martedì, 19 giugno 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Tutto in nome
del popolo sovrano
Pubblicato il 31-01-2014


Quando, più di otto anni fa, l’allora governo Berlusconi partorì il “porcellum”, l’opposizione levò alte grida. Ma si guardò bene dal contrastarne concretamente l’approvazione. Né fece nulla, e al tempo del governo Prodi e all’epoca delle prime larghe intese, per modificarlo.

E non fece nulla per modificarlo perché, chiacchiere propagandistiche a parte (su questo punto, come sempre accade nelle questioni che non abbiano a che fare con sue vicende personali, Berlusconi è stato più sincero; a lui la legge Calderoli andava benissimo), il sullodato “porcellum” andava benissimo anche al Pd. E per almeno due ragioni: perché garantiva alla minoranza più forte la maggioranza assoluta dei seggi (cosa che non esisteva in nessun altro sistema elettorale occidentale) e perché assicurava al segretario di turno il controllo delle liste.

Naturalmente, nel corso del tempo, sono accadute, in sequenza, tre cose, che rendevano inevitabile la riforma. Il deterioramento del personale politico-parlamentare, attribuito, a torto o a ragione, al fatto che si trattava di un parlamento di ‘nominati’. Il risultato delle elezioni del 2013, con gli esiti aberranti, tra Camera e Senato, dovuti ai differenti meccanismi di premio. E, infine, la sentenza della Corte che indicava l’assoluta anticostituzionalità di questi meccanismi, prospettando, nel contempo il ritorno a sistemi che consentissero la possibilità della “scelta della persona” da parte dell’elettore.

A questo punto si aprivano tre possibilità: scrivere la nuova legge “sotto dettatura” (come diceva Scalfaro ai tempi di Tangentopoli) e cioè adottare un sistema proporzionale con le preferenze; adottare lo schema proporzionale, ma con correttivi (i collegi piccoli sul modello spagnolo) che garantissero, ad un tempo, le esigenze politiche dei partiti maggiori ( ragionevole possibilità di conseguire la maggioranza assoluta dei seggi con il 40% e più dei voti) e le richieste della Corte di un rapporto più diretto tra elettori e candidati; e, infine, andare verso un sistema elettorale radicalmente diverso, come l’uninominale a doppio turno.

Si è optato invece da parte dei due leader dei partiti maggiori che, insieme, rappresentano meno del 50% del corpo elettorale, per una revisione in peggio del vecchio sistema; appunto, il “porcellonem”. In peggio perché? Innanzitutto perché si aggrava ulteriormente la “torsione maggioritaria” appena ieri dichiarata incostituzionale della Corte: col nuovo sistema, con la novità incredibile (e senza precedenti) del doppio turno di coalizione, un partito che avesse ottenuto meno del 20% dei voti al primo turno può tranquillamente prendere la maggioranza dei seggi al secondo essendosi, nel frattempo, opportunamente sbarazzato del Senato.

Seconda variante peggiorativa: la liquidazione per legge dei piccoli partiti. O, più esattamente, di quelli non disposti a fare i clienti dei due partiti maggiori. Con il “porcellonem” saremmo tutti costretti a coalizzarci per necessità (con forti possibilità di abbandoni successivi mentre le alleanze politiche, checché ne dicano i tromboni della seconda repubblica, si fanno dopo le elezioni e sono durevoli) come avveniva con il sistema precedente, ma questa volta lo sbarramento funzionerebbe anche all’interno della coalizione. Meglio, allora, imbucarsi subito nel partito grosso.

Il risultato? Quello auspicato, con profonda sintonia, dai due Capi. Di avere a disposizione (e su questo Berlusconi ha le stesse aspettative di Renzi) un potere politico, nella misura del possibile incontrollato. Non siamo, naturalmente a “un popolo, uno stato, un duce”. Niente di tutto questo. Siamo, semplicemente, a “un partito, un governo, un leader”.

Niente di male, per carità. Solo che tutto questo non ha nulla a che fare con una repubblica parlamentare e con i partiti. Mentre non osa arrivare a quello che sarebbe il suo più logico sbocco, la repubblica presidenziale. Siamo a metà del guado: alla repubblica di Renzi e di Berlusconi. Due grandi leader, per carità; ma all’interno del peggio dei due sistemi.

Dimenticavamo la questione delle preferenze. Ce ne scusiamo con i nostri lettori. Confessando che non abbiamo creduto neanche per un attimo alla possibilità di un loro ripristino. Ricordiamoci che nell’Europa e nell’Italia di oggi, tutto si fa in nome del popolo, ma a condizione che questo interferisca il meno possibile nelle scelte dei suoi benefattori.

Alberto Benzoni

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi siria UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo

Lascia un commento