lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Festival di Sanremo, ma la canzone dov’è?
Pubblicato il 19-02-2014


Laetitia-Casta-Sanremo-bananaLe scene che non funzionano, le proteste dei lavoratori senza lavoro, la baraonda per la presenza di Grillo. E poi il comizio di Fazio sulla bellezza, la favola del brutto anatroccolo Littizzetto che diventa cigno per finta, e che poi si getta a capofitto nelle sue rasoiate sempre oltre le righe contro la scarsa attività sessuale del presentatore, verso i muscoli di un pallavolista, anche contro la giacca del sindaco. E la stucchevole storia d’amore tra Fabio Fazio e Letizia Casta, che dura venti minuti, interrotta da tre interventi pubblicitari, due caffè, quattro chiacchiere con mio figlio, tre telefonate e un whisky. Per poi ritrovarsi ancora lì a vedere la faccia da pesce lesso di Fazio che guarda la Casta. Francamente non se ne poteva proprio più. Abbiamo alzato bandiera bianca. Poi ci siamo risvegliati con l’ombelico della Casta che inneggiava alla banana di Sordi e Vitti.

Con allusioni tutt’altro che ortofrutticole. Ci siamo chiesti se per caso fosse il festival della canzone Italiana. Nel frattempo, alle undici di sera, avevano cantato solo Arisa, nella nuova versione postdemenziale e di ritorno alle origini, un non meglio identificato Frankie Hi Nrg, da dove provenga costui non è chiaro, forse da Guerre stellari, e la sempre affascinante Antonella Ruggiero. Giuro che avrei selezionato, di Arisa e Antonella, le due canzoni eliminate. L’altro lo avrei mandato a un corso di rieducazione. Mentre ballava la Carrà mi sono addormentato. Bravissima, s’intende, ma insomma. L’età è l’età. Ogni movimento era volutamente attenuato per evitare scompensi vocali e qualche trauma.

Da lodare la Sanremo dei ricordi. Quella che onora chi non c’è più. Merito di Fazio, amico dei cantautori. Comincia Ligabue con “Creusa de ma”, in genovese, omaggio a Fabrizio De Andrè, poi è la volta di “Silvano” di Jannacci col figlio al pianoforte. I figli. Quello di De Andrè, Cristiano, è bravissimo tecnicamente. Come lo è il figlio di Enzo. I figli sono più musicisti dei padri. Ma non hanno il loro estro, la loro istintiva genialità. La loro unicità. Possono fare una cosa sola. Mettere la loro conoscenza musicale al servizio dell’arte dei genitori. Eseguirli e basta. Per il resto tanta noia.

Ho sognato il proseguio del festival, con Modugno che arrivava a bordo di un velivolo cantando “Volare” e bombardava il palcoscenico. E quei due poveri lavoratori che si gettavano nel vuoto dopo avere assistito alla prima serata, affranti e delusi.

Mauro Del Bue

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