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Opinioni e commenti
 

14 febbraio 2004: L’addio di Marco Pantani
Pubblicato il 11-02-2014


Pantani-morte-anniversarioDieci anni fa, il 14 febbraio del 2004, è morto Marco Pantani. Lo hanno ritrovato in una cameretta del residence Le Rose di Rimini. Era una giornata fredda e triste da mare d’inverno quella che ha dato l’addio a un grande campione, un fuoriclasse unico. Marco Pantani aveva 34 anni e dentro di sé portava un carico di disperazione grande così. Nella stanzetta tutta in disordine, sottosopra, c’erano anche scatole di farmaci disseminate qua e là, che pare il Pirata prendesse per lenire la depressione, quell’oscuro male di vivere che lo aveva colpito negli ultimi tempi.

Lui, vincente straordinario, e interprete magistrale delle due ruote, era riuscito a unire l’Italia con la sua bicicletta. Campione con qualità naturali superiori agli altri era osannato dalla folla, e a ogni suo passaggio ovunque mieteva applausi. Ha fatto innamorare gli appassionati di ciclismo perché le sue imprese erano momenti di magia sportiva capaci di ipnotizzare i seguaci della bicicletta ma anche di arrivare al cuore della gente comune che aveva imparato a volergli bene. Lui era un romagnolo anomalo: tutti lo conoscevano come il Pirata, anche se la fama non gli arrivò dal mansueto Adriatico, ma piuttosto dalle scorbutiche cime aguzze e spigolose dei monti che sapeva risalire in modo molto più veloce degli altri, andando all’arrembaggio, appunto, come un corsaro.

Le chiavi del suo successo, della gloria e dell’ammirazione che suscitava stavano in un semplice e naturale gesto: uno scatto secco ed irresistibile che Pantani sapeva ripetere all’infinito, un inesorabile rituale, quando la strada si impennava sotto le sue ruote. E come da copione, dopo avere fatto il vuoto alle sue spalle, al raptus repentino della fuga subentrava quella costante progressione con la quale fagocitava velocemente la salita, forse per rendere più breve l’agonia fino al traguardo. Lo spettacolo aveva sempre per palcoscenico un’ascesa da completare in un fiato, mentre migliaia di tifosi osservavano incantati e trepidanti la danza di quel fisico esile che sapeva sprigionare forza e potenza quando si issava in piedi sui pedali, incurvava le spalle e protendeva le braccia per afferrare con le mani la presa bassa sulle corna del manubrio.

Ma quell’uomo sempre in fuga e amato da tutti, in realtà, nell’anima, nascondeva un segreto. Era solo. A guardarlo, infatti, aveva un’espressione che non era mai davvero felice, o serena. Rari i sorrisi anche sul podio, quando vinceva e tutti sotto urlavano il suo nome. In mezzo ai lapilli di champagne gli occhi del campione rimanevano segnati da un velo di tristezza. Forse erano tutti quei continui su e giù che aveva dovuto affrontare lungo l’intera sua carriera che avevano lasciato il segno.

Dilettante di talento Marco Pantani si era presentato al suo primo Giro d’Italia nel 1993, ma aveva dovuto presto abbandonare la corsa a causa di una tendinite. Nel 1994 sembrava arrivato l’anno della svolta, Pantani passò alla Carrera e i risultati non tardarono a venire: primo sul traguardo dell’Aprica dopo avere staccato sul Mortirolo il russo Evgenij Berzin e il fuoriclasse spagnolo Miguel Indurain. Vinse anche la tappa di Merano e alla fine della corsa in rosa si piazzò secondo dietro a Berzin. Terminò terzo in classifica generale, invece, al suo esordio al Tour de France, edizione dominata da Indurain.

Nel 1995 un brutto incidente contro un’auto, il primo di una lunga serie, costrinse il Pirata a saltare il Giro d’Italia per ritornare solo a luglio ai nastri di partenza del Tour de France. Nella corsa in giallo fu primo sull’Alpe d’Huez, vinse un’altra tappa e giunse tredicesimo nella classifica generale, conquistando ancora la maglia bianca. Ultimo acuto della stagione: i mondiali su strada in Colombia, dove il romagnolo conquistò il bronzo dietro i due spagnoli Olano e Indurain. Ma ancora la sorte si mise di traverso al Pirata sotto le spoglie di un fuoristrada che procedeva contromano sulla carreggiata della Milano-Torino, Pantani venne centrato dall’auto e si fracassò tibia e perone.

