giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

VERSO L’ ABORTO
Pubblicato il 24-01-2014


Italicum-Renzi-Berlusconi

Altro che ‘italicum’; forse sarebbe stato più giusto battezzare la nuova legge elettorale proposta da Renzi & Berlusconi, il ‘pasticcium’, o l”imbroglium’ in un bel latino maccheronico com’è maccheronico l’impianto costituzionale che la sorregge. O, come la chiama il costituzinalista Fulco Lanchester, il “Renzellum”. Più passano i giorni più si allarga la schiera di quanti bocciano senza appello la proposta approdata ieri sera tardi in commissione Affari Costituzionali.

Un approdo faticoso perché nel PD hanno dovuto ingoiare l’emendamento ‘salva Lega’ che aveva chiesto Berlusconi per salvare l’alleato ‘padano’. Si trattava di inserire un comma del Porcellum, in base al quale un partito pur non superando la soglia di sbarramento ottiene comunque seggi se in almeno tre Regioni supera una soglia più alta (8%?) di quella ordinaria. Una richiesta non insensata se guardiamo ad esempio al sistema elettorale tedesco fortemente regionalizzato, ma indigeribile in questo contesto perché avrebbe sancito il principio che tutti i ‘piccoli partiti’ fanno schifo, meno uno.

Comunque registriamo oggi le principali critiche che arrivano un po’ dappertutto.

Da segnalare quella che arriva dagli avvocati – tra cui il socialista e collaboratore di questo foglio, Felice Besostri – che col loro ricorso hanno affondato il Porcellum così caro a Berlusconi e Veltroni.

“Orribile”, è l’appellativo che gli riserva l’avvocato Claudio Tani. “Un ibrido incostituzionale e assurdo. Uno – prosegue – con una sentenza della Consulta aveva il diritto di pensare che un ceto politico onesto e consapevole l’avrebbe tenuta presente, invece non se la filano per niente”. Siamo di fronte a “un ceto politico di incapaci” che si preoccupano esclusivamente del loro “salvataggio”. Insomma come risultato – aggiunge l’avvocato Aldo Bozzi – abbiamo un “superporcellum con un premio di maggioranza enorme”, una cosa “forse ancora peggiore” della legge ideata da Roberto Calderoli. Una cosa “preoccupante” ha aggiunto Felice Besostri, che considera il mix di premio di maggioranza, soglia di sbarramento e liste, pur corte, bloccate a dir poco “contraddittoria”.

La sentenza della Consulta è del 15 gennaio, da allora gli avvocati hanno 90 giorni per riassumere il processo in Cassazione – che dovrà fissare l’udienza – e sono pronti a farlo, anche contro questa nuova legge se sarà già in vigore al momento di discutere in tribunale.

I politici “devono sapere – ha avvisato Tani – che rischiano di ritrovarsi ancora davanti alla Corte Costituzionale”.

La Consulta ha ritenuto illegittima la mancanza di preferenze e, secondo i legali, le liste bloccate – anche se solo con tre o sei candidati in collegi piccoli – non le sostituiscono. Inoltre il 50% di candidati donne, ha proseguito Tani, non garantiscono la parità di genere perché non è prevista l’alternanza uomo-donna in lista.

E già, su questo punto si sono scatenate le donne del Parlamento, praticamente senza distinzione di colore politico, tutte sul piede di guerra e pronte a dar vita a manifestazioni ‘comuni’ di protesta.

“Un conto è dichiarare che la nuova legge elettorale va verso la democrazia paritaria, che significa il 50%  di donne elette, e un conto è assumere iniziative coerenti perché questo accada. Il testo – spiega Pia Locatelli, presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne, e deputata del Psi – proposto dal relatore alla Camera, prevedendo nelle liste bloccate un’alternanza di non più di due nominativi dello stesso genere, rischia di portare nel nuovo parlamento meno donne di quelle che ci sono attualmente”. “Con la nuova legge, infatti, si potrebbero avere liste con due nominativi maschili e uno femminile in alternanza, con il risultato che, nella migliore delle ipotesi, si eleggerebbe il 30% di donne, nella peggiore nessuna.”

