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Opinioni e commenti
 

Mito e realtà. Perché non possiamo non dirci tedeschi
Pubblicato il 10-02-2014


DeutscheBankLa crisi dello spread è stata “creata” dalla Germania, attraverso la Deutsche Bank, autorevoli ministri, uomini politici e funzionari tedeschi, e le antenne tedesche nella Banca centrale europea e la Commissione di Bruxelles. La Germania ne ha derivato un beneficio, in termini comparativi, non di poco conto, conquistando fette di mercato a danno delle imprese italiane, grazie ai costi di finanziamento ridotti.
“L’effetto maggiore è sui tassi d’interesse: il vantaggio comparato ha permesso alle banche e imprese tedesche una provvista a costi irrisori rispetto ai concorrenti italiani. Volkswagen finanziava le sue vendite all’1 per cento di costo, Fiat all’8. Un prestito personale pagava nel 2012 e nel 2013 in Italia più del doppio in interessi che in Germania: per ogni mille euro, da rimborsare in 36 rate, un trentenne pagava 168 euro d’interessi in Italia, 72 in Germania”. Questo mentre gli stessi istituti tedeschi di studi economici riconoscevano che la sostenibilità del debito a medio termine (il patrimonio in garanzia, gli oneri sociali e  previdenziali attesi) era migliore in Italia che in Germania.

La Germania non è la stessa dopo la riunificazione. È tornata a essere il Paese continentale che era, che sta al centro dell’Europa e ha interesse a un mercato europeo, ma alle sue condizioni. Finiti sono i legami speciali con l’Unione europea e l’Occidente, quando la Germania ne aveva bisogno, coi russi a Berlino. Ora la Germania dibatte su “come” stare nella Ue, e cioè come esercitare i diritti di egemonia.

Sono le due verità sgradevoli di questo libro, argomentate puntigliosamente. Che però non obliterano la gradevolezza del titolo. Tolto il blocco centrale, che documenta la “terza guerra civile europea”, il lettore è coinvolto in una sorta di viaggio culturale nei “caratteri nazionali” tedeschi. Rivisitati in profondità, seppure con una chiave paradossale: ribaltando i pregiudizi. Abbiamo così, accanto a una galleria di personaggi e incontri straordinari, i tedeschi inefficienti (“nessun tedesco ha mai vinto una guerra”), traditori, dai tempi di Arminio (“i tedeschi, è notorio, violano i trattati”), un po’ mafiosi (non c’erano nazisti con Hitler, sempre negare l’evidenza), e anarchici. Una chiave leggera, per verità però gravose.

La conclusione è che “non possiamo non dirci tedeschi”. Anche questa senza malinconia. L’Italia ha condiviso più storia con la Germania che con qualsiasi altro Paese europeo. Solo che, scrive Leuzzi, ultimamente si è prodotto una sorta di strabismo: la Germania continua a sapere tutto dell’Italia, mentre l’Italia s’è persa la Germania – non solo la Germania, per la verità.

Giuseppe Leuzzi, Gentile Germania, Robin pp. 391 € 15 ebook su amazon € 6,85

Armando Marchio

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