L’EUROPA MIGLIORE

Schulz_Congresso_PSE_Roma

Da domani il PD è ufficialmente membro della grande ‘famiglia socialista europea’, insomma è socialista. La presidenza del Pse ha deciso infatti oggi “all’unanimità” di accogliere la richiesta di adesione del Pd al Partito Socialista Europeo. L’annuncio ai giornalisti lo ha fatto il presidente del Pse, Serghei Stanishev,  sottolineando che da domani (sabato 1 marzo) i delegati del Pd avranno “pieno diritto di voto” al congresso del Partito socialista europeo che è in corso a Roma Eur.

“Malessere democratico e crescita dei populismi”. Di questo si è parlato nella cornice del congresso elettorale del PES tenutosi a Roma presso il centro congressi dell’EUR. Moderati da Lucia Annunziata, il panel ha visto la presenza, tra gli altri, di Stefano Rodotà e Massimo D’Alema.

Nella sua introduzione, Rodotà ha evidenziato come il «popolo europeo, sempre più introvabile, riesce ad essere intercettato dal populismo» che si oppone apertamente al progetto europeo. Una dinamica che si innesca proprio a causa della difficoltà di ottenere la legittimità che solo la «creazione di un vero popolo europeo con un sentire comune» e con istituzioni rappresentative potrebbe dare. In definitiva, Rodotà sottolinea che «solo la legittimazione da parte dei cittadini può rimuovere antieuropeismo e populismi».

Quegli stessi cittadini che, secondo l’ex presidente dell’Autority sulla Privacy, sempre di più identificano l’Europa come una macchina burocratica che impone limiti, fiscal compact e austerity dimenticando il valore della Carta dei Diritti Fondamentali, vero e proprio pilastro del progetto politico europeo: «I cittadini hanno visto Bruxelles come richiesta di diminuzione dei diritti».

In quest’ottica, il variegato universo dei populismi, che Rodota continua a declinare al plurale per sottolinearne le sfaccettature complesse, non sempre rifiutano l’Europa ma chiedono un mutamento politico del progetto europeo.

Alle parole di Rodota’ sono seguite quelle del greco Christos Dervenis  che ha parlato del «populismo come un fenomeno non nuovo». Secondo Dervenis, infatti, è «soprattutto la difficoltà che vive la socialdemocrazia, la sua crisi politica e teorica, ad aprire il varco nel quale si insinuano i movimenti populisti. L’esponente socialdemocratico greco ha, infatti, evidenziato che «la sinistra non è stata capace di opporre nuovi approcci teorici di fronte a problemi come la globalizzazione, la liberalizzazione dei mercati e la mobilita della forza lavoro». In una parola alla crisi dello stato sociale.

Proprio per questa ragione, analizza Dervenis, «le classi lavoratrici girano le spalle alle forze socialdemocratiche, perché la sinistra non è più capace di difenderli».

Tutto questo si innesta sul terreno fertile creato dal «collasso del modello produttivo, politico ed economico del Vecchio Continente» che si lega e determina la «nascita di un nuovo immaginario collettivo e individuale che plasma la realtà su idee demagogiche e pensieri politici fantastici rispetto ai quali i mass media giocano un ruolo centrale». Secondo Dervenis, questo processo porta alla formazione di «orientamenti piuttosto che di opinioni».

All’analisi di Dervenis ha fatto eco anche l’intervento del direttore didattico dell’ École des hautes études en Sciences socials di Parigi, Michel Wieviorka che ha invita ad «evitare di fornire un’immagine semplice, omogeneizzante del populismo come dei problemi che sono alla sua alla radice» perché spesso i movimenti che definiamo populisti altro non sono se non la risposta alle difficoltà e alla crisi europea, al neoliberismo e allo strapotere della burocrazia. Secondo il sociologo francese, infatti, quell’Europa che fu costruita su una base morale e che verteva su criteri etici e culturali ben precisi, si trova oggi debole di fronte ai nazionalismi che riescono a portare avanti un’idea di cultura rispetto ai tecnicismi dell’austerity. I «populismi sono dunque il frutto della crisi degli attori politici e della democrazia rappresentativa». IL punto, secondo Wieviorka è che «la sinistra non ha la stessa capacità di proporre sistemi e visioni come è stato in passato per l’idea socialdemocratica basata sullo stato sociale e sulla forza politica derivante dal radicamento in settori della società». Per il sociologo francese la sinistra «manca di colonna vertebrale ideologica», mentre «le forze populiste sanno parlare a settori della società che sono stati abbandonati dalle tradizioni forze politiche di riferimento»

