martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il cambiamento fine a se stesso
Pubblicato il 17-02-2014


Per avere un contributo alla comprensione di ciò che stiamo vivendo, mi è stato di aiuto il ricordo di ciò che avevo appreso da personaggi, come Riccardo Lombardi, Rossi-Doria, Nenni, Pertini, De Martino, Giolitti, quelli di Mondo Operaio e tanti altri. Anche ciò che appresi dai bollettini della Coldiretti, che parlavano dell’agricoltura tosco-emiliana ( importanza dell’agricoltura oggi), che si era sviluppata grazie al movimento cooperativistico, mi è stato utile. E, chiedendo scusa per la ripetizione, la bussola degli insegnamenti di Palomba non mi ha mai tradito. Per evidenziare, l’origine, secondo me, della confusione attuale, ricordo, anche, le cose ascoltate nella Conferenza di Rimini del PSI (1982), il cui tema era “Governare il cambiamento”. A tutti noi, fu ammannito un insegnamento: il mondo non era più bipolare ( Stati Uniti-URSS) e le economie non potevano più essere solo “Nazionali”, ma dovevano fare i conti con la globalizzazione. Per cui, i Governanti dei Paesi dovevano sapersi muovere nella nascente “giungla globale”. Le trasformazioni sarebbero avvenute con una velocità fin ad allora sconosciuta e avrebbero costretto, anche,i lavoratori ad essere disponibili ad una formazione continua per prepararsi ad altre mansioni. Fu lanciato un allarme per le nuove povertà e i nuovi bisogni e fu affermato che l’Occidente non poteva guardare ai Paesi del “terzo mondo” con la logica del passato. In effetti, furono sviscerati tutti gli argomento insiti nel titolo “Governare il cambiamento”. Un altro convegno, utile alla comprensione di ciò, che stava nascendo e che,poi, ha avuto e sta avendo conseguenze nefaste, aveva per titolo “La velocità della politica e la velocità di cambiamento della società”. Gli argomenti trattati avrebbero dovuto conoscerli soprattutto i responsabili della politica dell’istruzione, avvicendatisi nel corso degli anni. Non avremmo avuta un scuola bloccata sul “voto politico”, sulla ignoranza dei vari responsabili politico- sindacali e non in sintonia all’evoluzione della società. Quelli, che pensavano di essere possessori di verità assolute (religiose o filosofiche), snobbarono e contrastarono tali conquiste concettuali riformistiche e , specie a sinistra, si affidarono al populismo e al moralismo, come strada comoda per conquistare il potere. Furono emarginati quelli che avevano capito e i poteri forti incominciarono a ridere grazie all’aiuto che ricevevano da quelli, che avrebbero dovuto contrastarli. Chi non capì cosa stava succedendo fu il PCI, che, invece di diventare “un’altra cosa” (socialista riformista), diventò una cosa senza identità. L’unica cosa chiara fu la sua avversione per la parola socialdemocrazia. E fu creato Berlusconi, assassinate le forza riformiste e fatto Santo, Di Pietro. La confusione attuale dipende anche dal come la politica italiana si è comportata, nel contesto europeo. Il mio amico Pietro Lezzi, in un convegno sulle conseguenze dell’ allargamento dell’U.E., avvertì che il nostro paese doveva fronteggiare due sfide , quella dei Paesi, che avevano investito nella ricerca e nell’istruzione e quella dei Paesi dove il lavoro costava di meno e la burocrazia era quasi inesistente. Parole al vento, non raccolte. Dall’esito di queste due sfide si sarebbe appesantito o alleggerito il peso dei condizionamenti mondiali. Quanto innanzi, doveva far ritenere utile un innalzamento del livello della politica. Invece, avvenne il contrario di quello che serviva e le due sfide furono perse. La tangentopoli populista fu seguita da un abbassamento delle qualità dei politici, anche perché le sezioni venivano sostituite dalla televisione; i luoghi di incontro diventavano le ville con piscine o le taverne; i libri di politica economica venivano sostituiti dai codici; gli strumenti sostituirono gli argomenti; gli avventurieri sostituirono anche i pochi “missionari” rimasti. Alla fine, il cambiamento invece di essere governato dalla politica, la governa. Assistiamo impotenti, come in una sala cinematografica, alla guerra stellare finanziaria e mondiale , con i Consigli di amministrazione delle Banche diventati come i comitati centrali dei partiti e con i comitati interbancari diventati come i Consigli dei Ministri. Nei Partiti, si lotta solo per diventare interlocutori dei poteri forti. Un’altra causa recente, ma fortemente inquinante, è stata l’introduzione di un cosa ridicola: le primarie. Nella prima Repubblica, i dirigenti dei Partiti si sceglievano con i congressi, nei quali si confrontavano proposte programmatiche e alleanze. Oggi, i dirigenti si scelgono o con i soldi o con le battute e le frasi ad effetto. Alcune, di dubbio gusto. Meno male che l’Italia, sul Mappamondo, è solo un punto.

Luigi Mainolfi

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