mercoledì, 22 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Tv, il regista Diana racconta gli “Anni spezzati”
Pubblicato il 31-01-2014


Gli anni spezzati-BoniAnni spezzati quelli del decennio tra gli anni Settanta ed Ottanta. Anni sottratti alla libertà, al diritto al lavoro. Anni di odio, ribellione, violenza, in cui regnava il senso dell’ignoto, dell’oscuro, dell’incerto in cui non si riusciva a fare né chiarezza né giustizia su casi di terrorismo che hanno sconvolto il Paese e la vita di centinaia di persone e famiglie. Anni in cui vigeva la strategia della tensione, i cosiddetti “anni di piombo”, descritti nella trilogia “Anni spezzati”, andata in onda su Rai Uno, che racconta la storia di tre protagonisti di questi anni. La miniserie in sei puntate, diretta da Graziano Diana, ha riscosso un grande successo, sebbene tra tante polemiche: tra i 4 e i 5 milioni di spettatori per uno share pari al 16-18%. Non male per un film in prima serata a sfondo storico che racconta un passato spesso sconosciuto ai più giovani.

Qui, sicuramente, risiede il punto forte della miniserie che, viceversa, è anche il suo lato debole: non sono mancate accuse di scarsa attendibilità ai fatti storici. Se “testimoniare, fare memoria è un dovere”, come commenta Alessandro Preziosi, protagonista del personaggio al centro della seconda parte della trilogia, “Il giudice”, sicuro è che vada fatto anche bene. Si tratta di una sorta di percorso narrativo, in crescendo, di un cerchio che si chiude in un climax sempre più positivo e sempre più attuale. Nella prima parte della trilogia, “Il Commissario” (in due puntate, in onda il 7 e l’8 gennaio ndr), infatti, dedicata al commissario Luigi Calabresi, interpretato da un buon Emilio Solfrizzi, la volontà di fare giustizia cadrà invano con l’assassinio dello stesso commissario; nella seconda, invece, “Il giudice” appunto con Preziosi (trasmessa su Rai Uno il 13 e 14 gennaio), incentrata sul personaggio del giudice Mario Sossi, vedrà un esito meno negativo, in quanto egli dapprima sarà rapito dalle BR per poi essere liberato; nella terza, infine, “L’ingegnere”, concentrata sulla figura di un immaginario ingegnere Giorgio Venuti, dirigente della Fiat Mirafiori, vediamo risolversi positivamente lo sforzo di far trionfare il diritto a protestare in maniera non violenta per il proprio diritto al lavoro, come sancito dall’art. 1 della Costituzione, che vede l’Italia quale una Repubblica fondata su di esso.

Sicuramente quest’ultima è quella più riuscita e che riesce ad arrivare meglio al pubblico, per tanti motivi: sia per l’attualità della questione Fiat sia, soprattutto, per il drammatico tema del lavoro. L’argomento è molto sentito e vissuto; ma straordinaria anche l’interpretazione del protagonista Alessio Boni, che veste i panni di Giorgio Venuti, che sa dare il giusto tono drammatico al tormento di quest’uomo costretto a firmare le richieste di licenziamento. Prima di essere dirigente, Venuti è un uomo, un padre che cerca di salvare una figlia che per amore si “allea” con i gruppi combattenti territoriali; questi ultimi non sono le BR, ma non per questo meno violenti (gambizzano e uccidono) gridando: “vogliamo essere sabbia non olio degli ingranaggi del sistema”. Arrivano a compiere anche attentati terroristici ed intimidatori, quali dei sabotaggi nell’ospedale dove lavora il dott. Walter Grimaldi, interpretato da un convincente Enzo Decaro.

Egli denuncia tali soprusi ai danni dei malati rischiando la vita, e finendo assassinato, ma l’attore sembra a suo agio in questo ruolo di “coraggioso combattente del male: di fronte a tali ingiustizie non si può tacere e fare finta di nulla, qualcuno dovrà pur reagire. Stavolta tocca a lui. Perfettamente adatta alla sua parte è anche Giulia Michelini, nei panni di Valeria Venuti, la figlia di Venuti, che finirà in carcere dove tenta il suicidio, crollando sotto il peso delle pressioni che lei stessa prima appoggiava ed esercitava all’interno del gruppo, abbandonata dai suoi “amici” che le dicono di stare buona e brava…altrimenti la sua famiglia è a rischio, poiché non vogliono che crei loro altri problemi; quello che accade quando dal sogno ideale ed idealista ci si sveglia e si è nell’incubo della violenza sovversiva indiscriminata, in cui gli amici si ritrovano nemici se non ci si assoggetta al potere autoritario e dittatoriale, di stampo fascista, del capo, del boss, di indirizzo un po’mafioso per i mezzi e gli strumenti usati.

Sicuramente a favorire l’appeal sugli spettatori è il fatto che protagonista sia una giovane ragazza; qui lei sostituisce le figure femminili al centro delle altre due parti della trilogia: nella prima, Luisa Ranieri alias Gemma Capra, la moglie del commissario Luigi Calabresi; nella seconda Stefania Rocca alias Grazia Sossi, consorte del giudice Mario Sossi; nella terza è Valeria Venuti-Giulia Michelini ad essere “la donna” della miniserie. Sebbene non manchi certo un’altra donna che sarà al fianco di Venuti-Alessio-Boni: si tratta di Christiane Filangieri, che interpreta Clara Costi, collega, amica, innamorata dell’ingegnere. Tuttavia la terza parte della trilogia è importante anche per il ruolo ricoperto dalla città di Torino. “Una città condannata: neanche Roma e Milano hanno pagato un prezzo così alto”. Tuttavia è centrale il fatto che, soprattutto qui, al Nord, si arrivi a “fare un corteo; non c’è bisogno di armi né di un esercito, ma del coinvolgimento di tutti, di portare tutti in piazza. Riuscire a coinvolgere chi non ha mai manifestato è la vera sfida. Il blocco aziendale dura da troppo tempo”.

E il corteo dei quadri intermedi Fiat (e non solo) ci sarà, per chiedere libertà e lavoro. Con “Anni spezzati” il cerchio si è chiuso e siamo giunti, contemporaneamente, anche alle proteste dei nostri giorni. Dagli anni Ottanta al Duemila, in più di 20 anni, le cose non sono cambiate. Ma protagonisti del tentativo di cambiamento sono sempre i giovani. Il comune denominatore a tutte le parti della trilogia è che “è tutto assurdo! É ora di dire basta!”. È ora di cambiare, di protestare per libertà e lavoro, per far sentire la propria voce, di rivendicare i propri diritti cessando con l’omertà complice e vile. A rischio della vita.

Barbara Conti

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