Wieviorka sottolinea, inoltre, come sia un errore considerare il «populismo come figlio esclusivamente della crisi sociale ed economica visto che paesi come la Svizzera e la Norvegia, pur in situazioni economiche buone, sperimentano la nascita di movimenti che sono populisti a tutti gli effetti»: questo può essere spiegato sono nell’ottica che le forze populiste sanno parlare ai dimenticati e gli invisibili perché «capaci di intelligenza sociale».

In chiusura, Massimo D’Alema ha preso la parola per ricordare come sia stato scelto proprio il tema del populismo perché questo rappresenta «la grande emergenza politica con la quale ci misureremo alle prossime elezioni europee». Per D’Alema il vero rischio è quello di «un Parlamento frammentato e privo di una vera maggioranza politica con l’aggravante di un alto tasso di astensionismo». Di fronte a questo scenario, la sfida mortale che l’ex presidente del consiglio evidenzia è quella «che, dato lo stato d’assedio dei populismi, potrebbe indurre in errore il movimento socialista e democratico spingendolo a stringersi in un patto con le forze di destra».

La strategia da intraprendere, per D’Alema, è quella di «rendere trasparente la dialettica destra-sinistra nella vita politica europea» riuscendo a mobilitare i popoli attraverso un processo di riconquista dell’egemonia che consiste nel farsi carico delle ragioni che crescono nella crisi della democrazia europea di cui il populismo è effetto e non causa.

Perché, conclude D’Alema, «se l’Europa continua così sulla strada dell’austerity e della tecnocrazia hanno ragione quelli che protestano e noi lo dovremmo dire con coraggio».

RdA!

Europa. Schulz spiega
perché non ci conviene
tornare indietro

 Schultz_Stelle_EuropaMartin Schulz, noto esponente socialdemocratico tedesco, attualmente Presidente del Parlamento europeo, nonché da sempre sincero sostenitore della realizzazione dell’integrazione politica dei Paesi dell’Unione Europea, ha presentato a Roma la sua ultima “fatica”, un libro il cui titolo, “Il gigante incatenato. Ultima opportunità per l’Europa”, non è che un’ultima e decisiva chiamata all’impegno di quanti credono ancora nella possibilità di realizzare gli Stati Uniti d’Europa.

Per continuare a percorrere la strada dell’integrazione politica, afferma Schulz, si deve ora decidere se si intende procedere in altra direzione o, al limite, se si vuole tornare indietro; tenendo conto che, quale che sia la decisione, questa è destinata a pesare sulla vita delle attuali generazioni europee, ma anche su quelle future. Alcuni, sia a destra che a sinistra, per il momento ancora minoranza all’interno di alcuni Paesi membri, vorrebbero, a causa del perdurare della crisi, abbandonare il “progetto europeo” e tornare sotto l’ala protettiva dei vecchi Stati nazionali.

A coloro che, per sfiducia o scetticismo, vorrebbero tornare indietro, Schulz ricorda che i Trattati europei prevedono che uno Stato membro, sia pure accollandosi tutte le conseguenze sul piano economico-finanziario che ne possono derivare, possa lasciare l’Unione; tuttavia, avverte Schulz, sarebbe il caso che lo Stato che decidesse di “secessionare” ci pensasse bene, considerato che la “fuga” dall’Europa unita e il ritorno allo Stato di partenza non comporta la sicura possibilità di sottrarsi ai rischi economici della globalizzazione. Quest’ultima, infatti, continuerà ad esercitare il suo impatto sulle modalità di funzionamento dei singoli sistemi economici integrati nel mercato mondiale; pertanto, un singolo Stato non avrà, da solo, la forza necessaria per neutralizzare gli eventuali esiti negativi di tale impatto; di una simile forza si potrà disporre solo continuando a conservarsi integrati economicamente e politicamente all’interno di un’area europea più vasta, dotata di “meccanismi” compensatori per via dei rapporti di reciproca interdipendenza che ormai si sono stabiliti tra tutti gli Stati membri. Se l’Unione Europea si disintegrasse, l’euro si dissolverebbe, e l’economia europea risulterebbe sempre più condizionata dalle aree economiche più vaste, quali ad esempio gli USA e la Cina, la cui forza spingerebbe l’Europa verso posizioni sempre più marginali, sul piano commerciale e su quello politico; mentre i singoli Stati risultanti dalla disintegrazione dell’Unione Europea tornerebbero alla litigiosità dei tempi passati e ad essere vittime di un possibile “revival” del nazionalismo.

