mercoledì, 18 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il Senato secondo Renzi: una succursale dell’ANCI?
Pubblicato il 10-02-2014


Senato di RenziNon so se definire come bislacca e grottesca, od invece come reazionaria, la proposta di Renzi circa la rottamazione del Senato. Probabilmente, entrambe le definizioni sono appropriate. Nell’opinione del Segretario del PD, il Senato della Repubblica dovrebbe esser sostituito da una Camera non più elettiva, composta dai 108 Sindaci delle città più importanti (i capoluoghi di quelle Provincie che andrebbero eliminate, oppure quali altre?), dai presidenti delle Regioni, e da circa 20 esponenti della società civile, nominati dal Presidente della Repubblica.

In sostanza, il tutto assomiglierebbe all’Ufficio di Presidenza dell’ANCI, allargato ai Presidenti delle Regioni ed a una quota di nominati che ha il sapore di una reminiscenza del Senato Albertino, salvo che per il fatto di non essere nominati a vita.

Corollario di questa mostruosità politica e, ritengo, anche giuridica, dal pomposo nome di “Camera delle Autonomie”, è il fatto che essa non avrebbe (e a questo punto, per fortuna) alcun sostanziale potere. Quando e con quale frequenza essa potrebbe riunirsi senza vistosissime assenze, visto che i Sindaci ed i Presidenti di Regione dovrebbero in primis occuparsi di amministrare le loro città e le loro Regioni, cosa per la quale sono stati eletti?

Nel parlare di “Camera delle Autonomie”, si è più volte citato il sistema americano, dove il Senato Federale, composto da 100 senatori (2 per ogni Stato, a prescindere dalla popolazione e dalle dimensioni dei singoli Stati) che durano in carica 6 anni, rinnovati per 1/3 ogni 2 anni.

Sino al 1913, eletti dai Parlamenti dei singoli Stati; e successivamente, dal popolo. Il Senato fu previsto dalla Costituzione americana del 1787 come tassello essenziale dei meccanismi di “checks and balances” che la caratterizzano, riservandogli poteri e competenze diverse da quelle della Camera dei Rappresentanti, ma estese ed importanti, specie nei campi della politica estera e della sicurezza. E le sue sedici commissioni ricoprono essenziali funzioni di garanzia e controllo sugli atti legislativi e sull’operato dell’Esecutivo.

In definitiva, il Senato USA, organo interno alla funzione legislativa, fu pensato come bilanciamento nei confronti della Camera dei Rappresentanti e, insieme a questa, come partecipe del più ampio sistema di pesi e contrappesi nei confronti di un Esecutivo dai poteri quasi monarchici. In particolare, l’origine statale del Senato Federale aveva la funzione di garanzia nei confronti dell’autonomia degli Stati, in particolar modo di quelli di più ridotte dimensioni.

Altra considerazione che più volte e da più parti è stata effettuata, è la critica al bicameralismo (quasi) perfetto che è nella nostra Costituzione. Anche in questo caso si trattava di realizzare un meccanismo di controlli e bilanciamenti tra poteri dello Stato e, in particolare, all’interno della funzione legislativa e della rappresentanza popolare. Si pensò al bicameralismo perfetto di due Camere elettive, con sistemi elettorali profondamente diversi, e con diversi accessi all’elettorato attivo e passivo, per ridurre la possibilità di veder sorgere un regime ad opera di un Esecutivo troppo debolmente controllato o di veder adottare provvedimenti dettati dalle contingenze e non adeguatamente valutati.

Ora, se appare eccessiva e paralizzante la duplicazione delle funzioni delle due Camere, sarebbe perfettamente possibile differenziarne le funzioni e le attribuzioni, come d’altra parte avviene in quasi tutte le democrazie, e stabilire percorsi di approvazione delle leggi e di conversione dei decreti che non sempre e non necessariamente richiedano la doppia lettura, o per i quali la seconda lettura avvenga con procedure diverse e più snelle, anche per quanto riguarda gli emendamenti.

Invece, nella proposta del nostro Madison, che conosce molto bene La Pira e molto meno Montesquieu, ben poco si osserva di queste considerazioni, che riguardano le fondamenta della democrazia, che non può prescindere dai concetti di rappresentatività, di partecipazione, di garanzia per i diritti delle minoranze.

Intanto, si osserva l’enormità di una Camera non elettiva. In ciò più simile alla Camera dei Lords, o al Senato Albertino, che ad un’Assemblea democratica. Vero è che i suoi membri non sono tali per diritto di nascita, e che non lo sono a vita; ma ciò significherebbe attribuire una funzione rappresentativa di ordine generale a chi è stato eletto per fare ben altra cosa e che, nella migliore delle ipotesi, risponderà del proprio operato unicamente a quella parte di corpo elettorale che lo ha eletto.

Se il Senato deve divenire la Camera delle Autonomie, questa dovrebbe in ogni caso rappresentare i territori: cioè, separatamente Regione per Regione, l’intera popolazione delle singole Regioni, e non solo quella delle città più importanti per popolazione o perché capoluogo di provincia.

