giovedì, 23 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Allarme a Davos, il mercato
così com’è non funziona più
Pubblicato il 24-02-2014


Davos_2014Su “Affari e Finanza”, allegato a “la Repubblica” del 27 gennaio scorso, Marco Panara commenta ciò di cui si è discusso quest’anno al World Economic Forum di Davos; egli informa che, finalmente, al Forum annuale è cambiata l’aria, considerato che “la crema della classe dirigente mondiale” ha discusso diversamente dal passato, in modo innovativo, dei problemi più urgenti coi quali hanno a che fare le economie industriali moderne. Al centro dell’attenzione e della discussione sono stati posti quest’anno “i fattori che minano gli equilibri della società, e non, come era fino a ieri, quelli che minano i bilanci delle banche”. I fattori che, secondo Panara, sono sembrati preoccupare i controllori delle risorse del mondo sono stati l’alta percentuale della disoccupazione giovanile e l’aumento delle disuguaglianze distributive.

La percentuale elevata di disoccupazione giovanile è percepita dai convenuti a Davos come dipendente, non solo dalla congiuntura negativa in atto, ma dalla sua natura di fenomeno strutturale. Ciò pone il problema ineludibile, che la “crema della classe dirigente mondiale” era ora si ponesse, del come fare fronte alle sue conseguenze negative, dovute al fatto che molti giovani avranno per tutta la durata della loro vita redditi molto bassi che li condanneranno a vivere nella condizione di poveri relativi, rispetto ai loro coetanei più fortunati, nel senso che, se non riusciranno ad acquisire un’opportunità lavorativa stabile, oltre ad essere superati dalle generazioni successive, saranno costretti a vivere in uno stato di perenne indigenza e frustrazione. In conseguenza di ciò, osserva Panara, la società nel suo complesso, per via della mancata valorizzazione di una quota consistente della forza lavoro disponibile, vedrà ridursi la sua capacità di innovazione, distruggendo “una parte delle sua crescita potenziale futura”; e poiché il fenomeno è strutturale, non sarà possibile ricondurre la causa dell’alto tasso di disoccupazione giovanile alla caduta del PIL degli ultimi anni, ma ad una sostanziale incapacità di adattamento dei moderni sistemi industriali ai rapidi cambiamenti che sono avvenuti e continuano ad avvenire nel loro modo di funzionare.

I ritardi nel processo di adattamento dipenderebbero, secondo Panara, dal fatto che le imprese non riuscirebbero a trovare una forza lavoro dotata delle capacità lavorative e dei saperi tecnici che consentano loro di adattarsi rapidamente ai continui progressi tecnologici; problema, questo, che rifletterebbe l’inadeguatezza del sistema scolastico e formativo, molto lento nel suo processo di adeguamento alla nuova realtà economica e sociale.

A fronte di questa situazione, diviene basilare capire, sottolinea Panara, non quale “modello di sviluppo” sarebbe necessario adottare per fare fronte alle criticità delle economie industrializzate in crisi, ma “quale modello di sviluppo sta prendendo forma attorno a noi per adeguare le nostre società alle sfide che pone”. Del modello che sta emergendo non sarebbe ancora possibile percepirne i contorni definitivi; tuttavia, se ne possono cogliere le tendenze di fondo: una è il ruolo che svolgeranno le attività manifatturiere; la seconda sono i cambiamenti che stanno intervenendo nei modelli di consumo.

L’attività manifatturiera, osserva Panara, anche laddove cresce non crea occupazione, in quanto per conservarsi sui mercati e reggere la concorrenza ha continuo bisogno di sostituire il capitale umano con nuove generazioni di tecnologie produttive, che comportano l’espulsione continua di forza lavoro; ciononostante, sebbene crei disoccupazione, la manifattura, innovando di continuo i suoi processi produttivi, crea nuova ricchezza, producendo “servizi ad alto valore aggiunto”, che dovrebbero trovare facile collocamento per via del cambiamento del modo di consumare; cambiamento, questo, da ricondurre al fatto che le generazioni più anziane di oggi avrebbero propensioni a consumare molto diverse da quelle delle generazioni più giovani; i cinquantenni di oggi sognavano ieri l’automobile, mentre ora i diciottenni ci pensano poco o nulla, in quanto nel “menù” dei loro obiettivi vi è il desiderio di “viaggi e concerti, download di musica e film, happy hour e grandi mostre”. Tutto ciò, concorrendo ad allargare il mercato dei servizi, concorrerà ad aumentare i livelli occupazionali, a condizione che i servizi siano adeguati ai tempi ed alla domanda.