Mai come allora, era il 1996, la carriera fu a rischio. Ma cinque mesi dopo il campione tornò a pedalare. Nel 1997 Marco Pantani ricominciò ad allenarsi e si accasò in una squadra fatta apposta per lui, la Mercatone Uno, pronta a supportarlo nei grandi giri. Quando tutto sembrava incanalarsi nel verso giusto… Beh, allora ci mancava solo un gatto nero. E anche quello, puntualmente, arrivò. Il gatto nero, appunto, decise di manifestarsi al Giro d’Italia, attraversando la strada lungo la discesa del valico di Chiunzi. E tra tutte le bici del gruppo, da vero felino e intenditore di talenti, volle vendere cara la pelle e farsi arrotare dal campione. Fu così che il Pirata venne disarcionato e riprovò ancora il sapore dell’asfalto.

Pantani dopo il volo si rialzò e giunse fino al traguardo, ma dovette abbandonare la corsa. Disse solo: “Avrei voluto essere battuto dagli avversari, invece ancora una volta mi ha sconfitto la sfortuna”. Unica consolazione, stavolta tornò presto. Al Tour de France era già in sella. Vinse due tappe, ma in particolare sull’Alpe d’Huez impressionò tutti: salì quei ripidi tornanti in 37 minuti e 35 secondi, un record storico. Alla Grand Boucle concluse ancora una volta terzo. Il 1998, poi, e finalmente, fu l’anno storico, quello che consacrò il romagnolo nell’Olimpo del ciclismo. Il Pirata centrò nella stessa stagione l’accoppiata Giro d’Italia e Tour de France entrando con merito nella leggenda, prima di lui la prodezza era riuscita solo a Fausto Coppi, Jaques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche e Miguel Indurain.

Ma dopo i grandi e rapidi trionfi i conti con il destino erano tutt’altro che chiusi. Il 5 giugno del 1999, a Madonna di Campiglio, sulla storia di Pantani si spalancano le porte dell’abisso. Il Pirata stava dominando il Giro, ma quando la corsa a tappe per tutti era già vinta, ecco la doccia gelata che non ti aspetti: l’ematocrito del campione è troppo elevato, al 52%, per lui la corsa in rosa è finita. L’eroe del pedale più che un campione appare un uomo braccato, quando, scortato dai carabinieri, lascia il Giro non prima di una precisa quanto cattiva profezia su se stesso: “Mi sono rialzato dopo tanti infortuni e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile”.

Da quel giorno la vita del Pirata non è più la stessa. E neppure le sue imprese e le sue vittorie hanno lo stesso sapore. Squalificato solo per 15 giorni dopo i fatti di Campiglio, quell’anno saltò anche il Tour de France. Nel 2000 si ripresentò al Giro d’Italia nelle inedite vesti di gregario di Stefano Garzelli, aiutando il compagno di squadra a vincere la classifica finale e la maglia rosa. Poi andò al Tour de France dove l’orgoglio del campione riemerse di nuovo sulla cima pelata della mitica montagna calva, il Mont Ventoux, e poi ancora tra i tornanti ruvidi di Chourchevel, quando il Pirata riuscì a staccare Lance Armstrong e a tagliare ancora per primo il traguardo.

Ma quello era anche il tempo in cui la persecuzione e i processi nelle aule giudiziarie superavano ormai per intensità la vita sportiva, tanto che Pantani appariva sempre più prostrato nel morale. Così al Giro d’Italia del 2001 si ritira nel corso della 19esima tappa, mentre al Tour de France la sua squadra non viene neppure invitata. Nel 2003 torna a presentarsi al Giro d’Italia. La gente lo aspetta, come sempre, ed è pronta a emozionarsi ancora e a esultare di nuovo per un altro scatto. E Pantani, più con la testa che con le gambe, per un’ultima volta prova a crederci e s’invola sbuffando tra i tornanti. Accade a Cascate del Toce, sulle rampe dei tre chilometri finali. Il Pirata getta il cuore sui pedali e si arrampica verso il traguardo, ma ormai nessuno è disposto a regalargli niente. E Gilberto Simoni, già maglia rosa, lo insegue e più volte lo bracca fino ad acciuffarlo e a relegarlo all’ottavo posto di tappa. Mentre il Giro lo concluderà 13esimo nella generale.

E’ stato quello l’ultimo volo prima del drammatico atterraggio. Si comincia con qualche passo falso, forse figlio di qualche debolezza. Una serie di situazioni difficili, magari non affrontate nel modo giusto e sicuramente non prese per tempo. Rapidamente il campione delle salite deve fare i conti con una discesa irrefrenabile verso l’abisso, fino al baratro che arriva ineluttabile in una fredda giornata d’inverno, nel giorno degli innamorati, San Valentino, quando Marco Pantani, risucchiato nel vortice della cocaina, si lascia trasportare, solo, nel suo buio.

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