Secondo alcuni osservatori, però, sarebbe giunto il momento di accantonare gli appelli esortativi rivolti agli euroscettici, nel senso che sarebbero “maturi” i tempi per confrontarsi almeno con i più responsabili e qualificati tra loro; ovvero con quelli che non risultano essere portatori di rivendicazioni populiste, ma propositori di istanze condivisibili, delle quali valga la pena esaminare il contenuto: lo slogan «se fallisce l’euro, si sgretola l’Europa” ha perso di incisività e il “gridarlo” senza ulteriori qualificazioni è divenuto una “nota stonata”. Il significato dello slogan, infatti, dopo i risultati delle ultime elezioni tedesche, ha perso gran parte della sua efficacia, al punto che molti sono indotti a chiedersi: che ne sarà ora dell’Europa?

La coalizione di governo tedesca tra Cdu e Spd non sembra, considerati i rapporti di forza esistenti tra i partiti che la compongono, propensa a sostenere più di tanto le posizioni dei Paesi in crisi e tanto meno ad impegnarsi per rimuovere gli esiti negativi degli automatismi attualmente esistenti sul piano dei rapporti di solidarietà. I socialdemocratici potranno ottenere qualche concessione per quanto riguarda la politica interna sul lavoro, ma la politica estera di Berlino sembra destinata a non cambiare.

Potranno essere concessi nuovi aiuti a Grecia e Portogallo. Atene e Lisbona potranno attenersi alle rigorose ricette tedesche per diminuire l’indebitamento pubblico, malgrado l’evidenza dell’insuccesso delle politiche di austerità. Potranno anche essere formulate lusinghiere valutazioni sul fatto che l’Italia e la Spagna si siano messe sulla “giusta via” delle riforme utili al rilancio delle loro economie, sebbene tali riforme non siano tali da fare ben sperare, a causa della loro instabilità politica e dell’assottigliarsi della capacità di tenuta dei loro sistemi sociali. Ci si potrà ancora illudere che la Francia possa continuare a pretendere di svolgere, nell’interesse dell’Europa, un improbabile contrappeso ai motivi di crisi del Paesi europei più indebitati, trascurando le non marginali circostanze che anche il Paese transalpino ha a che fare con un’incidenza del debito rispetto al Pil pari al 94% e che ha sempre visto con diffidenza l’idea di una Europa federale, facendo con ciò il gioco della Merkel e di una Germania favorevole alla conservazione dello status quo.

È probabile, quindi, che i risultati delle elezioni tedesche servano solo a lasciare immutato il quadro europeo, almeno per i prossimi quattro anni; ma la conservazione dello status quo è incontestabilmente il segno di una mancanza di progettualità a livello dell’intera Unione: non esiste in Europa una sola idea di sviluppo, di cambiamento, di riforma, che non passi, nel migliore dei casi, per il mantenimento dello status quo. La debolezza dei partiti socialisti europei deve essere perciò letta in questo senso: senza progettualità, sarà gioco forza per essi accontentarsi di insistere in slogan vetusti e, in ultima analisi, accodarsi alle politiche conservatrici dei Paesi egemoni.

Ironia della sorte, alcuni arrivano a pensare che a rimettere seriamente in discussione il “progetto europeo” potrebbe servire solo un’aggravarsi della crisi in corso: se la Grecia e il Portogallo non potessero più seguire le cure “da cavallo” imposte loro per ottenere nuovi aiuti, se l’instabilità economica e politica italiana e spagnola portasse a una crescente affermazione elettorale dei populisti, se la Francia andasse in recessione, allora, forse, lo status quo verrebbe messo in discussione. Ma una discussione dettata dall’emergenza e dalla frustrazione non porterebbe mai a risultati apprezzabili; se ciò accadesse, le forze euroscettiche metterebbero sicuramente fine alla prosecuzione del processo di integrazione politica dell’Europa.