L’alto fattore che, oltre alla disoccupazione, è sembrato preoccupare i convegnisti di Davos, è stato l’aumento delle diseguglianze che caratterizzano la concentrazione della ricchezza, la quale crea problemi etici, ma anche economici.

I molti che sono afflitti da un alto tasso di disoccupazione e che hanno redditi bassi danno origine ad una domanda che non è in grado di garantire stabilità al sistema economico, mentre i pochi in possesso di alti redditi destinano al consumo solo una piccola parte di essi, continuando ad accrescere la ricchezza accumulata.

La conclusione di Panara è che, in tal modo, all’“economia reale” non arrivano risorse monetarie sufficienti a permettere una crescita stabile in una società altrettanto stabile. Di tutto ciò sembrerebbero preoccuparsi i convegnisti di Davos, senza però intravedere una soluzione, che non potranno mai avere, sin tanto che considereranno la crescita dell’economia reale dipendente dalla sola espansione di servizi, non per la produzione, ma per il consumo; fatto, quest’ultimo, destinato a porre più di una domanda, cui i nababbi del mondo stenteranno sempre di rispondere, per via del fatto che la risposta finirebbe col “toccare” i loro averi.

Infatti, se è vero che il modello di sistema economico che si sta affermando è fondato sull’espansione di un mercato dei servizi destinati unicamente al consumo, chi potrà realmente consumare tali servizi, se l’aumento delle disuguaglianze distributive, oltre a creare disoccupazione nelle fascia di età della forza lavoro che più dovrebbe essere orientata a consumarli non ha reddito a causa dello stato di disoccupazione in cui versa? Se vorranno rispondere positivamente all’interrogativo, i nababbi che si riuniscono annualmente a Davos dovranno una buona volta decidersi a trovare il modo per ridistribuire ciò che essi hanno in dappiù, spesso non per il loro merito, finalmente consapevoli che se non lo troveranno correranno il rischio che il loro “malloppo” si volatilizzi; quindi, escano, i nababbi, dall’incertezza e trovino il modo di correggere l’attuale modo di funzionare dei moderni sistemi industriali, perché la società cessi di continuare ad essere adattata allo spontaneismo della dinamica economica e sia invece adattata ad un responsabile progetto di riforma dell’attuale modo di produrre e consumare all’altezza dei tempi.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. ho letto l’articolo ed evidenzio le parole “disuguaglianze distributive”. Mi colpiscono perché, oggi, sono sempre più attuale pur sembrando superate. Ho 61 anni e sono riconosciuto invalido per oltre l’80%. Ho iniziato a lavorare, appena diplomato, nel ’72; lo scorso anno al compimento dei 60 anni ho scoperto che il governo Monti ha annullato la legge che permetteva agli invalidi di andare in pensione a 60 anni. Successivamente riscontro che un articolo della legge di stabilità conteneva la possibilità, per militari a forse dell’ordine, di uscire dal lavoro -CON TUTTI I BENEFICI – all’età di 50 anni. Bella storia. Bella Democrazia. I lavoratori dipendenti possono, oggi, andare in pensione, o con 67 anni di età per la vecchiaia o con 43 anni di contributi versati. Oltre ciò, e non vorrei prolungarmi troppo, ci sono le arroganze dei fondi speciali che, per restare a galla, dettato legge per i loro appannaggi a discapito dei lavoratori che sono costretti a continuare a versare- in dette casse – i loro contributi senza riceverne riconoscenza. Per questo desidero sapere se “La legge è uguale per tutti”: a me sembra di no!

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