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Opinioni e commenti
 

Il paradosso di Deaton: le diseguaglianze favoriscono crescita e sviluppo
Pubblicato il 03-02-2014


Diseguaglianze-sociali2Angus Deaton, economista scozzese e professore a Princeton, in “The Great Escape: Health, Wealth, and the Origins of Inequality” (La grande fuga: salute, benessere e le origini dell’ineguaglianza) sostiene una tesi singolare e controcorrente rispetto alle più avanzate linee di pensiero nel campo delle scienze sociali, anche se non manca d’essere largamente condivisa da chi sinora è riuscito con la “fuga” dall’indigenza ad entrare a fare parte della ristretta élite mondiale dei nababbi. Deaton, dopo aver narrato del perché alcuni soggetti e alcuni Paesi si trovato ad essere più avanzati di altri sul piano economico e su quello sociale, afferma che la crescita in linea di principio è alla portata di tutti, a patto che si dismettano le politiche ridistributive finalizzate a contenere o a rimuovere, almeno entro certi limiti, le ineguaglianze; ciò perché, per Deaton, le disuguaglianze sono necessarie alla crescita ed allo sviluppo.

La prima parte del titolo del libro ridonda, come osserva Giorgio Barba Navarretti su “Il Sole 24 Ore” del 5 gennaio scorso, quello di un fortunato film, “La Grande fuga”, che narra dell’evasione di un gruppo di prigionieri da un campo di prigionia tedesco. La metafora della fuga è la ricerca della libertà, avvalendosi dei pochi mezzi a loro disposizione e della ferma determinazione a perseguire il loro obiettivo. Il successo arriso a pochi di essi, la cattura di altri e il peggioramento delle condizioni di vita di quelli che non avevano aderito all’impresa, sono assunti dall’autore come rappresentazione paradigmatica della dinamica dell’impegno con cui singoli individui e singoli popoli tendono a migliorare le proprie condizioni esistenziali, ma che, nel suo svolgersi, crea destini individuali e collettivi molto diversi.

Per quanto suadente, la metafora tuttavia non regge, in quanto i prigionieri impegnati ad evadere sono tutti dotati in eguale misura della determinazione d’essere depositari di tutte le condizioni esistenziali richieste dallo sforzo fisico da compiere e degli ostacoli da affrontare; al contrario dei prigionieri, i singoli soggetti ed i singoli Paesi che nel corso del tempo non sono riusciti a rimanere “agganciati” al ritmo di crescita e di sviluppo di quelli “più fortunati” sono diventati diseguali, e spesso dal loro status di “ritardatari” non sono riusciti ad “evadere”, acquisendo lo stigma di soggetti e di Paesi arretrati, destinato a conservarsi, a meno di eventi eccezionali, stabile nel tempo.

Ora, l’interrogativo sollevato dalla tesi di Deaton è quanto la crescita e lo sviluppo siano legati al grado di disuguaglianza esistente, considerato che le differenze economiche costituiscono un requisito necessario alla crescita. Gli esempi storici forniti da Deaton sulla relazione che lega crescita e sviluppo, da un lato, e disuguaglianza, dall’altro, sono numerosi; essi però portano l’economista inglese a concludere contraddittoriamente la sua analisi, affermando che la crescita e lo sviluppo sono impossibili in un mondo perfettamente uguale, attenuando l’affermazione con l’osservazione che, se manca la crescita, e con essa l’aumento delle risorse necessarie da erogare ai meno fortunati, la disuguaglianza può diventare insostenibile sul piano sociale.

Commentatori pessimisti, osserva Deaton, tendono a mettere in risalto che le disuguaglianze tra soggetti e tra Paesi non si sono ridotte negli ultimi 50 anni; essi però mancano di considerare il fatto che maggiore è l’arretratezza di un individuo o di un Paese, maggiore è l’aspirazione a un loro rapido miglioramento sul piano economico. Alcuni Paesi, afferma Deaton, hanno capito le potenzialità di questa relazione, mentre altri, soprattutto quelli africani, non avendola compresa appieno e per tempo, sono rimasti arretrati e poveri.

Se, per esempio, si concentra prevalentemente l’attenzione sull’ineguaglianza esistente tra i Paesi, si finisce col trascurare il fatto che due di essi, Cina ed India, in forte ritardo sulla via della crescita rispetto ai Paesi industriali, sono stati quelli che sono cresciuti più rapidamente negli ultimi decenni. Il miracolo economico della Cina ha portato alla eliminazione dell’arretratezza al suo interno, anche se poi ha visto aumentare progressivamente l’ineguaglianza distributiva sul piano territoriale e su quello personale; fenomeno, questo, verificatosi anche in Paesi economicamente avanzati, come gli Stati Uniti d’America. Tuttavia, se gli esempi della Cina e dell’India confermano la spinta alla crescita che può derivare dall’ineguaglianza, resta il fatto che il numero dei Paesi arretrati è cresciuto e che ve ne sono altri, come ad esempio l’America, dove i vantaggi dalla crescita economica sono stati monopolizzati da pochi, causando un livello di vita stagnante per la maggior parte della popolazione. Per Deaton, questo fenomeno accade quando la crescita di un Paese è accompagnata dalla formazione al suo interno di plutocrazie che riescono a governarne la dinamica a loro vantaggio.

La prova più brutale degli esiti negativi delle disuguaglianze originate dalla formazione di plutocrazie è offerta dalle condizioni di estrema povertà in cui vivono le popolazioni di molti Paesi in via di sviluppo. All’interno di questi Paesi, possono i più fortunati, si chiede Deaton, in possesso di una maggiore ricchezza, contribuire a lenire gli effetti dell’indigenza dei più sfortunati? No, risponde l’economista inglese, i più fortunati non possono migliorare le condizioni di chi sta peggio; ciò perché i programmi internazionali di aiuto dei quali godono i Paesi in via di sviluppo, rimuovono il grado di ineguaglianza necessario a fare crescere la propensione delle popolazioni a migliorare le loro condizioni economiche.

È quanto meno singolare che un professore di Princeton, ma di cultura inglese, possa rinvenire nelle disuguaglianze distributive la “molla” alla base dell’aspirazione dei singoli soggetti e dei singoli Paesi a migliorare le loro condizioni economiche; la singolarità della tesi di Deaton risalta ancora di più, se si considera che il contesto culturale nel quale egli è nato e si è formato è quello dei Keynes e dei Beveridge, il cui pensiero e la cui azione politica sono stati orientati a dimostrare l’importanza dell’eliminazione delle disuguaglianze, al fine di garantire la stabilità sociale necessaria alla crescita economica a livello individuale e collettivo. Se la tesi di Deaton fosse dotata di plausibilità, cosa si dovrebbe dire di chi, come Amartya Sen, ha messo in evidenza gli esiti negativi della persistenza delle disuguaglianze sulla crescita? O di chi, come Ronad Dworkin, ha sottolineato l’ineludibile necessità che i singoli soggetti di ogni comunità, perché siano motivati a migliorare le loro condizioni vita e quelle delle comunità alle quali appartengono, siano messi in condizione di poter attuare appieno attraverso scelte responsabili le proprie aspirazioni; o di chi, come John Rawls, ha messo in risalto che le diseguaglianze distributive possono essere giustificate solo quando i risultati della crescita vadano a vantaggio di coloro che stanno peggio? L’aver trascurato il pensiero moderno riguardante i limiti rispetto alla crescita delle disuguaglianze economiche, svaluta fortemente l’analisi di Deaton, sino a ridurla a moderna e giustificatoria ideologia di tutte le plutocrazie sparse per il mondo.

Gianfranco Sabattini

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