Gianfranco Sabattini

Per Libero i socialisti tornano al governo vent’anni dopo…

A volte scappa anche da ridere. Vabbè che adesso la storia è diventata una materia opzionale. Però sostenere che con la nomina di Riccardo Nencini i socialisti tornino al governo dopo vent’anni di assenza, come scrive oggi Libero, è davvero sconcertante. Dal 1994 ad oggi sono stato dodici tra ministri, vice ministri e sottosegretari i dirigenti di partiti socialisti nell’esecutivo. Se non sbaglio: tre ministri, Piazza, Del Turco e Caldoro. Un vice ministro: Intini. Otto sottosegretari: La Volpe, Albertini, Casula, Gentile, Del Bue, Bobo Craxi, Schietroma, Ricevuto. Adesso è la volta di Riccardo Nencini, il secondo vice ministro socialista di questi vent’anni. Poi ognuno è libero di pensarla come vuole. Ma Libero di scrivere falsità no.

Governo. Nencini vice ministro alle Infrastrutture

EVIDENZA-Nencini

Anche i socialisti sono rappresentati da oggi nel Governo. Il segretario del PSI, Riccardo Nencini, è stato nominato viceministro del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti.

Nel complesso il Consiglio dei ministri di questa mattina, venerdì 28, che si è concluso alle 13,45, ha nominato 44 sottosegretari, contro i 47 di quello precedente, di cui 9 sono vice ministri (erano 10). L’annuncio è stato dato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio.
La lista:

Presidenza del Consiglio – Luca Lotti, (PD) con delega all’editoria, Sandro Gozi, Marco Minniti, (PD) delega Servizi segreti;

Pubblica amministrazione e semplificazione – Angelo Rughetti, (PD);

Affari regionali Gianclaudio Bressa, (PD);

Rapporti con il Parlamento e riforme – Maria Teresa Amici, (PD); Luciano Pizzetti, (PD); Ivan Scalfarotto, (PD);

Interni – Filippo Bubbico (viceministro), (PD); Gianpiero Bocci, (PD); Domenico Manzione (tecnico);

Esteri – Lapo Pistelli (viceministro), (PD); Mario Giro, (PI); Benedetto Della Vedova, (SC);

Giustizia – Enrico Costa (viceministro), (NCD); Cosimo Maria Ferri (tecnico);

Economia – Luigi Casero (viceministro), (NCD); Enrico Morando (viceministro), (PD); Pier Paolo Baretta, Giovanni Legnini, (PD); Enrico Zanetti (SC);

Lavoro – Franca Biondelli, Teresa Bellanova, (PD); Luigi Bobba, Massimo Cassano;

Infrastrutture e Trasporti – Riccardo Nencini (viceministro) (PSI); Umberto Del Basso de Caro, Antonio Gentile;

Politiche agricole – Giuseppe Castiglione, (NCD); Andrea Olivero (viceministro), PI;

Ambiente – Silvia Velo, (PD); Barbara Degani, (NCD);

Cultura – Francesca Barracciu, (PD); Ilaria Borletti Buitoni (SC);

Difesa – Gioacchino Alfano (NCD); Domenico Rossi (PI);

Sviluppo economico – Carlo Calenda (viceministro) (SC); Claudio De Vincenti (viceministro), (PD); Simona Vicari (NCD); Antonello Giacomelli, (PD);

Salute – Vito De Filippo, (PD);

Istruzione – Roberto Reggi, (PD); Angela D’Onghia (PI); Gabriele Toccafondi (NCD).

“La nomina a vice ministro alle Infrastrutture del senatore Riccardo Nencini – ha dichiarato il senatore socialista Enrico Buemi – è un apprezzato riconoscimento dell’impegno dei socialisti nella maggioranza parlamentare che sostiene il Governo Renzi”. “Il Psi,   per quanto nelle proprie possibilità, con  la presenza del suo segretario Nazionale al Governo, farà  si che l’Esecutivo possa affrontare con incisività e forte coesione politica i grandi problemi irrisolti e le difficili scadenze che sono all’attenzione delle classi dirigenti del Paese.”