“Se si vuole veramente una democrazia paritaria è necessario introdurre l’obbligo di alternanza di genere tra singole candidature e prevedere che i capilista siano al 50% donne. Un’ulteriore raccomandazione da rivolgere ai partiti è che tengano conto che alcuni collegi e circoscrizioni sono più vincenti di altri e quindi ci sia in questi un’alternanza delle candidate e dei candidati in modo da non svantaggiare nessuno. Solo così – ha concluso – si consentirà la piena partecipazione delle donne alla vita delle istituzioni, il resto è solo propaganda”.

Sul tema è tornato anche il segretario del PSI, Riccardo Nencini, censurando il tentativo di salvare la Lega e segnalando i due punti più critici della nuova legge.

“Presenteremo – ha detto – un emendamento alla Camera per chiedere di alzare la soglia di accesso al premio di maggioranza e per aumentare il numero di circoscrizioni elettorali, per dare la possibilità ai cittadini di conoscere meglio il proprio rappresentante in parlamento”.

E per tornare ai ‘partitini’, oggi è tornata a sparare a ‘palle incatenate’ SEL che definisce per bocca di Nazzareno Pilozzi, un ‘mostro giuridico’ la proposta mascherata da difesa della stabilità e del bipolarismo. Un “vero mostro giuridico che può essere abbattuto solo partendo dalla codificazione del conflitto di interessi”. “La mancanza di una norma di questo tipo lascia trasparire più la longa manus di Berlusconi che la presunta innovazione renziana: essere alternativi al berlusconismo non vuol dire solo battere alle elezioni il suo ideatore ma credere a un assetto istituzionale diverso da quello che egli propone”. Difficile pensare che Berlusconi sia disposto a modificare la legge in questo senso, dunque … facile immaginare o una resa ulteriore di Renzi o l’affondamento di tutta la legge.

Pesante anche il fuoco di sbarramento che arriva dal partitino “Centro Democratico” che insieme a Scelta Civica, ritengono indispensabile aumentare la soglia per accedere al premio di maggioranza per la coalizione vincente dal 35% ad una quota pari o vicina al 40% e nello stesso tempo esprimono forti perplessità sulla scelta di mantenere “le liste rigide, sia pur con un numero ridotto di candidati, in quanto in continuità con la logica dei nominati”.

Ma i mal di pancia sono anche ‘dentro’ il PD. Dopo Cuperlo oggi Fassina ha spiegato che “il nuovo segretario ha messo in moto riforme fondamentali per il Paese, ma le accompagna con un’intolleranza inaccettabile verso le posizioni diverse dalla sua. Chi guida il partito non può pretendere soltanto opportunismo, conformismo e servilismo”.

Merita poi una nota il pentastellato Luis Alberto Orellana, a cui piacerebbe aprire un ‘confronto’ sulle riforme. “Io vorrei andare a parlare con Renzi, – dice Orellana – ma non ho la delega perché non sono capogruppo e non posso prevaricare nessuno. Mi piacerebbe però che se ne potesse parlare liberamente dentro il gruppo parlamentare, possibilmente coinvolgendo gli attivisti su quale modalità trovare per questo confronto, che mi auspico avvenga”.

In tutto ciò, Renzi, assieme a Brunetta, oggi ha continuato a lanciare ultimatum: o così o salta tutto. Insomma non si può cambiare nulla anche se la maggioranza del PD in Parlamento la pensa diversamente e prepara emendamenti sui punti chiave.  Certo è che con queste premesse più che prevedere la nascita della nuova legge elettorale è più facile immaginare che abortisca.

Abbiamo chiesto al professor Fulco Lanchester, costituzionalista, di fare con noi il punto della questione.

Professore insomma che valutazione fare della bozza di legge elettorale?

La mia valutazione è che si tratta, in realtà, di un Porcellum modificato: lo stesso Calderoli, padre della L.270 del 2005 ha riconosciuto che il progetto di nuova legge elettorale presentato mercoledì scorso in Commissione Affari Costituzionali della Camera può essere considerato come un suo legittimo nipotino.

