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Opinioni e commenti
 

“Magazzino 18” il musical di Cristicchi sulle foibe
Pubblicato il 13-02-2014


Cristicchi-Magazzino18Crolla il governo e crolla pure tutta l’Italia. Eppure basterebbe “Non dimenticare!”, chi per quest’Italia ha perso tutto, ha rinunciato a tutto pur di non rimanere in terra ostile, straniero in casa propria, sotto il regime dittatoriale del maresciallo Tito, interessato solamente a costruire un’unica grande Jugoslavia, incurante del senso di appartenenza patriottico degli italiani, definiti nazisti in base a un fatidico errore che ha confuso le vittime coi carnefici. In zone come Fiume, l’Istria e la Dalmazia la costruzione e la liberazione, nel secondo dopoguerra, significarono “occupazione”, distruzione, centinaia di migliaia di morti e di esodati. E la colpa più grave è l’omertà, il silenzio su questo dolore, questa tragedia che ha portato a un’ignoranza storica e di memoria che non permette giustificazioni, per cui giuliano dalmata sembra il nome di una persona, piuttosto che di una terra. Tutto questo, tra le critiche, racconta acutamente Simone Cristicchi in uno spettacolo di quasi due ore, intitolato “Magazzino 18” e portato in scena lo scorso ottobre al Politeama Rossetti di Trieste. Il musical – scritto in collaborazione con il giornalista Jas Bernas – affronta il dramma delle foibe e dell’esodo giulianno-dalmata, ed è stato mandato in onda lo scorso 10 febbraio dalla Rai in occasione del “Giorno della memoria”.

Durante lo spettacolo il cantautore romano canta testi scritti ad hoc, che rendono più rapido il ritmo e più rilassata l’atmosfera, nonostante siano momenti molto toccanti e di grande intensità e profondità. Regalando anche qualche lacrima, con filmati d’epoca e foto che scorrono alle sue spalle. Cristicchi non è solo sul palco, è affiancato dall’Orchestra Sinfonica e dal Coro dei bambini del Friuli Venezia Giulia. Alterna monologhi dialogati, più ironici, ad altri recitati più riflessivi e sarcastici, che non celano un filo di amarezza, intramezzati dalla parte musicale. “Magazzino 18” è un luogo che esiste davvero, nel Porto Vecchio di Trieste, abbandonato, pieno di polvere e di oggetti ritenuti inutili, eppure dall’alto valore. Non si tratta di un mercatino dell’usato, del retrobottega di un negozio d’antiquariato, ma della più grossa fucina di memoria di oggetti che dicono chi siamo, poiché la storia che raccontano e racchiudono è anche la nostra.

Oggi terre quali la Slovenia e la Croazia sono viste solamente quali mete low cost ambite per le vacanze per la bellezza del mare. Eppure un tempo furono oggetto di un’aspra contesa: per un fazzoletto di terra di confine si mise in campo una disumanità raccontata da Cristicchi, che si impronta l’archivista Persichetti che deve stilare l’inventario di questo patrimonio, pari a quello di un museo. Il cantante lo fa narrando le storie vere di 8 persone, vittime innocenti cadute nel dimenticatoio, di “gente uccisa in tempo di pace (all’indomani del trattato di pace del 1947, ndr)”. Si tratta di Ferdinando, la cui figlia scrive per chiedere di riavere i beni del padre, per lei un valore inestimabile; Norma, 23 anni, uccisa da 17 uomini che l’hanno violentata prima di buttarla nelle foibe all’alba; alle spalle di Cristicchi viene proiettata la sua immagine che ride, a dimostrazione di un sorriso rubato, una gioia, una vita e un’adolescenza di cui è stata privata un’innocente. Giuseppe, per gli amici Geppino, che perse i suoi due figli mentre giocavano sulla spiaggia di Vergarolla a Pola (9 tonnellate di tritolo provocarono un’esplosione che causò, il 18 agosto 1946, circa 80 morti); Tonislav, sloveno che perse il padre a soli 14 anni; Giovanna; Marinella, morta di freddo (c’erano 16 gradi sotto zero) a un anno; Sergio, Endrigo, il famoso cantante; come lui altri noti esodati furono: il pugilr Nino Benvenuti, lo stilista Ottavio Missoni; e l’attrice Laura Antonelli, nata a Pola.

Morti che muoiono doppiamente sotto i numeri: si contano come fossero spiccioli da aggiungere a un bottino di guerra: “ma che cos’è? Un regolamento di conti? Già, ma i conti non tornano. O forse una vendetta? Siamo per caso nel far west?” si chiede Cristicchi. Sembra di vedere oggi il contendersi delle poltrone in Parlamento o le aggressioni verbali che si sferzano nei confronti di chi ha un diverso colore politico, quando l’unico dovrebbe essere il tricolore italiano, pensando a un’Italia unita, piuttosto che divisa in micro-coalizioni, in cui le larghe intese non reggono purtroppo. Ma se le vicende degli esodati potrebbero insegnare per tutti “i profughi che ancora oggi sono costretti a lasciare la loro terra per sfuggire alla fame, alla povertà, alla guerra, alla miseria”, a volte oggi sembra che meno se ne parli e meglio è, poiché “è meglio non sapere, stare zitti”, non andarsi ad invischiare in queste faccende che tanto: “chi te lo fa fare?”.

Non far studiare né documentare, né informare i nostri figli, farli vivere nell’”ignoranzità” vuol dire farli “sguazzare nella gioia e nella serenità”. Dura la lezione impartita da Cristicchi, ma la standing ovation che parte spontanea la dice lunga. Un prolungato applauso naturale viene dal pubblico. Ma lui non vuole tacere: “il silenzio è come una bomba”; e nella buca (delle foibe) sono finite l’indifferenza, la violenza, l’intolleranza verso cui solleva un grido di protesta per coloro che persero tutto tranne la dignità. Impartendo lezioni di umanità, storicità, civiltà, nazionalismo patriottico e di geografia, anche umana, quella personale di ognuno dei 350.000 esodati: “dimenticati da qualche parte della memoria, come una pagina strappata dal grande libro della Storia”.

Di essi resterà il suono con cui si può raccontare l’esodo: il rumore “tu-tu-tu” dei chiodi, bene più raro del pane all’epoca, con cui si costruivano gli scatoloni da imballaggi per portar via le proprie cose. “L’Italia si trasformò in una grande falegnameria”. Ed è su questo insegnamento che si dovrebbe ricominciare a ricostruire, improntandosi falegnami del nostro Stivale, che non deve essere scalzato via, ma custodito e curato con dedizione dai politici-artigiani attuali, costruttori di quel futuro che all’epoca fu gridato e chiamato con “democrazia proletaria”, per ridare valore alle parole “popolo” e “fratellanza”, che aleggiano nel Magazzino come gli spiriti di quelle anime, fantasmi delle loro presenze o delle nostre coscienze? E se c’è da avere paura è per gli errori e i soprusi commessi, più che per il ricordo, che fa male, di queste vittime innocenti.

Barbara Conti

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Commenti all'articolo
  1. Viva l’Istria la Giulia la Dalmazia e Zara terre irredente l’Italia non dimenticherà mai i *** COMUNISTI JUGOSLAVI. La DEMOCRAZIA CRISTIANA CON RUMOR HA SVENDUTO QUEI TERRITORI A Tito. Viva i SOCIALISTI CHE HANNO SEMPRE DIFESO I PATRIOTI ITALIANI. GRAZIE AVANTI CHE RICORDI QUESTA STORIA IL SOCIALISTI dal volto umano non morirà mai!

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