Tutti socialisti?

Si apre a Roma il congresso del Partito socialista europeo, con l’annunciata adesione del Pd di Matteo Renzi. Si tratta di un fatto nuovo e di assoluto rilievo per noi. Una novità che dobbiamo salutare con favore e soddisfazione e soprattutto senza alcun sentimento di gelosia. E’ il Partito democratico che viene dove noi siamo sempre stati. Non è il contrario. Facciamo marcia indietro e riassumiamo i tempi e i termini del rapporto tra comunisti, post comunisti e poi democratici con la cornice socialista europea. Al momento della svolta della Bolognina, nel novembre del 1989, Achille Occhetto, a seguito della fine del comunismo dell’est e del crollo del muro, propose un cambio del nome del suo partito, la formazione di una nuova forza politica e, appunto, l’adesione all’Internazionale socialista. Ancora non era stato fondato il partito del socialismo europeo. Nel 1992 il Psi di Craxi, unico partito dell’Internazionale allora presieduta da Willy Brandt, diede il via libera all’operazione e il nuovo Pds, nato l’anno prima, divenne a tutti gli effetti membro italiano dell’Internazionale. L’adesione venne poi mantenuta anche dai Diesse, nati nel 1998 per marcare ancora di più il carattere europeo del partito italiano, con una rosa, simbolo socialista, inserita nell’emblema del partito.

Nel 2007 il Partito democratico venne fondato come punto di unificazione di Diesse e Margherita, e con la esplicita richiesta di quest’ultima, ma in qualche misura patrocinata anche dal primo segretario Veltroni, di accentuare più il carattere americano che europeo del partito, e dunque rifiutando di confondersi con l’identità socialdemocratica che riteneva superata e anche démodé. Così i suoi esponenti in Europa, che pure decisero di far parte del gruppo socialista e democratico nel Parlamento, scelsero una collocazione a metà strada, e divennero solamente invitati alle sedute del partito, del quale invece noi eravamo parte integrale. Insomma noi stavano dietro il tavolo e loro in sala. Situazione invero imbarazzante, ma per loro. Oggi possono sedersi nello stesso nostro posto. Restano due paradossi. E cioè che un leader, che proviene da quella stessa Margherita che aveva impedito la collocazione socialista europea del nuovo partito democratico, oggi sia il protagonista della scelta di adesione al Partito socialista europeo, e che il Partito socialista potrebbe, usiamo il condizionale, assumere anche la qualifica di democratico, divenendo cioè Psdi, per accogliere anche i post comunisti. Con evidente soddisfazione postuma di Giuseppe Saragat.

E qui nasce, anzi cade, un tema. Una questione di polemica sull’ambiguità del Partito democratico si estingue dalla nostra azione politica. E sorge un problema. Possiamo tenere in vita il nostro partito, la nostra orgogliosa, piccola comunità, se un grande partito acquisisce la nostra stessa identità? Potremmo riformulare così l’interrogativo. Era la collocazione europea l’unica questione che differenziava l’identità di Psi e Pd? La mia risposta è certamente no. Già i socialisti italiani non avevano sciolto la loro organizzazione quando il Pds-Ds faceva parte del mondo socialista europeo, perché mai dovremmo farlo ora che sui diritti civili e sulla giustizia manteniamo posizioni molto diverse? Resta però il fatto che due forze, o se preferite una forza e una debolezza, che rappresenta però una storia coerente, non possono reggere a lungo se hanno superato il motivo della loro divergenza di fondo. E dunque credo anch’io che occorrerà trovare qualche forma diversa di convivenza e di collaborazione. Questo non può significare la nostra estinzione, ma un diverso modo di esistere, questo è adesso forse anche necessario. Dovremo discuterne con molta laicità…

Tra musica e parole
la tournée di congedo
di Ornella Vanoni

Ornella-Vanoni-ultimo tourRicordi e versi, musica e teatro: questa la fusione di emozioni con cui Ornella Vanoni – classe 1934 – saluterà il suo pubblico dai palcoscenici di alcune città italiane. L’artista viaggerà nel tempo, inseguendo il suo mito, e ripercorrendo la sua vita di artista, di cantante e soprattutto di donna. Descriverà la sua visione dei sentimenti, dell’amore e dell’arte della seduzione e, accompagnata da una band di musicisti virtuosi, proporrà alcune delle sue più note canzoni. E non solo: darà spazio a canzoni contenute nel suo ultimo album di inediti “Meticci. Io mi fermo qui”.

