domenica, 20 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Europa. Schulz spiega
perché non ci conviene
tornare indietro
Pubblicato il 28-02-2014


 Schultz_Stelle_EuropaMartin Schulz, noto esponente socialdemocratico tedesco, attualmente Presidente del Parlamento europeo, nonché da sempre sincero sostenitore della realizzazione dell’integrazione politica dei Paesi dell’Unione Europea, ha presentato a Roma la sua ultima “fatica”, un libro il cui titolo, “Il gigante incatenato. Ultima opportunità per l’Europa”, non è che un’ultima e decisiva chiamata all’impegno di quanti credono ancora nella possibilità di realizzare gli Stati Uniti d’Europa.

Per continuare a percorrere la strada dell’integrazione politica, afferma Schulz, si deve ora decidere se si intende procedere in altra direzione o, al limite, se si vuole tornare indietro; tenendo conto che, quale che sia la decisione, questa è destinata a pesare sulla vita delle attuali generazioni europee, ma anche su quelle future. Alcuni, sia a destra che a sinistra, per il momento ancora minoranza all’interno di alcuni Paesi membri, vorrebbero, a causa del perdurare della crisi, abbandonare il “progetto europeo” e tornare sotto l’ala protettiva dei vecchi Stati nazionali.

A coloro che, per sfiducia o scetticismo, vorrebbero tornare indietro, Schulz ricorda che i Trattati europei prevedono che uno Stato membro, sia pure accollandosi tutte le conseguenze sul piano economico-finanziario che ne possono derivare, possa lasciare l’Unione; tuttavia, avverte Schulz, sarebbe il caso che lo Stato che decidesse di “secessionare” ci pensasse bene, considerato che la “fuga” dall’Europa unita e il ritorno allo Stato di partenza non comporta la sicura possibilità di sottrarsi ai rischi economici della globalizzazione. Quest’ultima, infatti, continuerà ad esercitare il suo impatto sulle modalità di funzionamento dei singoli sistemi economici integrati nel mercato mondiale; pertanto, un singolo Stato non avrà, da solo, la forza necessaria per neutralizzare gli eventuali esiti negativi di tale impatto; di una simile forza si potrà disporre solo continuando a conservarsi integrati economicamente e politicamente all’interno di un’area europea più vasta, dotata di “meccanismi” compensatori per via dei rapporti di reciproca interdipendenza che ormai si sono stabiliti tra tutti gli Stati membri. Se l’Unione Europea si disintegrasse, l’euro si dissolverebbe, e l’economia europea risulterebbe sempre più condizionata dalle aree economiche più vaste, quali ad esempio gli USA e la Cina, la cui forza spingerebbe l’Europa verso posizioni sempre più marginali, sul piano commerciale e su quello politico; mentre i singoli Stati risultanti dalla disintegrazione dell’Unione Europea tornerebbero alla litigiosità dei tempi passati e ad essere vittime di un possibile “revival” del nazionalismo.

Secondo alcuni osservatori, però, sarebbe giunto il momento di accantonare gli appelli esortativi rivolti agli euroscettici, nel senso che sarebbero “maturi” i tempi per confrontarsi almeno con i più responsabili e qualificati tra loro; ovvero con quelli che non risultano essere portatori di rivendicazioni populiste, ma propositori di istanze condivisibili, delle quali valga la pena esaminare il contenuto: lo slogan «se fallisce l’euro, si sgretola l’Europa” ha perso di incisività e il “gridarlo” senza ulteriori qualificazioni è divenuto una “nota stonata”. Il significato dello slogan, infatti, dopo i risultati delle ultime elezioni tedesche, ha perso gran parte della sua efficacia, al punto che molti sono indotti a chiedersi: che ne sarà ora dell’Europa?

La coalizione di governo tedesca tra Cdu e Spd non sembra, considerati i rapporti di forza esistenti tra i partiti che la compongono, propensa a sostenere più di tanto le posizioni dei Paesi in crisi e tanto meno ad impegnarsi per rimuovere gli esiti negativi degli automatismi attualmente esistenti sul piano dei rapporti di solidarietà. I socialdemocratici potranno ottenere qualche concessione per quanto riguarda la politica interna sul lavoro, ma la politica estera di Berlino sembra destinata a non cambiare.

Potranno essere concessi nuovi aiuti a Grecia e Portogallo. Atene e Lisbona potranno attenersi alle rigorose ricette tedesche per diminuire l’indebitamento pubblico, malgrado l’evidenza dell’insuccesso delle politiche di austerità. Potranno anche essere formulate lusinghiere valutazioni sul fatto che l’Italia e la Spagna si siano messe sulla “giusta via” delle riforme utili al rilancio delle loro economie, sebbene tali riforme non siano tali da fare ben sperare, a causa della loro instabilità politica e dell’assottigliarsi della capacità di tenuta dei loro sistemi sociali. Ci si potrà ancora illudere che la Francia possa continuare a pretendere di svolgere, nell’interesse dell’Europa, un improbabile contrappeso ai motivi di crisi del Paesi europei più indebitati, trascurando le non marginali circostanze che anche il Paese transalpino ha a che fare con un’incidenza del debito rispetto al Pil pari al 94% e che ha sempre visto con diffidenza l’idea di una Europa federale, facendo con ciò il gioco della Merkel e di una Germania favorevole alla conservazione dello status quo.

È probabile, quindi, che i risultati delle elezioni tedesche servano solo a lasciare immutato il quadro europeo, almeno per i prossimi quattro anni; ma la conservazione dello status quo è incontestabilmente il segno di una mancanza di progettualità a livello dell’intera Unione: non esiste in Europa una sola idea di sviluppo, di cambiamento, di riforma, che non passi, nel migliore dei casi, per il mantenimento dello status quo. La debolezza dei partiti socialisti europei deve essere perciò letta in questo senso: senza progettualità, sarà gioco forza per essi accontentarsi di insistere in slogan vetusti e, in ultima analisi, accodarsi alle politiche conservatrici dei Paesi egemoni.

Ironia della sorte, alcuni arrivano a pensare che a rimettere seriamente in discussione il “progetto europeo” potrebbe servire solo un’aggravarsi della crisi in corso: se la Grecia e il Portogallo non potessero più seguire le cure “da cavallo” imposte loro per ottenere nuovi aiuti, se l’instabilità economica e politica italiana e spagnola portasse a una crescente affermazione elettorale dei populisti, se la Francia andasse in recessione, allora, forse, lo status quo verrebbe messo in discussione. Ma una discussione dettata dall’emergenza e dalla frustrazione non porterebbe mai a risultati apprezzabili; se ciò accadesse, le forze euroscettiche metterebbero sicuramente fine alla prosecuzione del processo di integrazione politica dell’Europa.

Gianfranco Sabattini

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