In che senso?

Ci troviamo di fronte, ad un testo che dimostra una cosa molto chiara, cioè che, quando nel 2005 i DS non reagirono alla legge 270, lo fecero perché avevano interessi convergenti con FI. Ed è questo scenario che si è ripresentato anche oggi. Assistiamo al tentativo di aggregare le rispettive aree di centro-sinistra e centro-sinistra scartando i partiti minori e obbligandoli a entrare nelle coalizioni per lucrare un premio sovrabbondante.

Poi c’è la lista bloccata…

In più c’è la lista bloccata per controllare i gruppi parlamentari. Nelle motivazioni della sentenza la Consulta ha, invece, detto chiaramente che non ci deve essere un premio eccessivo e che non ci deve essere la lista bloccata

Dubbi di incostituzionalità, dunque?

La Corte Costituzionale ci ha detto che il premio deve essere “ragionevole” e “proporzionale” e con il minor costo possibile per la rappresentanza rispetto alle esigenze della governabilità. In sostanza, di fronte della stabilità può anche essere sacrificata la rappresentanza, ma fino ad una certo punto. Si tratta di quel bilanciamento tra i valori della stabilità e della rappresentanza, che fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso ha convinto il Tribunale costituzionale tedesco ad ammettere la soglia del 5% per accedere al Bundestag, ma anche a negare la possibilità di ulteriori violazioni della rappresentatività.

In quale modo viene negata la rappresentatività?

L’elemento essenziale è che il premio del 18 per cento è troppo alto rispetto al 35 per cento per ottenerlo . Inoltre, anche se volessimo lasciare la soglia al 35, almeno si dovrebbe tarare l’ottenimento del premio rispetto agli elettori iscritti e non ai voti validi. Non dobbiamo dimenticare che nelle ultime tornate elettorali si è registrato un alto astensionismo, fino a punte del 25 per cento,  e che questo diminuisce la rappresentatività degli eletti. Inoltre, la coalizione di Bersani ha ottenuto circa il 29,5 delle preferenze, quella di Berlusconi il 29.2. Una differenza di decimi di punto. Ma, la questione centrale è che ciascuna delle due coalizioni rappresentava solo il 21 per cento del Corpo elettorale.

Come calcolare il “peso effettivo”, dunque?

Per ottenere davvero la dimensione della rappresentatività rispetto al cosiddetto “demos politico” si deve tenere conto che i voti ottenuti da ciascun partito devono essere rapportati agli aventi diritto al voto. Anche trascurando i voti bianchi e nulli, il 35 per cento dei voti equivarrebbe probabilmente al 26-27 per cento degli elettori iscritti. Che tradotto significa che con circa il 26 per cento dei voti ti assicuri il 53 per cento dei seggi. Il che con le motivazioni della Corte…. Del resto, che ci sia un rischio di incostituzionalità del “Renzellum” l’ha fatto sapere anche la Corte, informalmente, sulla stampa quotidiana (penso a Repubblica).

 Che dice dell’ipotesi del doppio turno?

Anche la questione del doppio turno non è impostata bene. Di solito il primo turno serve a valutare il peso delle forze in campo che, poi, si alleano a formare la coalizione per il secondo. La coalizione, dunque, non è esclusivamente a priori, ma il frutto di una trattativa su un programma espressione di una mediazione tra interessi, che può portare a convergenze o desistenze.

Davvero una brutta bozza, insomma?

Secondo un criterio concreto di valutazione, mi spingerei fino a dire che era meno distorsivo il premio previsto dalla legge Acerbo del ’23 voluta dai fascisti. Nonostante l’imparagonabilità degli attori e dei momenti storici (e della violenza concreta esercitata sull’elettorato), la distorsività quel sistema rischia di essere molto meno incisiva di quanto non sia quella prospettata dal “Renzellum”.

 Che dire delle liste bloccate?