L’ULTIMO TOUR – “Un filo di trucco, un filo di tacco”. Questa era la raccomandazione ripetuta “quasi fino allo sfinimento” dalla madre dell’artista, prima di un’uscita, per essere sempre “a posto e presentabile, in ogni occasione”. E questo il titolo dello spettacolo scritto con Federica Di Rosa che, partito ieri sera, toccherà alcune città italiane: non si tratta della riduzione teatrale di “Una bellissima ragazza”, l’autobiografia – pubblicata nel novembre 2011 e che ha venduto migliaia di copie – bensì l’addio al suo pubblico. Dopo il rodaggio di ieri al Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate (Varese), il 1° marzo si esibirà al Teatro Alighieri di Ravenna. Lunedì 3 marzo sarà il Teatro Sistina di Roma a ospitare l’icona della musica leggera italiana, mentre il 6 marzo salirà sul palcoscenico del Teatro Politeama Genovese di Genova. Il 7 marzo al Teatro Civico di La Spezia; il 13 marzo al Teatro Colosseo di Torino; il 24 marzo al Teatro Filarmonico di Verona; il 4 aprile presso il Teatro Carani di Sassuolo, il 7 aprile al Teatro dal Verme di Milano; il 10 aprile al Teatro Goldoni di Venezia; il 14 aprile al Palazzo dei Congressi di Lugano. Il tour proseguirà durante l’estate.

L’ALBUM D’ADDIO E LA LUNGA CARRIERA – Durante lo spettacolo teatrale Vanoni proporrà alcuni brani del disco Meticci. Io mi fermo qui” – prodotto da Mario Lavezzi – pubblicato lo scorso autunno e che – oltre alle collaborazioni con Franco Battiato e Nada – contiene una cover di “4 marzo ’43”, omaggio a Lucio Dalla. Si tratta del 48esimo – e ultimo, in tutti i sensi, – album realizzato dall’artista che nella sua lunga carriera ha prodotto anche 6 cd live, 71 raccolte, 6 Ep, 66 “45 giri”, 14 cd singoli, 2 dvd e 4 album pubblicati per l’estero. Dal debutto – avvenuto nel 1961 con l’Lp “Ornella Vanoni” – a oggi la celebre cantante ha voluto sperimentare e cimentarsi in vari generi musicali: dalle canzoni della mala milanese degli esordi, alla canzone d’autore, passando per la bossa nova e il jazz. E ora, dopo oltre sessanta anni di attività, sembra sussurarci, con la sua voce inconfondibile:  “Io mi fermo qui”.

Silvia Sequi

 

Assistenza sociale sotto la lente per scovare i finti poveri

Disco verde del garante della privacy al casellario Inps dell’assistenza sociale. Si tratta, in pratica, di allestire l’anagrafe delle posizioni assistenziali, che dovrà servire anche a stanare i finti poveri (parere n. 26 del 23 gennaio 2014, reso noto dalla newsletter del 25 febbraio 2014). Nel nuovo casellario, istituito con l’articolo 13, comma 4, del decreto legge 78/2010, saranno raccolti, conservati e gestiti i dati personali e familiari dei beneficiari di prestazioni agevolate, le informazioni sugli enti eroganti e sulle agevolazioni attribuite. Inoltre, in apposite sezioni separate, dedicate alla non autosufficienza, ai minori in condizioni di disagio e alle situazioni di indigenza, saranno raggruppate le informative sulla presa in carico dei cittadini interessati da parte dei servizi sociali, in forma del tutto anonima nei casi più delicati.