In altre parole, anche ammesso che possa esser ritenuto un criterio accettabile l’assicurare la rappresentanza attraverso i Sindaci, non si capisce per quale ragione i cittadini residenti nelle città principali debbano essere iperappresentati (attraverso i propri sindaci), e quelli residenti nei centri minori o nelle aree periferiche debbano esserlo solo in misura largamente inferiore, ed unicamente attraverso i Presidenti delle Regioni.

E’ infatti opportuno tener presente che le 108 città maggiori d’Italia (per popolazione residente, e cioè quelle da 60.000 abitanti in su) comprendono una popolazione residente totale di 18,5 milioni di abitanti; e pertanto, il nominarne i Sindaci a rappresentare il Paese lascerebbe senza rappresentanza 42 milioni di italiani: i cittadini di Milano sarebbero rappresentati dal proprio Sindaco, mentre quelli di Magenta non troverebbero nessuno a rappresentarli.

Se invece si considerassero i capoluoghi di Provincia, la popolazione ivi residente risulterebbe ancora inferiore, col risultato di lasciare senza rappresentanza circa 45 milioni di italiani e di un effetto simile a quello dei “rotten boroughs” del sistema elettorale inglese della fine ‘700: Lanusei, con 5.500 abitanti sarebbe rappresentata, e Cesena, con circa 100.000 abitanti, no.

Ne segue che, in ogni caso, ove si vogliano rappresentare i territori, la relativa Camera non può che essere elettiva.

Solo una Camera elettiva su base regionale, (come indica la Costituzione) può rappresentare le diverse realtà d’Italia, che sovente non sono omogenee neanche all’interno della stessa Regione, e la cui rappresentanza non può quindi essere affidata ad un organo formato essenzialmente dai Sindaci delle maggiori città. Basti ricordare le aree interne dell’Appennino, le valli care alla Lega, i casi di diverse minoranze linguistiche, per capire quanta parte d’Italia non troverebbe, con la proposta di Renzi, alcuna rappresentanza.

In ogni caso, il ritenere che una sorta di Camera dei Sindaci eletti con la legge attuale possa essere manifestazione di democrazia è puro esercizio di populismo semplificatorio che offende il buon senso degli italiani. L’attuale sistema di elezione dei Sindaci è stato introdotto con la motivazione che il Sindaco, che ha funzioni eminentemente amministrative, debba venir scelto direttamente dai cittadini per poter sottrarre tale funzione ai giochi ed ai condizionamenti della politica locale. Ma amministrare un Comune è cosa ben diversa da quella di rappresentare e confrontare tra loro le diverse realtà locali.

In effetti, quel che sembra chiaro è il fatto che si intende proseguire sul Senato l’attacco alle funzioni rappresentative delle due Camere avviato con la proposta di legge elettorale Berlusconi-Renzi, e che si intende indebolire i meccanismi di garanzia e controllo ed i reciproci contrappesi tra i diversi poteri dello Stato per rafforzare invece l’Esecutivo, attraverso la sostanziale eliminazione di una delle due Camere.

Analogamente alla proposta di legge elettorale per la Camera dei Deputati, il tutto viene propinato agli italiani agitando lo specchietto per allodole dei costi della politica: grande enfasi sul fatto che i sindaci-senatori non percepirebbero alcun compenso, grande enfasi sulla riduzione del loro numero da 315 a 150; non una parola sulla finzione che tale proposta rappresenta: quella di creare una finta, inutile, e puramente simbolica Camera che avrebbe possibilità di funzionare e poteri ben scarsi.

La prima impressione che si ricava nel leggere di questa proposta è quella di un grande pressapochismo e di una grande frettolosità. Senza voler fare facili ironie, appare appunto figlia di una concezione distruttiva e rottamatoria della quale è lecito, viste le proposte messe in campo, aspettarsi ben poco di buono.

Quanto si va cercando è ben altra cosa rispetto al dare rappresentanza e voce politica ai cittadini delle tante e diverse realtà territoriali d’Italia; si intende invece depotenziare il Senato in quanto componente del sistema di bilanciamento dei poteri previsto dalla nostra Costituzione. Che non volle solo distinguere nettamente l’Esecutivo dal Legislativo, ma volle anche un bilanciamento di poteri all’interno del Legislativo, che potrebbe essere mantenuto ridefinendo le funzioni e le competenze specifiche delle due Camere.

N.B. questo ragionamento è un contributo alla discussione avviata sulla Pagina di Facebook “non rottamare la democrazia”

Gim Cassano

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Commenti all'articolo
  1. SONO PIENAMENTE IN SINTONIA CON QUANTO SCRITTO. RICONOSCO CHE COMUNQUE OCCORRE PRENDERE PROVVEDIMENTI. AD ESEMPIO RIDURRE SIA SENATORI CHE ONOREVOLI COSI’ VERREBBE GARANTITO IL BILANCIAMENTO.

  2. La rappresentatività è sempre elettiva, gli incaricati di rappresentarla sono dei tecnici.Il giusto costo della politica è quello della democrazia dei cittadini, e non della sola finanza e stà proprio in questo distinguo che si muovono i rottamatori truccati da riformisti finalizzata come dice il direttore a “concezione distruttiva e rottamatoria della quale è lecito, viste le proposte messe in campo, aspettarsi ben poco di buono”.

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