Per quanto riguarda le liste bloccate, attraverso la preferenza unica, la Corte costituzionale ha reintrodotto la scelta dell’elettore al posto del sistema della “nomina” da parte del Capo della coalizione o del segretario del partito. Un simile obbiettivo può essere raggiunto in vario modo, anche con sistemi a scrutinio di lista, ma anche con i collegi uninominali. La soluzione indicata nel progetto di Renzi-Berlusconi con i collegi che eleggono da 3 a 6 rappresentanti non risolve il problema sollevato dalla Corte in merito alla scelta, mentre la possibilità di presentare anche due candidature dello stesso genere nella lista bloccata corta potrebbe vanificare la dichiarata finalità di riequilibrio.

Come uscire dall’impasse?

Per risolvere la questione il Legislatore dovrebbe riconsiderare non solo il tema delle primarie ma, in generale, quello della selezione delle candidature con garanzie di democraticità intrapartitica. La Corte ha chiesto di fare in modo che non siano i leader dei partiti a scegliere un Parlamento di 630 persone.

Insomma, la questione della democrazia interna dei partiti…

La forma partito è cambiata profondamente. Non c’è più il partito organizzativo di massa, non più il partito pigliatutto, e nemmeno il partito cartello fondato sul finanziamento pubblico.Siamo di fronte a formazioni di tipo personale che sono orientati a processi di tipo plebiscitario. Del resto non è una grande novità: sin dalle origini dello Stato di massa democratico del XIX secolo ci si è trovati di fronte all’alternativa tra un sistema di partiti regolati e strutturati oppure davanti alla deriva plebiscitaria.

Una deriva di cui Renzi o Berlusconi sono espressione?

Due personalità differenti, ma impregnate di caratteristiche plebiscitarie. Ma, il problema è che il contesto dove si muovono potenzia pericolosamente questa “natura”. L’ordinamento democratico si fonda, invece, su una “arena” in cui la scelta consapevole del “demos” avviene sulla base di una offerta regolata e leale, caratterizzata da simmetria che riduce gli effetti della personalizzazione. E questo non si può dire che sia il caso del nostro Paese. Se Renzi fosse stato meno attratto dalla sua controfigura speculare, o modello, cioè Berlusconi, sarebbe dovuto andare alle elezioni con il sistema vigente, scaturito dalla sentenza della Consulta, che poi non è altro che il sistema elettorale scaturito dall’Assemblea costituente con le correzioni delle soglie esplicite e la preferenza unica, derivante dal referendum del 1991.Su questa base avrebbe potuto sfruttare l’effetto d’aggancio della sua personale novità e dell’election day per tentare di introdurre innovazioni istituzionali con una maggioranza legittimata. Suggerisco, inoltre, di leggere bene la sentenza della Corte per quanto riguarda la legittimità di questo Parlamento, perché non tutto è così scontato come appare.

In chiusura professore, da parte di qualcuno si è azzardato un paragone tra Craxi e Renzi, non fosse altro per il piglio decisionista. Ritiene che questo accostamento sia valido?

La comparazione tra Craxi e Renzi è perigliosa per entrambi e non mi sembra che possa funzionare. Innanzitutto per il contesto e poi per la relazione con i rispettivi partiti. In particolare Craxi, in pochi anni, egemonizzò il PSI, Renzi sembra voglia superare il PD. Craxi, inoltre, era schiacciato tra Pci e Dc e voleva creare una terza forza che si ponesse come alternativa nella sinistra per rappresentare un’alternativa nel sistema politico. Renzi, invece, vorrebbe formalizzare un bipolarismo blindato.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Con l’aiuto di Lanchester presentai la Regolamentazione dell’art 49 CC e La correzione della legge elettorale poi usata nel 92 (con preferenza unica e collegi da 1,1 milioni di ab. circa) il giorno successivo alla caduta del MURO. Ignorati anche dal PSI,anche nel 92,quando fu ripresentata con la firma di DEL BUE. Nella situazione attuale proporrei un Premier con Listino-premio indicato (a Carta mutata,eletto) alla nomina del Capo dello Stato previo un ballottaggio popolare tra i 2 candidati selezionati dall’Assemblea parlamentare; e questa eletta con la succitata del 92. Conciliando rispetto della partecipazione e governabilità. Ma come dove discuterne?

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