IL CANDIDATO SOCIALISTA

Schulz«Mi piace considerare l’ingresso del PD nel PSE come la prima tappa per costruire anche in Italia una sinistra riformista con una forte ispirazione europea, né tentata dal grillismo né dalla sinistra radicale». Così il segretario del Psi, Riccardo Nencini, ha commentato la prossima apertura dei lavori del congresso del Partito dei Socialisti Europei (PES), che lancerà la candidatura socialista di Martin Schulz alla Presidenza della Commissione Ue, in vista delle elezioni europee di fine maggio. L’appuntamento è per venerdì 28 febbraio e sabato 1 marzo a Roma presso il Centro Congressi dell’EUR. Nencini ha annunciato che «Renzi parteciperà assieme a noi ai vertici del socialismo europeo, quarto Presidente del Consiglio italiano».

Il manifesto per le elezioni europee è dunque pronto e aspetta solo il sigillo del Congresso per essere presentato il primo marzo prossimo. «Con il manifesto proponiamo una nuova visione della Ue – ha detto il presidente del Pse, Sergei Stanishev – negli ultimi 10 anni ci siamo opposti a Barroso. Le loro risposte alla crisi economica hanno creato una crisi sociale. Noi chiediamo un grande cambiamento». E il segretario generale del Pse, Achim Post, ha aggiunto: «Con il manifesto i partiti socialisti potranno spiegare ai loro elettori come vogliamo dare un impatto positivo alle loro vite».

Per la prima volta un manifesto sottoscritto anche dal principale partito della sinistra italiana, il PD, che si prepara ad entrare nella famiglia socialista europea.

Certo, il segretario Renzi si è affrettato a dire che il nome del PES dovrà cambiare per accontentare la compagine italiana, includendo la parola democratico. Compagine italiana che, infatti, si è presentata non unanime rispetto alla scelta. «Mi troverò in un’eccezionale solitudine, confido quindi nella vostra cortesia» è stato l’esordio di Beppe Fioroni che, intervenendo alla direzione del Pd, annuncia la «formalizzazione» del suo «netto dissenso» all’adesione dei Democratici al PSE. Un’adesione che, secondo Fioroni, avviene con una procedura troppo «semplificata» che non tiene conto «di dettagli essenziali e decisivi».

Voci fuori dal coro a parte, come ha ricordato il segretario socialista Nencini, il Congresso, forte del’adesione DEM al PSE, rappresenta «un’ottima occasione per chiedere assieme a Schulz il rispetto dei cardini della Carta di Lipsia a partire dagli Eurobond e dall’armonizzazione delle politiche fiscali ed economiche dell’Unione».

Nella famiglia dei socialisti europei, dunque, la discussione sul piano politico e programmatico in vista delle elezioni di maggio è già ad un livello avanzato ed esprime una forte spinta al superamento delle politiche dell’austerity e del rigore con una forte attenzione verso i temi dell’immigrazione. I partiti che aderiscono al PES sono concordi nel sostenere la ripresa economica attraverso interventi che mirino al lavoro e a diverse politiche fiscali.

Alle europee di maggio i socialisti dovranno affrontare i concorrenti, da Alexis Tsipras all’estrema sinistra, fino a Ska Keller e Josè Bové per i Verdi, passando per Guy Verhofstadt per i liberali, Marine Le Pen per l’estrema destra e probabilmente Jean Claude Juncker per i popolari. Ci sono poi i partiti euroscettici, per lo più non collegati tra loro.

In occasione del Congresso del PES, la rivista Mondoperaio diretta da Luigi Covatta ha presentato un numero speciale ricco di interventi di alto livello tra i quali quello dello stesso candidato alla Presidenza della Commissione Europea, Martin Schulz.

RdA!

“Non è mai troppo tardi”: tv e scuola di ieri e oggi

Fiction Rai  - Non è mai troppo tardiUscire dalla crisi tramite l’istruzione e ripartire da essa: questa la promessa del nuovo premier Matteo Renzi. Ricominciare con la scuola è una prerogativa, ieri come oggi. E occorrerà farlo anche tramite la tv. Il “mattatore” Renzi, pertanto, dovrà improntarsi un pedagogo con fu il maestro Alberto Manzi, di cui è andata in onda la fiction “Non è mai troppo tardi”. Un capolavoro di Campiotti che mette a nudo criticità (ancora irrisolte) della scuola e della televisione di ieri e di oggi. Continua a leggere