rampini “è stato concepito – e scritto a “quattro mani” – come parte del settennato presidenziale (maggio 2006-aprile 2013) sotto il profilo delle iniziative e delle relazioni internazionali” delle quali Napolitano è stato parte attiva nell’esercizio della sua funzione istituzionale. Il volume, precisa il Presidente, ha visto la luce a breve distanza dal secondo mandato, per cui non può dar conto di sviluppi, che ancora non ci sono stati, dell’attività svolta a livello internazionale durante il primo mandato.

Gli obiettivi di quest’attività, sottolinea Napolitano, sono sempre stati il parametro di riferimento delle scelte di politica estera: il primo è stato quello di rilanciare, dandole vigore, la prosecuzione della prospettiva europeista e di sconfessare le “campagne mistificatorie” con cui, non disinteressatamente, si tenta di scaricare sul progetto europeo le responsabilità ed i deficit dell’attività politica dei governi nazionali; il secondo obiettivo è stata la scelta di inserire la difesa e la crescita del prestigio dell’Italia in una prospettiva di “visione transatlantica” delle relazioni internazionali, in considerazione del fatto che la situazione economica e gli impegni essenziali imposti dallo status del mondo attuale “legano indissolubilmente l’Europa agli Stati Uniti”, essendo tale legame l’unico modo con cui garantire all’Unione Europea e all’Italia un ruolo di primo piano in aree importanti, come il Nordafrica, il Medio Oriente e i Balcani.

La situazione economica, in particolare, è stata motivo di riflessione, soprattutto per il suo impatto sull’immagine che l’Europa continua ad offrire di sé e sulla fiducia dei cittadini verso la realizzazione del progetto europeo. Su questo punto, il Presidente è esplicito: si è in presenza di una nuova questione sociale, la cui principale espressione è la tendenza dei moderni sistemi industriali a creare “meno occupazione, o scarsa occupazione, o cattiva occupazione, perfino quando ritrovano un sentiero di crescita”. Questa situazione, per il Presidente, impone come priorità indilazionabile l’assunzione di decisioni utili a porre rimedio alla contrazione delle opportunità di lavoro. A tal fine, per la ricostruzione di un clima di fiducia dei cittadini, occorre un più proficuo impegno delle istituzioni per fronteggiare le criticità sociali originate dai fenomeni di “disuguaglianza e disagio sociale, di povertà, e soprattutto di esclusione di larghi strati di giovani dal mercato del lavoro”. Il superamento dell’attuale crisi, perciò, deve essere l’occasione per rilanciare il processo di integrazione politica dei paesi europei, ripartendo da un modello di sviluppo più equo e trasformando la sua attuazione nella questione centrale della politica internazionale.

Per la prosecuzione del processo unitario dell’Europa occorre ritrovare lo spirito delle origini, che è stato la base dell’“invenzione europea”; ma per vincere questa sfida occorre un grande sforzo collettivo fondato su un’ampia partecipazione dei cittadini, oggi disaffezionati dalla politica a causa delle campagne mistificatorie antieuropee. Per la elaborazione del nuovo modello di sviluppo molto dovrà cambiare, in considerazione dell’approfondimento del processo di integrazione delle economie nazionali nel mercato mondiale; l’accento dovrà essere “spostato verso nuovi parametri di qualità della vita, da assumere come compatibili con livelli di minore crescita di reddito pro-capite e di beni materiali”. Tutto ciò non potrà certo scaturire da tagli indiscriminati della spesa pubblica, anche quando dovesse imporsi per ridurre l’insostenibilità del debito pubblico; per attuare con successo una politica di crescita occorrerà, secondo una ricetta formulata dal Presidente Obama per gli Stati Uniti, attirare più posti di lavoro dentro i confini nazionali, dotare la forza lavoro disponibile delle competenze necessarie per catturare questi lavori e garantire che chi lavora abbia un tenore di vita dignitoso.

Tuttavia, secondo Napolitano, pur dovendo trovare nell’Europa unita la forza per formulare il nuovo progetto di sviluppo, non si dovrà commettere l’errore di considerare la sua utilità solo dal punto di vista economico; quando si parla dell’Europa come soggetto politico occorre riferirsi al ruolo che essa sarà chiamata a svolgere nel mondo, all’interno della complessa rete di relazioni internazionali, a supporto del governo del processo di globalizzazione. Ciò comporterà che l’Europa, senza mettere in dubbio la sua storica alleanza con gli USA, acquisti un “proprio spazio di movimento”, per meglio garantire la sicurezza e la stabilità internazionale, necessarie al rilancio della crescita dei paesi industrializzati, oggi per lo più in crisi.

Non si può che condividere le opinioni espresse, a volte con tono esortativo, dal Presidente Napolitano sul futuro prossimo dell’Italia e dell’Europa e sulla necessità che l’Europa approfondisca la sua unità politica per meglio formulare i contenuti del nuovo modello di sviluppo da attuare. Ciò che però lascia perplessi è la contraddizione di fondo che caratterizza il libro-intervista del Presidente Napolitano; ovvero il fatto che l’auspicio di un nuovo modello di sviluppo europeo che garantisca più crescita e nuova occupazione non è del tutto compatibile con la sola esigenza che esso risulti in qualche modo correttivo della logica capitalistica del mercato mondiale imposta dal processo di globalizzazione. La riflessione sulla politica internazionale deve fare spazio alla necessità che si cominci a discutere del come modificare questa logica, la cui correzione non può essere ridotta a un riformismo strutturale utile solo a diminuire i livelli insostenibili dei debiti sovrani. Sarebbe piaciuto che nella sua “conversazione” con Federico Rampini, il Presidente Napolitano avesse riservato spazio anche alla necessità di riformare la logica capitalistica dominante, che persino in America è oggetto di riflessione, nel convincimento sempre più diffuso che sia giunto il tempo per un suo profondo cambiamento.

Gianfranco Sabattini

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